Immagine in copertina"La via: dal bosco alla prateria"
Il testo che segue è il prologo di una nuova serie di articoli su ciò che oggi è “antico”, ovvero quello di sei mesi fa. L’intento è quello di fermarsi a leggere i reperti del presente della rivoluzione industriale in corso.Frammenti sparsi che scorrono e diventano invisibili, ma che piano piano ci addomesticano a chiamare quotidiano ciò che altri avevano disseminato nei frammenti.
Il filo che avevamo lasciato
Qualche settimana fa, chiudendo Intelligenza Artificiale, Il paradiso può attendere, ci eravamo fermati su una domanda che non ha ancora trovato una risposta condivisa, ovvero se ci adattiamo al nuovo ambiente artificiale che si sta formando intorno a noi, cosa resterà di noi?
Avevamo letto il saggio di Dario Amodei, ventimila parole su ciò che avevamo definito come farmaco che non c’è ancora e sul suo bugiardino che già circola già, e avevamo concluso che le risposte non stanno nei testi di chi vende il prodotto, ma nei nostri gesti di questa settimana, nelle decisioni di questo mese, nelle relazioni.
Avevamo citato Ellul, e il suo richiamo al fatto che non è l’adattamento la via da seguire. E avevamo lasciato aperta la possibilità che il foglietto illustrativo, qualunque fossero le intenzioni di chi lo aveva redatto, contenesse informazioni che ora appartengono anche a chi legge.
Questa nuova serie nasce da lì, e prova a spostare lo sguardo di un passo.
Se là avevamo letto il saggio personale di un CEO che avvertiva sul proprio prodotto futuro, qui apriamo il paper di una grande società di consulenza su un prodotto già in vendita.
Se là il suo testo funzionava come il bugiardino di un farmaco ancora in sperimentazione, la metafora che avevamo usato, qui funziona come il prospetto commerciale della farmacia che quel farmaco lo vende, ma ne vende anche altri.
Boston Consulting Group ha pubblicato The Widening AI Value Gap il 30 settembre 2025, raccogliendo i dati nei mesi precedenti. Oggi, metà di aprile 2026, sono passati otto mesi dalla pubblicazione e oltre dieci dalla raccolta. È abbastanza tempo per fare un esercizio semplice, riavvolgere il nastro di una storia che era stata raccontata in un certo modo, e guardare come sta andando, ma non solo.
La nostra non è verifica. È lettura.
Camminando si traccia la via
Nel saggio sul bugiardino avevamo citato una riga di Chuang-Tzu che meriterebbe di stare appesa a molti muri: “È camminando che si traccia la via; è nominandole che le cose sono.”
Amodei, senza saperlo o sapendolo benissimo, aveva applicato la seconda parte della frase con precisione chirurgica, nominando i cinque rischi, le turbolenze, il paese di geni nel datacenter, aveva contribuito a far esistere quel paesaggio come paesaggio condiviso.
Le cose diventano perché vengono nominate nel modo giusto, nel momento giusto, da chi ha la voce giusta. È così che funziona gran parte della comunicazione contemporanea, ed è così che funzionano i paper di questo tipo, quello di Altman, Amodei, Pignataro e Boston Consulting solo per citarne alcuni.
Ma la prima parte della frase è altrettanto importante, e contiene qualcosa che il discorso dominante fatica a dire: è camminando che si traccia la via. Non leggendo le mappe degli altri. Non adattandosi al paesaggio che qualcuno ha nominato prima di te. Camminando, cioè stando nel proprio presente reale, osservando cosa accade effettivamente intorno a sé, costruendo piccoli passi verificabili, e solo poi, a ritroso, riconoscendo la strada che si è fatta. Chuang-Tzu stava dicendo qualcosa di molto specifico, la realtà non è un binario pre-tracciato su cui bisogna salire correndo per non restare indietro. La realtà è il camminare stesso, fatto da chi cammina, nel terreno in cui cammina, con le persone accanto a cui cammina.
C’è uno scarto enorme tra queste due letture della frase, e questo scarto è, in fondo, il tema di tutta la serie. La narrazione che oggi circola attraverso paper, saggi, interviste, white paper, manifesti dice che il futuro è già tracciato e che l’unica scelta che resta è la velocità dell’adesione.
Il 95% delle aziende è in ritardo, dicono. Il 50% dei lavori cognitivi entry-level scomparirà in uno-cinque anni, dicono. Il 29% del valore verrà dagli agenti entro il 2028, dicono. Non c’è tempo da perdere, dicono. L’umanità deve svegliarsi, dicono. È una forma sofisticata di un messaggio molto antico: non c’è alternativa.
E proprio perché è antico, sappiamo che storicamente ogni volta che qualcuno ha detto “non c’è alternativa”, era perché preferiva che non se ne cercassero.
Stare nel proprio presente, al contrario, significa fare il contrario di correre.
Significa fermarsi abbastanza a lungo da distinguere quello che sta effettivamente accadendo nell’ufficio dove si lavora, nella città dove si vive, nelle relazioni che si coltivano, da quello che ci viene raccontato sta accadendo.
Significa dare attenzione, verificare. Significa ricordare che i fatti materiali hanno un ritmo proprio, diverso dal ritmo della comunicazione che li accompagna.
Significa accorgersi che mentre tutti parlano di quello che accadrà nel 2028, nel 2026 Oracle ha appena licenziato trentamila persone alle sei del mattino con un’email e forse un algoritmo ha scelto chi, mentre Amazon, Microsoft e Google hanno abbandonato data center multi-miliardari perché le comunità locali si sono opposte, mentre nei perimetri aziendali si diffondono migliaia di strumenti IA che nessuno sa nemmeno di avere.
Il presente è pieno di tracce da leggere. Basta smettere di guardare il futuro altrui e riflettere per accorgersene.
Una premessa che vale per tutta la serie
A proposito di frammenti. Chi legge questi articoli, come chi li scrive, vive dentro un flusso che scorre.
Un licenziamento qui, un contratto energetico là, un paper, una cifra, un’intervista. Frammenti sparsi che sembrano scollegati, e che però compongono figure. Figure in via di composizione per chi ne riceve i pezzi uno alla volta, nel flusso della cronaca. Figure già composte per chi quei pezzi li produce e li mette in circolazione. Noi le scopriamo solo alla fine. L’archeologia del presente è il tentativo di riconoscerle mentre i frammenti stanno ancora cadendo.
Siamo tutti, chi più chi meno, dentro lo stesso sistema che stiamo osservando.
Non c’è una posizione esterna da cui giudicare, c’è solo una migliore o peggiore consapevolezza del proprio ruolo. Saint-Simon, che incontreremo nella terza puntata, aveva capito questo punto duecento anni fa: i “produttori” della nuova società industriale non erano un’astrazione neutra, erano attori concreti che stavano costruendo il mondo in cui avrebbero vissuto.

Ognuno di noi, leggendo questi paper e decidendo come reagire, sta facendo la stessa cosa a scala ridotta, ma costruiamo per chi?
Non possiamo fermare la rivoluzione industriale nella sua fase dell’IA, è in corso, procede, ha duecento anni di inerzia alle spalle.
Ma possiamo decidere come starci dentro. Cosa costruire. Cosa rifiutare. Cosa pretendere dalle istituzioni. Quali spazi proteggere dall’automatismo. Quali domande continuare a porci da soli, prima di cercare una risposta da qualunque parte arrivi. E soprattutto: con chi camminiamo.
Perché la via si traccia camminando, sì, ma praticamente mai da soli.
Il viaggio
La serie che comincia con la prossima puntata è costruita come un esercizio di “igiene cognitiva” per chi di paper sull’IA ne riceve molti e comincia a faticare a distinguere il rumore dal segnale.
Non è una serie contro BCG, contro Amodei, contro Altman, contro chiunque altro stia producendo la narrazione di questa fase. È una serie accanto a quei testi, che li prende sul serio come oggetti culturali, ne smonta il meccanismo per comprenderlo, li colloca nel tempo storico a cui appartengono, e restituisce al lettore la possibilità di leggerli senza farsene portare via.
Nella prima puntata
Anatomia di un paper, apriamo il report Boston Consulting Group The Widening AI Value Gap come si apre un documento di otto mesi fa, per vedere come è fatto, che funzione svolge, come si legge senza farsi distrarre dal suo ritmo. Vedremo come il 5% di aziende celebrate dal paper come “future-built” coincide cifra su cifra con il 95% di fallimento documentato dallo studio MIT Project NANDA pubblicato due mesi prima dello stesso paper. Stessa fotografia, due didascalie opposte. E vedremo perché i paper di questo genere non si smentiscono, si sostituiscono con altri paper, in un ciclo che non ha bisogno della verifica per funzionare.
Nella seconda puntata
La materia della rivoluzione, passiamo dal paper al terreno. Quasi 700 miliardi di capex (i soldi che un’azienda spende per costruire o comprare cose che durano) degli hyperscaler (gli hyperscaler sono le poche aziende che possiedono fisicamente internet, i cavi, i server, i data center e che affittano al resto del mondo il diritto di usarli.) nel 2026, un trilione di litri d’acqua drenato dai data center nordamericani, le comunità locali che cominciano a bloccare progetti multi-miliardari dal New Jersey all’Oregon, le risoluzioni degli investitori istituzionali sul consumo idrico ed energetico, sette centrali a gas finanziate da Meta in Louisiana per alimentare i suoi modelli.
E gli agenti AI, che il paper BCG proiettava al 29% del valore totale entro il 2028, ma che nel 40% dei casi vengono cancellati per ragioni strutturali che non si risolvono con più budget. E la shadow AI che cresce nei perimetri aziendali a una velocità che la regolamentazione non riesce a raggiungere.
Nella terza puntata
Saint-Simon e i piedi per terra, arriviamo al piano più concreto e più opaco, quello del lavoro. Le 30.000 persone licenziate da Oracle alle sei del mattino del 31 marzo, con forse un algoritmo che ha scelto chi eliminare, e i 156 miliardi di investimenti in AI che quei salari risparmiati andranno a finanziare. I 1.600 ingegneri di Atlassian e il ruolo di CTO spaccato in due per governare l’era degli agenti. L’ammissione pubblica di Sam Altman, il CEO di OpenAI , che meno dell’1% dei licenziamenti del 2026 è attribuibile direttamente all’AI.
E poi un passo indietro di duecento anni, fino a Claude-Henri de Saint-Simon, per chiederci se quello che stiamo vivendo è davvero un evento senza precedenti, o se è la fase accelerata di una lunga rivoluzione industriale che un conte francese morto in miseria nel 1825 aveva già visto nelle sue linee essenziali.
Non troveremo, in nessuna delle tre puntate, una risposta al cosa fare.
Non perché non ci sia. Perché la risposta non è generalizzabile, dipende da dove siamo, cosa facciamo, con chi camminiamo, quali spazi possiamo costruire o proteggere nel nostro perimetro quotidiano. Quello che troveremo sono alcuni strumenti per leggere quello che accade intorno, alcune coordinate storiche per collocarlo, alcuni fatti materiali che nessuno può toglierci una volta che li avete in mano. Ciò che è da fare dipende da noi.
Piccolo è bello, ancora
Prima di addentrarci nell’archeologia del presente, vale la pena una deviazione verso un passato “più antico” dello scorrimento attuale. Cinquant’anni fa qualcuno aveva già visto, e messo per iscritto, quello che oggi proviamo a riconoscere faticosamente tra i reperti. È una memoria che ci serve come bussola, prima di rimetterci in cammino.
C’è un libro che nel 1973 cambiò la conversazione sulla tecnologia per una generazione, e che oggi praticamente nessuno legge più: Piccolo è bello, Small Is Beautiful di Ernst Friedrich Schumacher. Economista tedesco naturalizzato inglese, consigliere del National Coal Board britannico per vent’anni, Schumacher osservava la tecnologia industriale dal suo interno, non come intellettuale critico esterno ma come chi sa come funzionano le centrali elettriche e le miniere di carbone, e proprio per questo può dire qualcosa di concreto sui loro limiti.
Il suo libro nacque dalla constatazione che l’economia moderna aveva sviluppato un’ossessione per la scala, più grande, più veloce, più produttivo, più efficiente. E che questa ossessione aveva un costo, non solo ambientale o sociale, ma antropologico. Le tecnologie oltre una certa scala smettono di essere strumenti per diventare ambienti, e gli umani che vivono dentro quegli ambienti smettono gradualmente di riconoscersi.
La sua proposta non era tornare indietro. Schumacher non era un luddista, era un ingegnere.
La sua proposta era una categoria precisa, a cui diede un nome preciso, intermediate technology, tecnologia intermedia.
Il concetto gli venne in mente durante un viaggio in Birmania nel 1955, quasi vent’anni prima del libro, osservando come i progetti di “sviluppo” imposti dall’alto fallissero nel momento in cui incontravano contesti reali. Ne trasse una definizione che è rimasta valida: non macchine, ma strumenti, attrezzi e sistemi ingegneristici “centrati sulle persone anziché sulle macchine”, abbastanza sofisticati da risolvere problemi reali, abbastanza semplici da essere compresi, costruiti e riparati con risorse disponibili localmente, abbastanza radicati nel contesto da non chiedere di trasformare il contesto stesso per poter funzionare.
Il punto chiave è che intermedia non voleva dire piccola in senso letterale, ma di scala compatibile con le persone che la usano. Era una definizione funzionale, non dimensionale. Il libro vendette milioni di copie in tutto il mondo, fu adottato da governi asiatici e africani, ispirò movimenti che durano ancora oggi, dalla permacultura (sistemi agricoli progettati per imitare gli equilibri degli ecosistemi naturali anziché forzarli) al commercio equo alle reti di riparazione.
Vale la pena fermarsi un istante su questa parola, intermedia, perché oggi nel discorso AI non esiste.
Il dibattito è polarizzato tra due soli campi, chi costruisce l’AI alla massima scala possibile, OpenAI e Anthropic nella Silicon Valley, Google e Meta tra i giganti di piattaforma, DeepSeek e Alibaba in Cina, Mistral in Europa, e chi rifiuta in blocco, l’AI è un disastro, non usatela.
Nessuno si chiede quale sia la tecnologia AI intermedia, un modello linguistico auto-ospitato in una scuola, un algoritmo open-source gestito da una cooperativa di lavoratori, una piattaforma sviluppata e mantenuta dalla stessa redazione che la usa. Schumacher avrebbe posto esattamente queste domande. Cinquant’anni dopo, continuano a non essere poste quasi da nessuno, ed è uno dei silenzi più eloquenti del nostro presente.
Poi la storia ha fatto altre strade. Gli anni Ottanta, Novanta e Duemila hanno realizzato l’opposto esatto di quello che Schumacher proponeva, scala crescente, concentrazione crescente, opacità crescente, delega crescente. Oggi viviamo nell’apice di quella traiettoria.
Un data center da dieci gigawatt in Ohio, sette nuove centrali a gas in Louisiana per alimentare i modelli di un’azienda e trentamila licenziamenti per finanziare la crescita in un settore. Contratti energetici ventennali firmati da aziende private per rifornire macchine di cui non si comprendono ancora le implicazioni. Un trilione di litri d’acqua all’anno drenati dalle falde nordamericane per raffreddare computer di cui il 95% dei clienti non estrae valore misurabile. Se Schumacher fosse vivo oggi riconoscerebbe tutto questo all’istante.
Non come fenomeno nuovo, come fase estrema di una tendenza che aveva già visto cinquant’anni fa, a cui peraltro si aggiunge un contesto geopolitica attuale molto complicato, e per altro disumano in termini di violenza e sopraffazione.
Ma Piccolo è bello non interessa qui come nostalgia. Interessa come metodo.
Schumacher stava dicendo che dentro qualunque sistema tecnologico, anche il più grande, esiste sempre un margine di scelta su dove collocare la scala. Non è una scelta totale, non possiamo semplicemente uscire dalla megamacchina fisica in cui siamo immersi. È una scelta parziale e continua su dove, nel nostro perimetro quotidiano, costruire spazi che obbediscano a una logica diversa.
Un magazine di cultura divergente intergenerazionale che si scrive con le parole pensate.
Spazi piccoli, spazi intermedi, spazi dove la tecnologia, quella che usiamo davvero, resta comprensibile per le persone che la usano, dove le decisioni si prendono con chi ne subirà le conseguenze, dove l’efficienza non è l’unico criterio e spesso non è nemmeno il principale.
Non è fuga. È terreno.
È la parte di mondo su cui possiamo effettivamente camminare, nel senso di Chuang-Tzu.
La parte di mondo in cui si traccia la via facendola. Se queste parole suonano ancora astratte, è giusto così, la concretezza, i nomi, le cifre, i casi, le date, arriva nelle prossime tre puntate.
Vale però la pena lasciare la parola a Schumacher stesso, perché quello che scriveva nel 1973 suona oggi più vicino di molti paper usciti il mese scorso. Al capitolo 5 di Piccolo è bello, ragionando su una tecnologia a misura d’uomo, scriveva:
“Non ho dubbi sulla possibilità di dare un nuovo corso allo sviluppo tecnologico, una svolta che ci riporterà alle esigenze reali dell’uomo, il che significa anche alla dimensione reale dell’uomo. L’uomo è piccolo, e perciò il piccolo è bello. Procedere verso il gigantismo significa procedere verso l’autodistruzione. E quanto costa riorientarsi? Potremmo ricordarci che è ingiusto calcolare il costo della sopravvivenza. Senza dubbio, bisogna pagare un prezzo per ogni cosa che lo valga: reindirizzare la tecnologia affinché serva l’uomo invece di distruggerlo esige soprattutto uno sforzo d’immaginazione e l’abbandono della paura.”
Cinquant’anni dopo, il gigantismo di cui parlava ha assunto forme che lui non avrebbe potuto immaginare nei dettagli ma di cui aveva visto perfettamente la logica. E nell’epilogo del libro arrivava a formulare il nodo politico con una chiarezza che nessun report di consulenza si azzarda oggi a raggiungere:
“Non c’è bisogno di sottolineare che ricchezza, educazione, ricerca e molte altre cose sono necessarie per qualsiasi civiltà, ma quel che è più necessario oggi è una revisione dei fini cui questi mezzi dovrebbero portare. E questo implica, sopra ogni altra cosa, lo sviluppo di uno stile di vita che conferisca alle cose materiali il loro proprio posto legittimo, che è secondario e non primario. La logica della produzione non è né la logica della vita né quella della società. È una piccola e secondaria parte di ambedue. Le forze distruttive che ha liberato non possono essere messe sotto controllo, a meno che non sia messa sotto controllo la stessa logica della produzione, cosicché le forze distruttive cessino di aver briglia sciolta.”
E ancora, poche pagine dopo, riconducendo inquinamento, esaurimento delle risorse e distribuzione della ricchezza a un’unica matrice culturale:
“Né può avere successo la battaglia contro l’inquinamento, se i modelli di produzione e consumo continuano a essere di una dimensione, di una complessità e un grado di violenza tali, da non essere in armonia, come sta diventando sempre più chiaro, con le leggi dell’universo, cui l’uomo è altrettanto soggetto quanto il resto della creazione. Egualmente, la possibilità di limitare il tasso di esaurimento delle risorse, o di portare armonia nelle relazioni tra coloro che posseggono ricchezza e potere e coloro che ne sono privi, non esiste finché nessuno si rende conto che è bene ciò che basta ed è male ciò che è superfluo.”
Il libro si chiude con una frase che è, insieme, la più semplice e la più difficile da accogliere, e che è anche la risposta migliore alla domanda che attraversa questa serie, ovvero cosa possiamo effettivamente fare dentro una trasformazione di questa scala:
“In tutto il mondo la gente domanda: «Che cosa posso veramente fare?» La risposta è tanto semplice quanto sconcertante: noi possiamo, ognuno di noi può, lavorare per mettere ordine nella nostra casa più interna. La guida di cui abbiamo bisogno per questo lavoro non può essere reperita nella scienza o nella tecnologia, il cui valore dipende in gran parte dai fini che servono; ma può essere ancora trovata nella saggezza tradizionale dell’umanità.”
Duecento anni dopo Saint-Simon e cinquant’anni dopo Schumacher, questo è ancora il terreno su cui camminiamo. Non un programma da eseguire, non una ricetta da applicare, una direzione di sguardo, una rivendicazione di scala, un invito a ricominciare dal proprio perimetro concreto con gli strumenti che la tradizione ci ha lasciato.
Il paradiso promesso dai produttori della narrazione attuale, il “paese di geni nel datacenter”, la disruption (interruzione) del 50% dei lavori cognitivi, il 29% del valore agentico al 2028, può attendere.
Il nostro presente no.
Le tre puntate possono essere lette in ordine o singolarmente; ciascuna contiene il contesto necessario per comprenderla. Questa introduzione vale come filo comune.
Fonti e approfondimenti
Il Franti, Intelligenza artificiale: il paradiso può attendere. Il bugiardino e la cura possibile l’articolo precedente da cui questa serie riprende il filo.
Ernst Friedrich Schumacher, Small Is Beautiful: A Study of Economics as if People Mattered, Blond & Briggs, 1973 (edizione italiana: Piccolo è bello, Mondadori, 1978). Le citazioni riportate in questo prologo sono tratte dal capitolo 5 e dall’epilogo del volume edizione italiana.
Intermediate technology, voce della Encyclopædia Britannica a cura di David Hosansky, consultabile all’indirizzo britannica.com/technology/intermediate-technology. La voce ricostruisce l’origine del concetto, nato da un viaggio di Schumacher in Birmania nel 1955, e la sua definizione come tecnologia “centrata sulle persone anziché sulle macchine”.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.