Atto artistico tratto da opera di Cristiano Parini
Nell’Arte, la trasmissione da una generazione all’altra non si è mai interrotta. Il passaggio generazionale nelle imprese fallisce 4 volte su 5. Agli inizi del 1900 Schumpeter, Kandinskij e Steiner, senza conoscersi, hanno scritto qualcosa che un secolo dopo può ancora cambiare il modo in cui oggi consideriamo il lavoro. Ci hanno raccontato qualcosa che è tuttora vivente, un atto artistico che se attuato, cambia il modo in cui guardiamo il senso stesso del lavoro, la sua automazione, il passaggio generazionale di abilità e anche la trasmissione di un patrimonio, sia esso il capitale dell’impresa piuttosto che i suoi fini.
Il retroscena
L’atto artistico, benché mimetizzato, è ciò che si trasmette di generazione in generazione. E lo vediamo, se guardiamo nelle espressioni artistiche di ogni genere quelle forme, linguaggi e simboli che sembrano occulti, marginali, invisibili ai radar della mera produttività, seppure mercificati, ma che sono lì ben evidenti appena ci si ferma e si osserva il retroscena.
Proviamo a pensarci. Su queste pagine abbiamo scritto della musica come luogo del dissenso dentro il consenso, artisti citati come Artie 5ive, Mezzosangue, Kid Yugi, Promessa, Cranio Randagio, Sayf, Big mama, Madame che operano nel cuore delle strutture del mercato discografico e che tuttavia trasmettono, da una generazione all’altra, qualcosa che il mercato non controlla. Trasmettono sguardi, sogni, disagi, felicità, delusioni, un’urgenza espressiva che trova voce e ritmo nelle parole e nella musica come tappeto sonoro.
Un disco prodotto oggi porta dentro di sé, spesso senza dichiararlo, le tracce di chi è venuto prima, una cadenza, un modo di stare sulla parola, un’attitudine che non si impara da un tutorial, ma da una vicinanza. È un passaggio generazionale che seppure nascosto, avviene nelle opere stesse, sotto gli occhi e le orecchie di tutti.
Ed è qui che si rivela il paradosso, questa trasmissione è così evidente, così abbagliante, da essere diventata, paradossalmente, occulta. La vediamo ogni giorno senza riconoscerla. Ascoltiamo musica che porta le impronte di più di tre generazioni di artisti e la trattiamo come prodotto di consumo. Guardiamo un oggetto artigianale che condensa decenni di apprendistato e lo valutiamo al peso del materiale, in base a stereotipi o alla rigidità di rimanere ancorati al passato. L’eredità invisibile è invisibile non perché sia nascosta, ma perché è ovunque, e ciò che è ovunque smette di essere visto.
Se osserviamo più da vicino i luoghi dell’espressione artistica del dissenso dentro il consenso, scopriamo che lì è ben diffusa una pratica che nelle imprese si è quasi estinta, ovvero la creazione a più mani.
Collaborazioni tra artisti di generazioni diverse in cui il passaggio avviene nell’atto stesso di creare insieme, non in una sala riunioni, agile e remota, non in un piano di successione, ma nel lavoro condiviso sull’opera che poi sarà a più voci, a più scritture e con produttori e studi che si incrociano e si scambiano tra loro.
Costruiscono insieme qualcosa che nessuno avrebbe potuto costruire da solo, collaborazioni in cui il passaggio generazionale si compie sotto gli occhi di tutti, che forse è poco evidente nelle opere stesse, ma esiste nel risultato che si ottiene.

Joseph Schumpeter e l’imprenditore
Risultato che deve far riflettere ognuno di noi che oggi lavora in una qualsiasi tipologia d’impresa, e che si preoccupa di un passaggio generazionale, sia esso relativo alla propria competenza, sia alla guida dell’azienda stessa.
Perché quei passaggi, troppo spesso, vengono forzati, accelerati, imposti dall’anagrafe delle persone o dal consiglio di amministrazione, o da piani formativi inadeguati e di conseguenza falliscono perché sin da subito non si è compreso ciò che di deve trasmettere, trasferire e sopratutto adeguare al presente.
Fallisce sopratutto quando si parla di passaggio generazionale dei vertici aziendali delle imprese familiari e non, perchè le visioni e le culture non si trasferiscono, si evolvono, e la funzione imprenditoriale non è trasferibile per vincolo di sangue , piuttosto che per gerarchia.
Già nel 1928 Joseph Schumpeter in suo articolo dal titolo Unternehmer “Imprenditore”, nell’indicare tre modi in cui si attua lo “sviluppo economico”, in un periodo che ha molte affinità con i giorni nostri, svilupperà nell’articolo il terzo modo, ovvero “l’individuazione e l’attuazione di nuove possibilità entro i rapporti oggettivi della vita economica da parte di alcuni individui che rompono con l’esperienza economica e con la collaudata e abituale routine”. E questi individui erano gli imprenditori, e definendo nel testo che “La funzione dell’imprenditore consiste appunto, essenzialmente, nell’individuare e realizzare nuove possibilità.”
L’imprenditore è chi introduce nuove combinazioni, chi vede possibilità dove altri vedono routine, chi rompe il flusso circolare dell’economia con un atto creativo introducendo nuovi prodotti, nuovi metodi, nuove organizzazioni dell’industria, creando nuovi mercati o nuove fonti di approvvigionamento, ove qui oggi rientrano anche tecnologie strumentali allo sviluppo di prodotti e mercati.
Si parla spesso di “visione” e di “visionari” nel mondo delle imprese. Ebbene, immaginare ciò che non c’è e crearlo è esattamente ciò che fa il visionario: vede nel presente qualcosa che gli altri vedranno solo nel tempo. A volte quella visione si realizza per mano di altri, perché chi l’ha avuta era troppo in anticipo. A volte fallisce, perché non tutte le visioni sono realizzabili, pensiamo ai cambi culturali che l’innovazione richiede prima ancora di potersi affermare.
L’imprenditore di Schumpeter è, in senso proprio, un artista dell’economia, e come ogni artista, non è riproducibile per successione. La capacità di vedere ciò che ancora non c’è non compare in nessun atto notarile, e allora ci si ritrova con imprese ricche di patrimonio e vuote di senso.
La tesi, a questo punto, si formula quasi da sé, la trasmissione generazionale sopravvive in buona salute quasi esclusivamente dove il lavoro conserva una dimensione espressiva, artistica e creativa, ma soprattutto che si contestualizza nel presente, e ciò le correnti musicali citate all’inizio dimostrano concretamente ciò.
E ciò che si trasmette, in questi ambiti, non è un sapere: è ciò che Vasilij Kandinskij chiamava necessità interiore , la spinta a creare una forma che ancora non esiste, e ciò che Walter Benjamin riconosceva come la fonte dell’aura la capacità di compiere un atto irripetibile.
Il cambio generazionale nelle imprese è bloccato o distorto dalla logica di continuità di un passato che, seppur ha generato un’impresa, non può generare la visione che il presente richiede, le visioni non si ereditano.
L’atto artistico, in senso largo, non è un’alternativa romantica al mondo del lavoro, ma è ciò che resta quando tutto il resto è diventato procedura eseguibile da una macchina.
L’impossibile trasmissione generazionale
L’automazione industriale non è solo sostituzione del lavoro manuale, è cancellazione sistematica di ogni dimensione del lavoro che non sia riducibile ad una procedura che permetta l’anonimizzazione di chi esercita il compito, la routine, e quindi facilmente sostituibile anche se dotato di titoli di studio.
Jacques Ellul, già negli anni Cinquanta, aveva identificato in quella che chiamava la technique un sistema autonomo che non si limita a servire l’uomo ma lo riorganizza secondo la propria logica: efficienza, prevedibilità, ottimizzazione.
La procedura non è neutra, è un dispositivo di potere. Chi progetta la procedura determina ciò che il lavoratore può fare, pensare, decidere. Chi la esegue è al servizio non del risultato, ma della struttura che l’ha generata.
Neil Postman ha portato questa intuizione alla sua conseguenza culturale: in Technopoly, la tecnologia non è più uno strumento al servizio della cultura umana, ma diventa essa stessa la cultura. Gli strumenti non vengono più usati dall’uomo, è l’uomo ad essere usato dagli strumenti.
In un’organizzazione interamente proceduralizzata, il lavoratore non ha nulla da trasmettere alla generazione successiva, non possiede un gesto, una visione, un atto proprio, possiede una posizione all’interno di un flusso disegnato da altri.
È in questa luce che va letta l’avanzata dell’intelligenza artificiale. L’IA non sta sostituendo il lavoro umano, sta sostituendo ciò che del lavoro umano era già stato svuotato di contenuto creativo.
I lavori interamente proceduralizzati, quelli in cui la persona esegue sequenze predeterminate senza margine di giudizio, interpretazione o invenzione, non sono lavori che l’AI “ruba”: sono pseudo-lavori che l’automazione porta alla loro conclusione logica. La macchina non fa che completare ciò che la proceduralizzazione aveva già iniziato.
Kandinskij e l’atto creativo
Se la procedura svuota il lavoro e l’automazione ne completa l’espropriazione, dove sopravvive ciò che è autenticamente trasmissibile? Per rispondere bisogna guardare là dove il rapporto tra chi insegna e chi apprende non è mai stato interrotto e chiedersi perché.
Nel mondo dell’arte, il rapporto maestro-allievo non è mai stato interrotto. Non nelle forme istituzionali, quelle sopravvivono, ma non sono il punto. Il punto è che ovunque un artista lavori accanto a un altro più giovane, qualcosa passa che non è tecnica, non è metodo, non è informazione. È qualcosa di più elementare e più difficile da nominare.
Vasilij Kandinskij, ne Lo spirituale nell’arte (1911), identifica il motore dell’opera in ciò che chiama necessità interiore (innere Notwendigkeit): l’artista non crea per rispondere a una domanda esterna, a un mercato, a una specifica, crea perché una forza interiore lo spinge verso una forma che ancora non esiste. Questa necessità interiore non è insegnabile come procedura, ma è trasmissibile per contagio: il maestro non insegna all’allievo cosa creare, ma gli mostra che si può creare a partire da quella spinta. La trasmissione artistica funziona perché ciò che si trasmette non è un sapere, ma un permesso, il permesso di ascoltare la propria necessità interiore e darle forma.
Walter Benjamin, ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), aveva colto la frattura decisiva. Ciò che rende l’opera d’arte irriducibile alla copia è la sua aura, l’hic et nunc dell’opera, la sua esistenza unica nel luogo in cui si trova. L’aura non è una qualità mistica, è la traccia dell’atto che ha generato l’opera, il fatto che quell’oggetto è stato creato qui, ora, da questa persona, in queste circostanze irripetibili.
La riproduzione tecnica, e oggi l’intelligenza artificiale generativa ne è il compimento estremo, può replicare l’aspetto dell’opera, ma non può replicare l’atto che l’ha generata. L’algoritmo può imitare stili, ricombinare elementi, generare soluzioni esteticamente coerenti in senso probabilistico. Ma non può incarnare la tensione biografica e culturale da cui nasce l’opera autentica. E in effetti se ci pensiamo, tutto ciò che viene generato deriva da materiale “morto”, depositato, superato, e quindi cosa può generare di vivente? Repliche e standard, ma nulla di originale. Può scrivere questo articolo? Certo, dopo che ha “imparato” e messo in memoria, ma nuovi pensieri si possono generare? Abbiamo già scritto degli Agenti AI e Adriano Olivetti, ma continuiamo.
Steiner, Goethe e il terzo regno
Ma c’è una dimensione ulteriore, che precede cronologicamente sia Kandinskij sia Benjamin e che ne illumina le radici. Rudolf Steiner, nelle sue prime opere, in particolare nelle Introduzioni agli scritti scientifici di Goethe e negli articoli raccolti in Basi metodologiche dell’antroposofia elabora una concezione dell’arte come terzo regno necessario, distinto tanto dal mondo sensoriale quanto da quello della ragione pura: un ambito in cui l’Idea si manifesta nell’individuale e non solo nel tutto. L’atto artistico, in questa visione, non è imitazione della natura bensì sua continuazione cosmica, «una continuazione, che scaturisce dall’anima umana, del processo cosmico». Arte e scienza condividono la medesima sorgente, il ricercatore traduce in pensieri le forze motrici della realtà, l’artista le imprime nel suo medium, ma l’arte dischiude ciò che nessun altro atto cognitivo potrebbe rivelare. Goethe, di cui Steiner fu curatore ed interprete, lo aveva intuito con una chiarezza che ancora sorprende: «Il Bello è una manifestazione di leggi segrete della natura, che senza la sua presenza non sarebbero mai state rivelate». E ancora: «Quando la natura comincia a rivelare all’uomo il suo segreto manifesto, egli prova un irresistibile desiderio del suo più degno interprete, l’Arte». Steiner integra questa visione sottolineando come Goethe fosse convinto che le grandi opere d’arte siano prodotte dall’uomo secondo leggi vere e naturali, esattamente come le più grandi opere della natura.
L’intuizione è radicale, l’atto artistico non è decorazione del mondo, non è commento soggettivo alla realtà, è il modo in cui la natura continua a crearsi attraverso l’essere umano. Dove Kandinskij parla di necessità interiore e Benjamin di aura irripetibile, Steiner e Goethe mostrano la sorgente comune, l’artista partecipa allo stesso processo creativo della natura, e l’opera autentica rivela leggi che senza quell’atto resterebbero per sempre nascoste.
L’artista fuori dall’atelier
Questa qualità non appartiene solo all’artista nel senso accademico. L’artigiano che forgia un oggetto unico, rispondendo al materiale con il proprio giudizio e la propria sensibilità, compie un atto creativo. L’agricoltore biodinamico che inscrive le proprie colture nel paesaggio, leggendo il terreno, rispondendo alla luce, creando quelle armonie di colore e forma che colpiscono viaggiatori e turisti senza che nessuno le abbia progettate a tavolino, compie un atto creativo. In entrambi i casi, il lavoro è espressione prima che produzione, il risultato è inseparabile dalla persona che lo ha generato.
Sono, nei termini di Steiner, continuazioni del processo cosmico attraverso l’anima umana, e per questo si trasmettono di generazione in generazione, come la natura stessa.
Dove la procedura, l’automatismo, prende il sopravvento sull’uomo, questa dimensione scompare. E con essa scompare ogni ragione per trasmettere qualcosa alla generazione successiva, perché non c’è più nulla di personale da trasmettere.
L’atto dimenticato
Kandinskij scriveva che l’artista sta all’apice di un triangolo spirituale, vede ciò che gli altri non vedono ancora, e ciò che esprime oggi sarà compreso domani. Benjamin aggiungeva che ogni opera autentica porta con sé la traccia irripetibile del gesto che l’ha creata, un gesto che nessuna tecnica di riproduzione può restituire. Steiner e Goethe andavano ancora oltre, l’arte rivela leggi della natura che senza di essa resterebbero per sempre segrete.
Queste intuizioni le ha confermate più di un secolo di storia, allora la domanda con cui chiudere non riguarda le imprese, la finanza o l’automazione. Riguarda noi.
Abbiamo costruito un mondo del lavoro in cui la trasmissione generazionale fallisce perché non c’è più nulla da trasmettere, le procedure si aggiornano, le posizioni si occupano, i flussi si eseguono.
Nessuno di questi atti richiede una generazione precedente che ne insegni il senso, perché il senso è stato progettato altrove, da altri, per altri scopi.
L’intelligenza artificiale non cambia questo quadro, lo porta a compimento, rendendo evidente che ciò che era già stato ridotto a procedura non aveva più bisogno di mani umane per essere eseguito. Intanto, in un atelier, un maestro sta mostrando a un allievo non come si dipinge, ma perché si dipinge. In un campo, un agricoltore sta decidendo dove piantare un filare non seguendo un algoritmo di ottimizzazione, ma ascoltando ciò che il paesaggio gli chiede.
Questi atti non compaiono in nessun rapporto sulla produttività. Non generano metriche. Non si scalano. Eppure sono gli unici che una generazione può autenticamente consegnare alla successiva, perché sono gli unici che nascono da una necessità interiore e non da un’istruzione esterna. Sono gli unici che continuano nell’anima umana e si possono trasmettere in opere artistiche, ma anche in imprese responsabili e consapevoli dei fini sociali che si danno, al di là di accumulo di capitale.
Note e riferimenti
Il Franti Agenti AI: la soluzione di Adriano Olivetti La Musica del Consenso del Dissenso Sayf a Sanremo 2026: la supposta del dissenso crea consenso
Joseph Schumpeter, «Unternehmer», in Handwörterbuch der Staatswissenschaften, 4ª ed., vol. VIII, Gustav Fischer, Jena, 1928, pp. 476–487. Contenuto in “L’imprenditore e la storia dell’impresa : scritti 1927-1949” Universale Bollati Boringhieri
Joseph Schumpeter, Theorie der wirtschaftlichen Entwicklung (1911), trad. it. Teoria dello sviluppo economico, ETAS
Jacques Ellul, La Technique ou l’Enjeu du siècle, Armand Colin, 1954; trad. it. La tecnica, rischio del secolo, Giuffrè, Milano, 1969
Neil Postman, Technopoly: The Surrender of Culture to Technology, Knopf, 1992; trad. it. Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1993
Vasilij Kandinskij, Über das Geistige in der Kunst (1911), trad. it. Lo spirituale nell’arte, SE, Milano. Il concetto di innere Notwendigkeit è sviluppato in particolare nella parte II del saggio.
Walter Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit (1936), trad. it. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino
Rudolf Steiner, Introduzioni agli scritti scientifici di Goethe (O.O./GA 1, 1884–1897) e Basi metodologiche dell’antroposofia. Raccolta di articoli sulla filosofia, scienza, estetica e psicologia 1884–1901 (O.O./GA 30), Editrice Antroposofica. Il concetto di arte come “terzo regno” è una sintesi interpretativa del pensiero estetico steineriano elaborato in queste opere.
Rudolf Steiner, Goethe, padre di una nuova estetica, conferenza del 9 novembre 1888, Vienna, in Arte e conoscenza dell’arte (O.O./GA 271), Editrice Antroposofica
Johann Wolfgang von Goethe, Massime e riflessioni, nn. 481 e 483 (ed. italiana: Rizzoli/BUR Classici, trad. Giametta, 2013; la numerazione può variare tra edizioni)
Rudolf Steiner, La concezione goethiana del mondo (O.O./GA 6, 1897; ed. italiana: Tilopa, Roma, 1991)
NB: Il dato secondo cui il passaggio generazionale nelle PMI italiane fallisce in circa 4 casi su 5 è confermato da molteplici fonti recenti. Solo il 30% delle aziende familiari sopravvive alla seconda generazione e appena il 12-13% arriva alla terza, con il risultato che circa l’80% delle imprese familiari cessa di esistere prima della terza generazione. Cfr. «Imprese familiari a rischio, il 92% delle PMI italiane affronta la sfida della successione», Fortune Italia, 22 maggio 2025 (dati Università Bocconi); «Passaggio generazionale: i numeri del rischio fallimento», Assoholding, 23 febbraio 2024 (dati Osservatorio AUB e Istat); «Aziende familiari e passaggio generazionale: il quadro aggiornato», Quotidiano Nazionale, 10 ottobre 2024. Il riferimento accademico di base è: J. Ward, Keeping the Family Business Healthy, Jossey-Bass, 1987. Per il contesto italiano: Osservatorio AUB sulle aziende familiari italiane (Corbetta, Quarato, XVI edizione, Università Bocconi / AIDAF, 2025); The European House-Ambrosetti / AIDAF, XIV edizione.
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