Riassunto
Nel 1981 Reagan distribuì ai ministri un libro di tremila pagine che nessuno aveva mai nascosto: da lì è cominciato il quarantennio che ha portato il debito pubblico dal 40 al 65 per cento del PIL e riconsegnato all’uno per cento più ricco un quarto della ricchezza. La diagnosi ormai la fanno tutti. Molto meno esaminata è la terapia che viene proposta: pagare i politici come amministratori delegati, abolire il requisito dell’intenzione nei reati economici, importare da Singapore il modello di polizia finanziaria. Tre proposte ragionevoli che, guardate da vicino, provengono da un paese governato dallo stesso partito dal 1959, chiedono allo Stato un martello che storicamente colpisce chi non ha avvocati, e trovano in Italia — dove i parlamentari sono fra i meglio pagati d’Europa da decenni — un controesempio piuttosto ingombrante. Alla fine anche il più radicale dei programmi di riforma ammette di aver bisogno del sostegno di qualcuno dall’interno: per smontare il sistema serve il permesso del sistema.
Quarant’anni di neoliberismo hanno svuotato le democrazie occidentali. La diagnosi è documentata e piuttosto noiosa. È la terapia che meriterebbe qualche domanda in più
Nel gennaio 1981, alla sua prima riunione di gabinetto da presidente, Ronald Reagan distribuisce ai ministri le copie di un libro. Si intitola Mandate for Leadership, tremila pagine sfornate da una fondazione conservatrice di Washington, la Heritage Foundation, e contiene l’elenco puntuale di ciò che un’amministrazione repubblicana dovrebbe fare nei primi mesi: meno stato, deregolamentazione industriale, taglio delle tasse, rafforzamento della difesa, smantellamento dell’ingegneria sociale. Un anno dopo, circa il sessanta per cento di quelle proposte è già stato adottato, e il New York Times lo battezza il manifesto della rivoluzione reaganiana. Non era un documento riservato, non circolava in busta chiusa, non richiedeva una talpa: era un libro, in vendita, con l’indice.
Vale la pena tenerlo a mente, perché quella collana non si è mai interrotta. La stessa fondazione, con lo stesso titolo, ha pubblicato l’edizione destinata al ciclo politico che si è aperto nel 2025 — quella che il dibattito americano ha imparato a chiamare Project 2025 — e la si può scaricare in PDF senza chiedere il permesso a nessuno. Il che rappresenta un piccolo problema per il genere cospirazionista, che ha bisogno di documenti sottratti, e un problema molto più grande per il genere opposto, quello che di fronte a un piano dichiarato risponde che allora non è un piano.
I numeri, che sono la parte meno appassionante
Che cosa abbia prodotto quel quarantennio è oggetto di una letteratura ormai sterminata, e l’ultimo contributo interessante arriva da un ingegnere prestato alla finanza aziendale, che applica alle nazioni un modello nato per studiare i settori industriali: struttura, condotta, prestazione. L’idea è elementare fino alla banalità — le istituzioni e le leggi che ti dai determinano le decisioni che prendi, e le decisioni determinano i risultati — ma ha il pregio di spostare l’attenzione dai cattivi ai congegni.
I risultati, nelle democrazie ricche dell’area OCSE, sono quelli che chiunque abbia provato a comprare casa negli ultimi vent’anni conosce a livello di stomaco prima che di grafico. Il debito pubblico è passato da circa il quaranta a circa il sessantacinque per cento del prodotto interno lordo, mentre la spesa restava inchiodata intorno alla metà dell’economia: i tagli fiscali sono stati finanziati a debito, il che è un modo elegante per dire che sono stati addebitati a qualcun altro. La crescita del prodotto per abitante è scivolata dal tre per cento annuo degli anni Ottanta a poco più dell’uno. L’indebitamento delle famiglie, liberato dai vincoli sul credito, è più che raddoppiato in rapporto al prodotto. E la quota di ricchezza detenuta dall’uno per cento più abbiente, che aveva toccato il minimo storico proprio a metà anni Ottanta, è tornata a superare il venticinque per cento in Francia, Germania e Stati Uniti, e il venti per cento in Italia, Australia e Regno Unito.
Su queste cifre conviene però un piccolo esercizio di igiene mentale, che l’autore non fa e che il lettore farebbe bene a fare per conto proprio: la ricchezza dei più ricchi è la grandezza peggio misurata di tutta la statistica economica, perché si basa su dichiarazioni fiscali, indagini campionarie e stime, e chi possiede molto è esattamente chi ha più strumenti per non comparire. Il che significa che quei numeri sono probabilmente prudenti, non gonfiati — ma significa anche che quando li si maneggia si sta maneggiando una ricostruzione, non una fotografia. Sono dati buoni per un ordine di grandezza e pessimi per un decimale.
Pagare i politici come manager (e l’Italia che ci ha già provato)

Fin qui, la diagnosi. È la ricetta che merita una sedia e un po’ di attenzione, perché contiene un rovescio che sfugge a chi legge d’impeto.
La prima proposta è aumentare gli stipendi dei capi di governo e dei parlamentari, parametrandoli a quelli degli amministratori delegati delle grandi imprese nazionali. La logica è che pagare poco attrae mediocri e persone già ricche, e apre la porta alla corruzione; investire qualche decina di milioni per remunerare decentemente chi amministra un’economia da migliaia di miliardi sarebbe, in proporzione, spicciolo.
L’argomento non è assurdo. Ha però un difetto sperimentale che si chiama Italia. Da noi l’indennità parlamentare, sommata a diaria e rimborsi, colloca stabilmente i deputati fra i meglio retribuiti d’Europa in rapporto al reddito mediano del paese che rappresentano, e questo da decenni, attraverso repubbliche prime, seconde e presunte terze. Se la retribuzione generosa fosse un filtro qualitativo, l’Italia avrebbe la classe dirigente migliore del continente; il dibattito pubblico nazionale, su questo punto, mostra una certa esitazione. Non è una confutazione definitiva — si può sempre sostenere che senza quei soldi sarebbe andata peggio, ipotesi comoda perché non falsificabile — ma è abbastanza per accorgersi che stiamo leggendo una congettura, non una legge di natura. E per notare la beffa: la cura proposta contro un’oligarchia che ha catturato la politica consiste nel pagare i politici come si pagano gli oligarchi, confidando che l’omeopatia funzioni.
Il modello viene da un posto curioso
Il cortocircuito diventa più netto quando si guarda da dove arrivano gli esempi virtuosi. Per la lotta ai reati economici il testo indica Singapore, il cui corpo di polizia dispone di un dipartimento specializzato che indaga frodi, abusi di mercato e violazioni del diritto societario senza passare per le autorità di settore. È vero, funziona, e chiunque abbia visto un’autorità di vigilanza europea assumere ex dirigenti dei soggetti vigilati — e restituirglieli qualche anno dopo — capisce perché la cosa faccia gola.
Singapore, però, è anche il paese che paga i propri ministri milioni di dollari l’anno proprio in nome del principio secondo cui i buoni stipendi tengono lontana la corruzione, ed è il paese in cui lo stesso partito governa ininterrottamente dalla fine degli anni Cinquanta, con un’opposizione parlamentare di dimensioni decorative e una libertà di stampa che nelle classifiche internazionali sta stabilmente nella metà scomoda della tabella. Il capovolgimento è servito: le due misure proposte per rianimare la democrazia liberale sono, entrambe, prese in prestito da un luogo dove la democrazia liberale è un’ipotesi di lavoro. Questo non le rende sbagliate. Le rende, semplicemente, non gratuite — e chiunque le proponga tacendo il contesto sta facendo il lavoro del venditore, non quello dell’analista.
Abolire la mente colpevole
C’è poi la proposta più radicale, quella che passa quasi inosservata perché arriva vestita da tecnicismo. Per punire finalmente i colletti bianchi bisognerebbe superare il principio del mens rea, la mente colpevole: la regola per cui, per condannare qualcuno, occorre dimostrare che intendeva delinquere. Al suo posto, responsabilità oggettiva — quella che già si applica alle infrazioni stradali, alla sicurezza dei prodotti, ai reati ambientali — con difesa limitata alla ragionevole convinzione di aver agito legalmente, e l’intenzione relegata al momento della pena. Il Regno Unito, in effetti, ha introdotto di recente un reato societario di omessa prevenzione della frode che va in quella direzione.
Chi legge annuisce, perché il pensiero corre subito ai banchieri del 2008, nessuno dei quali — è il rilievo di Elizabeth Warren, e resta il dato più imbarazzante di quella stagione — è mai finito davvero sotto processo. Solo che la responsabilità oggettiva è un martello, e i martelli non scelgono i chiodi. Il requisito dell’intenzione non è un cavillo medievale inventato per proteggere i ricchi: è, storicamente, uno dei pochi argini fra il cittadino e lo stato che deve provargli qualcosa. Chi chiede di rimuoverlo per colpire più in alto sta consegnando all’apparato punitivo uno strumento che nei fatti si abbatterà, come sempre, prima e più spesso su chi non ha uno studio legale in grado di ricostruire la propria ragionevole convinzione. È una scommessa legittima. Va però fatta sapendo che si sta scommettendo, e non spacciandola per la semplice correzione di un’anomalia.
Il termometro se lo costruisce il malato

Resta la parte del ragionamento che convince di più, e che proprio per questo va guardata da vicino. Il prodotto interno lordo è un metro grossolano — conta tutto ciò che ha un prezzo e nient’altro, il che significa che una popolazione malata, una guerra e una ricostruzione post-disastro lo fanno salire, mentre il valore prodotto da un servizio gratuito non lo tocca. Sostituirlo con indicatori di benessere, come ha fatto la Nuova Zelanda con il suo quadro sugli standard di vita, sembra puro buon senso.
Salvo che il buon senso ha una vita politica breve. Quel quadro è stato adottato con grande risalto internazionale, ha ispirato un paio di bilanci pubblici presentati come bilanci del benessere, e ha perso progressivamente centralità con il cambio di maggioranza, senza che nessuno lo abolisse formalmente: è semplicemente scivolato in fondo alla lista. Perché un indice di benessere lo costruisce lo stesso governo che quell’indice dovrebbe giudicare, e il vecchio adagio manageriale — ciò che si misura si gestisce — ha un gemello che nessuno cita mai: ciò che si misura si aggira. Il prodotto interno lordo ha almeno il vantaggio di essere talmente stupido da risultare difficile da truccare in modo elegante.
Vale un discorso simile per la statistica più citata dai movimenti degli ultimi anni, quella secondo cui una protesta che mobiliti il tre virgola cinque per cento della popolazione avrebbe successo pressoché garantito. È il risultato di una ricerca seria su un secolo di campagne nonviolente, e descrive ciò che è accaduto, non ciò che accadrà: nessuna delle campagne studiate aveva raggiunto quella soglia partendo da essa come obiettivo. Trasformare una regolarità osservata a posteriori in una soglia da centrare è il modo più rapido per convertire un dato in un amuleto — operazione che il marketing politico, di ogni colore, compie con entusiasmo crescente.
Anche le assemblee dei cittadini, l’idea più promettente del pacchetto, hanno due precedenti che raccontano storie opposte. In Irlanda un centinaio di persone sorteggiate ha lavorato per mesi su temi che il parlamento non riusciva ad affrontare, e le sue conclusioni sono arrivate a referendum e ne sono uscite vive. In Francia, la convenzione cittadina sul clima ha prodotto una serie di proposte che il governo si era impegnato a trasmettere senza filtri, e che filtri hanno abbondantemente incontrato lungo il percorso parlamentare. Stesso congegno, esiti diversi: la variabile non era la qualità dei cittadini sorteggiati, ma quanto conveniva, a chi decideva, farsi vincolare.
E qui il testo di partenza compie, senza accorgersene, il proprio giro completo. Dopo aver spiegato che le riforme minacciano politici insediati, partiti, oligarchi e grandi imprese, ammette che per realizzarle serve comunque assicurarsi il sostegno di qualcuno dall’interno. Cioè: per smontare il sistema serve il permesso del sistema. È la stessa struttura logica di quasi tutti i programmi di riforma degli ultimi quarant’anni, ed è il motivo per cui quasi tutti sono rimasti sulla carta — la stessa carta, peraltro, su cui la Heritage Foundation stampava le sue tremila pagine, con la differenza non trascurabile che quelle avevano dietro chi il potere ce l’aveva già.
Il saggio si apre con Dostoevskij, con quel passaggio dei Karamazov in cui si suggerisce che se le persone intorno a te sono sorde e crudeli la colpa è tua, che non hai saputo farti ascoltare. Messa in esergo a un’analisi della disuguaglianza, la citazione suona come un invito all’umiltà. Letta con un minimo di malizia, suona come il più efficace slogan dell’ordine esistente mai scritto da un romanziere russo: se non ti ascoltano, il problema sei tu. Sarebbe interessante sapere se l’autore l’ha scelta nel primo senso o nel secondo. Sospettiamo nel primo, il che è precisamente ciò che rende la faccenda istruttiva.
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