Astarte tacque per qualche istante, sospirando. Il giovane si accorse della lieve inquietudine che le passò per un attimo sul volto.
«Madre, il ricordo ti turba, forse?».
«Figlio caro, per me furono momenti difficili. Molte pulsioni mi tormentavano allora e molti sentimenti confondevano il mio cuore. Ma andiamo con ordine.
La flottiglia stava entrando nel porto. Con abilità consumata i piloti delle due navi da guerra che precedevano il convoglio, le fecero quasi ruotare su loro stesse — una in un senso, l’altra in senso opposto — in modo da tenere la prua al mare; così facendo permisero alle panciute e rotonde gauloi di attraccare facilmente ai moli predisposti. Mentre le passerelle di legno ed i corrimani scivolavano dagli scafi creando piani inclinati per facilitare lo scarico delle merci, sulla strada già si affollavano i carri che avrebbero preso la via dei magazzini in ogni parte dell’isola.
Contemporaneamente, sulle banchine, una folla di persone aspettava per riabbracciare parenti ed amici e farsi raccontare nel dettaglio tutto il trascorso di quelle sei lune, anche se, superato l’entusiasmo iniziale, i discorsi sarebbero inevitabilmente caduti sugli affari e sull’andamento del commercio.
“Calma, calma!” — gridò il capo dei mercanti appena sbarcato –—. “Solo alcune di queste navi potranno scaricare qui; il resto è destinato all’altra Ibosim!”.
Una piccola imbarcazione si era nel frattempo staccata da una delle biremi imponenti. Erano navi molto belle e slanciate di circa sessanta cubiti con rematori disposti su due file — trenta per fiancata — e larghe circa otto, con un ampio ponte che permetteva la presenza di truppe di terra, provviste ed armi. Lo scafo, dipinto di nero sul bagnasciuga della chiglia, mostrava a prua un occhio feroce che faceva da monito ai nemici e alle divinità del mare. I marinai raccoglievano velocemente l’ampia vela quadrata di lino, sorretta dall’albero maestro e dal pennone a croce, per mettere la nave in stallo: quello stesso pennone che veniva orientato durante la navigazione a favore di vento con gli stralli che ora pendevano inerti. Man mano che la nave si svuotava del suo contenuto umano, a prua affiorava un micidiale sperone lungo un paio di metri scintillante nel suo umido bronzo.
“Fa paura vero?” — disse una voce alle spalle di Agreo, rimasto con la bocca semiaperta per lo stupore.
“Per Bes, spero proprio di non trovarmi mai davanti quel mostro nemmeno nei sogni!”.
E, voltandosi, abbracciò Attar di cui aveva immediatamente riconosciuto la voce.
“Cognato mio, sono così felice che tu sia tornato! Spero che i lunghi mesi in mare non abbiano fatto dimenticare al tuo braccio come si tende un arco o come si impugna la lancia: nei prossimi giorni andremo a smaltire il benvenuto di mio padre a caccia!”.
“Posso salutare anch’io il mio sposo, nonché mio signore?”.
Astarte era splendida, in una tunica verde smeraldo allacciata in vita che le scendeva fino ai piedi, calzati per l’occasione con sandali di cuoio legati ai polpacci. Fiera nella sua acconciatura bruna fissata sulla nuca da un diadema d’oro e d’osso che rappresentava la dea Ashtart — cui doveva il nome —, lo osservava con gli occhi scuri e le lunghe sopracciglia, che le disegnavano uno sguardo assai profondo ed intenso».
Bevve un altro sorso di latte e poi riprese.
«Tuo padre era molto simile a tuo zio: alto e forte, tanto buono quanto generoso. Prendendomi per mano mi disse con un leggero inchino:
“Moglie mia, mia signora, quanto di più bello ho visto nei miei viaggi non ti assomiglia nemmeno un poco. Sono felice che tu sia venuta ad attendermi”.
“Era mio dovere e mio piacere”.
Di fronte a tuo nonno, Attar si inchinò rispettosamente.
“Mio signore”.
“Caro ragazzo, hai girato per troppe corti, ultimamente! Sono solo il capo di questa piccola città”.
“E il padre di questa splendida donna”.
“Vieni a casa, genero mio, ora dovrai rinfrescarti e riposarti. Stasera con il banchetto in tuo onore e per il tuo ritorno, ringrazieremo Asherat di averti protetto e Kusor di averti assistito”.
“Ti seguirò immediatamente non appena avrò dato le ultime disposizioni”.
All’equipaggio di una delle due navi da guerra, già sbarcato, era stato assegnato un giorno di libertà, terminato il quale si sarebbero dati il cambio.
“Temi dunque qualche attacco?” — gli chiedeva il cognato.
“Abbiamo dovuto difenderci da un paio di vascelli pirata di ritorno da Maiorica. Li abbiamo sconfitti: alcuni di loro, come servi, contribuiranno costruire le mura della nuova Ibosim, mentre gli altri guardano il cielo dal fondo del mare. Ma grande è stata la sorpresa quando uno di essi ci confessò che venivano da Berito. Ti rendi conto! Fratelli che assaltano fratelli per depredarli!”.
Taaut che precedeva il corteo intervenne nella discussione.
“Ma di cosa ti stupisci ragazzo mio: lo sai come siamo fatti noi Fenici. Apparentemente popolo unito e fiero, viviamo isolati nelle nostre città-stato; paghiamo i tributi e rispettiamo alcune regole comuni di legge, giustizia e capacità militare; tutto il resto è discrezionale, persino gli dei.
Non possiamo fare guerra alla seconda Ibosim perché preferiamo stare tranquilli nei nostri commerci, ma stai pure certo che se ci fossero dei buoni motivi…”
“Sarà” — intervenne Attar —, “ma stando così le cose non potremo mai essere una grande nazione come gli Egizi, conquistatori del mondo: solo con uno stato forte e centrale potremo essere temuti e rispettati lasciando fiorire i commerci e la pace!”
“Chissà che prima o poi” — ribatté Taaut — “gli uomini o gli dei non creino, almeno qui, un’unica, forte e potente Ibosim a spese di questa città destinata a diventare solo un piccolo borgo di pescatori.”
Io ascoltavo silenziosa quei discorsi da uomini.
La notizia del ritorno di Attar si era sparsa velocemente ed egli fu costretto, suo malgrado, a fermarsi nella piazza grande per salutare chiunque fosse lì.
“Amici miei” — disse —, “sono onorato di tanta accoglienza che credo di non meritare. Purtroppo sono di transito ma tra una luna al massimo, conto di fermarmi in questo villaggio dove vivrò per tutta la cattiva stagione, diventando come ben sapete difficile la navigazione quando cadono le foglie. Dunque, dal mio ritorno, mi renderò disponibile a trascorrere le serate al caldo del fuoco per raccontarvi ciò che ho visto navigando!”.
Giungendo a casa, tuo padre venne accolto dai servitori e dalle ancelle con grande giubilo e da queste accompagnato prima al bagno caldo e poi a quello freddo per ritemprare le membra.
“Mi occupo io di lui” — disse una ancella.
Si chiamava Belili. Era di poche lune più vecchia di me, figlia di una schiava di Reshep. Entrambe erano state affrancate ed accolte da Taaut.
Belili oltre alla bellezza resa più evidente dalla gioventù, aveva come virtù la simpatia e la schiettezza: le poche volte in cui si sarebbe meritata una punizione da parte del padrone, finiva tutto con uno scappellotto e un sorriso.
“Belili! Sapevo che avrei dovuto affrontare la tua brusca striglia per togliermi di dosso la polvere e la salsedine!” — le aveva gridato tuo padre —. “Sia dunque come vogliono gli dei!”
“Gli dei non lo so, ma sicuramente Belili lo vuole e lo deve” –— gli rispose scherzando.
Insieme alle altre ancelle spogliò Attar e lo fece immergere nell’acqua profumata di essenze; lo lavò con grasso e cenere, lo risciacquò nell’acqua fredda e lo asciugò. Provvide poi ad ungere il corpo atletico di oli profumati con i quali trattò anche i capelli che fermò sulla nuca con un fermaglio d’osso lavorato. Durante queste operazioni il suo sguardo indugiò un attimo di troppo ad osservare quel corpo e la sua virilità al punto da stappare un sorriso all’uomo.
“Cara Belili, mi pare di capire che quel mercante di sale che prima che partissi veniva a suonare il flauto sotto casa sia ultimamente troppo impegnato!”
Ella si riprese immediatamente con il consueto spirito.
“Né mercante di sale né mercante di olive: desidererei essere consumata fresca piuttosto che stagionata!” — gli rispose scanzonata.
Terminato il rito del bagno, Attar venne lasciato a riposarsi nell’attesa del banchetto; Belili era andata a cercarmi, trovandomi seduta nel giardino antistante la casa, all’ombra di un mirto.
“Sorella mia, missione compiuta! Il tuo uomo è stato ripulito a dovere!”
Vedendo che questo lazzo riuscì solo a strapparmi un debole sorriso, si preoccupò.
“Ma che ti succede? Tutti abbiamo notato il tuo inappuntabile comportamento all’arrivo di Attar: solo io e tuo padre, però, abbiamo percepito la freddezza del tuo animo. C’è dunque un altro uomo che occupa il tuo cuore e di cui non sono a conoscenza?
In tal caso mi candido io al subentro! Devo confidarti che poco fa osservando e toccando quel corpo nudo ho provato un calore che scendeva giù nell’inguine al punto da sentirmi… al punto che…”
Io consideravo Belili non come una serva ma come una confidente, l’unica amica alla quale potessi raccontare le mie gioie o i miei dolori. Al pari o forse più di una sorella.
“Ora che mi hai fatto sorridere amica mia, non temere: non sono gelosa. Un problema in effetti c’è ed è sotto gli occhi di tutti: sono sposata da tre anni con Attar e malgrado i suoi lunghi viaggi, abbiamo avuto modo di stare nell’intimità molte volte. Ma mentre le mie amiche hanno già avuto uno o due figli, io resto sempre con i tempi della luna. Sai come mi chiamano? Ashtarshalam e non hanno tutti i torti per come mi sento.”
“Povera amica mia, ma non temere, a tutto c’è rimedio. Prova a parlarne con il vecchio e saggio Shalam: forse lui troverà la soluzione”— mi disse convinta.
Povera Belili: non sarebbe bastato certamente quel vecchio sacerdote anche se avesse potuto frugare nelle profondità del mio cuore, figlio caro!
Il banchetto fu giustamente sontuoso: molte furono le portate di carne, pesce e crostacei accompagnate da legumi, olive e pane in quantità. Frutta di ogni tipo e dolci fatti con il miele allietarono quel desco insieme ai musici, al vino ed alcune bevande fermentate che aumentarono l’allegria del simposio. A notte fonda tutti si ritirarono.
Con tuo padre ci recammo finalmente nella nostra camera da letto dove sperai — lo confesso ancora oggi con vergogna — che tuo padre fosse stanco e mi chiedesse di dormire. Egli invece mi avvicinò alla finestra: la luna con la sua luce tenue creava ombre misteriose e fantastiche. Prima i suoi occhi si saziarono di me, poi lentamente la sua passione erose le mie resistenze accendendo anche la mia. Ma il mio cuore continuava ad essere confuso…».
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