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Il Pescatore

Sotto il ponte di Baracca

Ebbene si lo ammettiamo, il ponte di Baracca esiste. Per davvero e davero davero. Filastrocche e conte anche non nobiliarmente si facevano da bimbi per decidere chi doveva e chi no

Allora, sgombriamo subito il campo da facili ironie, vi vedo che vi date di gomito col vostro vicino, che fate mossette con la bocca e gli occhi, vi vedo. Togliamo dal campo le facilonerie di bassa lega e andiamo subito ad appurare che il ponte della foto di apertura è proprio lui, isso e unico Ponte di Baracca. O almeno così c’era scritto dove lo abbiamo trovato, ma voi non vi fidate.  

Inoltre, ovviamente non possiamo esimerci, anche per filo e logia, diamine, di riportare per intero e senza alcuna censura, o censura alcuna, la suddetta fila e strocca detta anche conta del ponte e della baracca, sebben che non siamo a Vicenza e nemmeno nei pressi

Sotto il ponte di baracca
c’è un omin che fa la cacca
la fa dura dura dura
il dottore la misura
la misura a trentatrè
1,2,3
a contare tocca a te 

Attenzione però perchè sullo stesso filone arriva questa seconda conta ambientata poco lontano da Vicenza, stavolta siamo nella città di Romeo e Giulietta, la vicina Verona, ma i problemi gastrici per non dire intestinali dei protagonisti di questa altra conta pop rimangono spinosi per non dire puzzosi 

Sotto il ponte di Verona,
c’è una vecchia scureggiona,
ne fa una all’arancia,
fa scoppiar tutta la Francia,
ne una al limone
fa scoppiar tutto il Giappone,
ne fa una al caffè
fa scoppiare pure te
a contare tocca a te 

ponte castelvecchio verona

Avete presente no? C’è un gruppo di bimbi. Si deve dare inizio a un gioco. Nascondino ad esempio. Come si faceva a decidere chi si  nascondeva e chi lo/li/lum andava a cercare? Bisognava fare la conta. Ed ecco che le nostre filastrocche – di vario tipo, colore, e anche odore, permettetemi – prendevano piede e pure tutta la gamba, suvvia. Uno la “faceva” e gli altri tutti in cerchio la “subivano” e così, in modo molto democratico, si decideva chi faceva cosa. Perdonate la pedissequità e anche forse la pissinineria, ma dovevo porre fine all’aura di dubbio che si stava spandendo sin da ieri su questi post. Il dubbio aleggiava, siamo seri. SI vedeva aleggiare piuttosto bene e anche da lontano. Meglio disaleggiare finchè siamo in tempo. Del resto lo dicono sempre: “disaleggiare il locale prima di soggiornarvi”.

Ambarabà ciccì coccò
Tre civetta sul comò
Che facevano all’amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
Ambarabà ciccì coccò

Che, badate bene, potrebbe addirittura essere ascritta a Ovidio, no Ovindoli o Saturnino, proprio quell’Ovidio lì che pare la narri con dovizia di particolari nelle Metamorfosi mica pasticche valda. Pare che le tre civette in realtà non fossero tre signorine che gozzovigliavano pare che comò non sia un mobile bensì un verbo e proprio quel verbo significhi fare baldoria, per non dire altro. Ma le tre sono una e trina, donna e uccello rapace e richiamo al rapace, e tutte insieme sarebbero nietepopodimenoche Minerva dea della saggezza che viaggiava sempre con la sua civetta portatile. Te pensa che groviglio per una filastrocca popolare. Ma non c’era solo lei – in detta filastrocca – pure il babbo Giove e altri come Panacea e Asclepio. Insomma una confusione completa, fra comò che non sono comò, donne che non sono civette, e rapaci che potrebbero essere uomini o dei o dottori, che però non si ammalano di malattie ma di roba inguaribile perchè inviata da Giove padre e non madre di persona personalmente. 

tre civette

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