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Cover Stories - Temi di riflessione

COMPLICI MA SOLI: QUANDO LA COPPIA FUNZIONA E L’INTIMITÀ È GIÀ MORTA

Intimità e complicità non sono sinonimi. Confonderle è il modo più elegante per perdere entrambe. E la forma di solitudine più difficile da riconoscere è quella che vive dentro una relazione che funziona.

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L’INTIMITÀ CAPITOLO VI

C’è una coppia che conosci. Forse sei tu. Stanno bene insieme — questo è evidente. Ridono delle stesse cose, completano le frasi l’uno dell’altro, hanno una geografia affettiva densa di riferimenti condivisi, una storia comune che funziona come un secondo linguaggio. Se li osservi dall’esterno sembrano esattamente quello che tutti vorrebbero essere: affiatati, complici, solidi. Hanno attraversato difficoltà e sono rimasti. Si vogliono bene, nel senso concreto e operativo del termine.

Eppure c’è qualcosa che non torna. C’è un piano a cui nessuno dei due accede più. Non da quando, esattamente, non è chiaro. È successo gradualmente, senza un momento preciso, senza una crisi nominabile. Sono complici di tutto tranne che di se stessi.

Questa è la forma di solitudine più difficile da riconoscere: quella che vive dentro una relazione che funziona.

DUE PAROLE CHE NON SONO SINONIMI

L’intimità è esposizione: mostrarsi vulnerabili, permettere di essere visti nelle proprie zone d’ombra, attraversare la soglia del corpo e dell’anima senza la protezione del copione. È verticale — scende in profondità, tocca i piani più fragili della persona. Richiede, come ha scritto Brené Brown con una semplicità che fa quasi male, il coraggio di essere visti davvero. Non la versione di sé che si vuole mostrare: quella che c’è.

La complicità è costruzione condivisa: due persone che piegano nella stessa direzione, che portano insieme un peso, che hanno sviluppato un codice comune leggibile solo dall’interno. È orizzontale — si muove verso l’esterno, edificando un territorio noi riconoscibile e difendibile. Ha qualcosa di cospiratorio nel senso nobile: una alleanza operativa, una narrazione comune, una risata che nasce da un riferimento che solo voi due capite.

Si può essere complici senza essere intimi. Lo sanno i vecchi soci in affari, i compagni di trincea, i fratelli cresciuti in famiglie difficili — condividono codici, memoria, affetto autentico, ma non si sono mai mostrati davvero nudi, né fisicamente né emotivamente. Si può essere intimi senza essere complici: certi rapporti terapeutici raggiungono livelli di esposizione interiore altissimi, ma mancano del progetto condiviso, dell’alleanza quotidiana.

Nella coppia che dura per vitalità e non per inerzia, le due cose si intrecciano in modo specifico: l’intimità è il carburante, la complicità è il motore. Il motore da solo non va da nessuna parte. Il carburante da solo brucia nel vuoto.

COME LA COMPLICITÀ UCCIDE L’INTIMITÀ

La complicità richiede una certa messa in scena di sé. I codici condivisi, le battute ricorrenti, la gestualità intima di coppia hanno qualcosa di performativo. Si costruisce nel tempo una narrazione comune: noi siamo così. Questa narrazione è necessaria, è uno dei collanti più potenti che esistano.

Ma la narrazione può diventare una prigione dell’intimità. Se ho costruito con te la storia di chi sono — il mio personaggio nel nostro copione di coppia — mostrarmi diverso da quel personaggio minaccia non solo te ma noi. La complicità, portata all’eccesso, produce conformismo interiore: smetto di mostrarti le parti di me che non rientrano nello script condiviso. L’intimità si restringe proprio mentre la complicità si consolida.

Non è solo il problema della familiarità che smorza il desiderio — il territorio che Esther Perel ha mappato con precisione in Mating in Captivity. È qualcosa di più profondo. John Gottman chiama questo processo la «Cascata di Distanza e Isolamento»: non esplode, non si vede arrivare, scorre sotterranea per anni mentre in superficie tutto sembra funzionare. La coppia continua a condividere spazi, attività, conversazioni — ma le conversazioni sono diventate logistiche, gli spazi sono diventati paralleli, le attività sono diventate abitudini.

Il gray divorce — il divorzio dopo i cinquant’anni, il cui tasso negli Stati Uniti è triplicato negli ultimi trent’anni, in costante crescita anche in Italia come documentano i dati ISTAT — è spesso esattamente questo: la complicità ha retto per decenni, ma l’intimità si era svuotata strada facendo. Quando i figli crescono, quando il lavoro rallenta, quando la struttura esterna si alleggerisce, quello che resta non è abbastanza. Il momento del «è tutto qui?» — che le ricerche identificano come uno dei principali motori del divorzio tardivo — è il momento in cui la complicità non riesce più a simulare l’intimità che mancava.

LA RISATA COME SISMOGRAFO

C’è un test empirico, banale e preciso, per misurare il rapporto tra intimità e complicità in una coppia: come ridono insieme, e di cosa.

La risata di complicità nasce dal codice condiviso — la battuta interna, il riferimento che solo voi capite, il gesto che fa scoppiare entrambi perché ha una storia. È esclusiva, preziosa, e dice molto sulla densità della vita comune costruita. È la risata che gli estranei non capiscono, e questo è parte del suo fascino.

La risata di intimità è diversa: nasce dall’imbarazzo superato, dalla goffaggine accettata, dal momento in cui uno dei due si è mostrato ridicolo o vulnerabile e l’altro ha risposto non con giudizio ma con tenerezza e umorismo condiviso. Nasce nonostante l’esposizione, non grazie al copione. È la risata che non si pianifica, che non ha storia, che sorprende entrambi.

Le coppie che hanno solo il primo tipo stanno bene insieme finché il copione regge e il contesto esterno lo supporta. Quelle che hanno anche il secondo sopravvivono alle crisi — perché hanno dimostrato a se stesse di potersi mostrare imperfette e di essere ancora desiderate. Non desiderate nonostante l’imperfezione: desiderate con essa, attraverso essa.

IL CORPO COME SISMOGRAFO FINALE

Si può essere straordinariamente complici e fisicamente inibiti. Non è una contraddizione: sono piani diversi. La complicità costruisce un noi narrativo; l’intimità corporea richiede di abitare il proprio corpo davanti all’altro, senza la mediazione della storia che raccontiamo su noi stessi. Per molte persone il corpo rimane il territorio della vergogna che la complicità non riesce ad attraversare. Si può essere i migliori alleati del mondo e non riuscire a stare nudi davanti all’altro senza sentirsi giudicati.

La distinzione cruciale è temporale. Se il disagio con la propria nudità precede la relazione — viene da una storia di vergogna corporea, da traumi, da un’immagine di sé distorta sedimentata nel tempo — il problema non è la coppia, è la propria relazione con il proprio corpo, e la coppia può aiutare o aggravare ma non è l’origine. Se invece il disagio è emerso dentro la relazione — se c’era una libertà corporale che si è progressivamente chiusa — allora è un segnale diagnostico preciso: qualcosa nell’equilibrio tra intimità e complicità si è incrinato. La complicità magari regge ancora; l’intimità si è ritirata. E il corpo, che non mente, lo registra prima che la mente lo ammetta.

Come scriveva Merleau-Ponty, i corpi si capiscono — o smettono di capirsi — prima che le menti lo sappiano dire. E come confermano le ricerche sull’ossitocina di Schneiderman et al. (2012), il circuito è bidirezionale: la vicinanza corporea rinforza il legame, ma l’indebolimento del legame si manifesta prima nel corpo che nelle parole. La coppia che ha perso l’intimità lo sa già — lo sa con il corpo, con la distanza che si è installata nel letto, con il contatto diventato funzionale invece che desiderante. Lo sa prima di saperlo dire.

Continua con: Capitolo VII — La disinibizione come maschera: un ultimo specchio scomodo

Il Franti — Tracce della metamorfosi / ilfranti.it


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Ennio Martignago