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Le parole degli altri

Il pensiero in prestito come strategia di deresponsabilizzazione è ciò che Wittgenstein avrebbe definito seguire la FORMA di una regola senza capirne il senso.

Wittgenstein e il vizio nobile del pensiero in prestito

abstract

Analizziamo criticamente l’abitudine contemporanea di utilizzare citazioni filosofiche decontestualizzate come mezzo per evitare la responsabilità intellettuale. Attraverso il pensiero di Ludwig Wittgenstein, l’autore dimostra come estrapolare frasi dal loro “gioco linguistico” originale ne svuoti completamente il significato profondo. La riflessione evidenzia come il giornalismo culturale e il fact-checking spesso abusino di concetti come la somiglianza di famiglia per creare nessi arbitrari senza un reale sforzo critico. Invece di approfondire la conoscenza, questo approccio trasforma le parole d’autore in uno scudo dietro cui nascondere l’assenza di un’opinione personale originale. In ultima analisi, il testo esorta a recuperare una scrittura in prima persona che accetti il rischio dell’errore. Il vero atto morale del linguaggio consiste nel sostenere le proprie tesi con onestà intellettuale piuttosto che esibire passivamente il pensiero altrui.

«Quando si vede lo stile naturale, si è insieme stupiti e deliziati, perché ci si aspettava di trovare un autore, e si trova invece un uomo.»

«La vera eloquenza si fa beffe dell’eloquenza, la vera morale si fa beffe della morale.»

Blaise Pascal 1670

«Tutti i Cretesi sono bugiardi» Epimenide di Creta — Cnosso, VIII secolo a.C. – VII secolo a.C


C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che Ludwig Wittgenstein — il filosofo che più di qualunque altro nel Novecento ha insistito sulla necessità che ogni proposizione sia ancorata al contesto in cui nasce e vive — sia diventato uno dei grandi fornitori di citazioni decontestualizzate nei media culturali italiani ed europei. Aprire un articolo di giornale, un saggio divulgativo, un pamphlet che voglia darsi un’aria di profondità intellettuale senza troppa fatica, e trovare la sua celebre chiusura del Tractatus — «Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» — usata come sigillo autorevolissimo per chiudere qualsiasi discorso, è diventato un riflesso condizionato del giornalismo culturale. Il problema è che, applicata così, quella frase avrebbe fatto inorridire proprio l’uomo che l’ha scritta.

Conviene partire da qui: da questo paradosso piccolo e rivelatore. Perché se c’è una cosa che Wittgenstein ha sostenuto con insolita ostinazione nelle due stagioni del suo pensiero — quella del Tractatus Logico-Philosophicus del 1921 e quella delle Ricerche Filosofiche postume, 1953 — è che il significato non è una proprietà intrinseca delle parole, qualcosa che portano con sé come un bagaglio. Il significato è uso. È azione. È contesto. E quando si strappa una proposizione dal contesto in cui ha avuto senso, non si fa un omaggio all’autore. Lo si svuota.


Il gioco linguistico che non sai di stare giocando

Nelle Ricerche Filosofiche, Wittgenstein introduce uno dei concetti più fecondi e più maltrattati della filosofia contemporanea: quello di Sprachspiel, gioco linguistico. L’idea è radicale nella sua semplicità. Il linguaggio non è un codice unico e universale che sta sopra le pratiche umane descrivendo il mondo come una mappa descrive il territorio. È, invece, una molteplicità di pratiche, ciascuna con le proprie regole, i propri scopi, i propri criteri di senso. Dare un ordine è un gioco linguistico. Chiedere il prezzo di un chilo di mele è un gioco linguistico. Scrivere una poesia è un gioco linguistico. Fare una dichiarazione davanti al giudice è un gioco linguistico. Nessuno di questi giochi è traducibile integralmente in un altro senza perdita.

Ora: cos’è una citazione decontestualizzata se non un pezzo prelevato da un gioco linguistico e incollato in un altro? Quando un articolo di blog usa una frase di Foucault per commentare le restrizioni della pandemia, o una battuta di Gramsci per analizzare i meme dei social, o — appunto — la chiusura del Tractatus per dare un’aria di profondità a un commento qualunque, sta facendo esattamente ciò che Wittgenstein avrebbe indicato come fonte primaria di confusione filosofica: usare una parola lontana dalla sua patria.

«Quando i filosofi usano una parola e cercano di cogliere la sua essenza, bisogna chiedersi sempre: questa parola viene davvero usata così nella lingua in cui ha il suo patrio suolo?»L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche, §116

La risposta, il più delle volte, è no. Eppure continuiamo. Il meccanismo è comprensibile. Anzi, è seducente. La citazione d’autorità assolve a una funzione che possiamo chiamare di delega epistemica: invece di argomentare una tesi, ci si affianca a qualcuno che la tesi — o qualcosa che ci assomiglia abbastanza — l’ha già sostenuta, preferibilmente qualcuno morto da abbastanza tempo da non potersi difendere. Si risparmia fatica intellettuale, si guadagna autorevolezza prestata, e soprattutto — punto cruciale — si evita di esporsi in prima persona. Se la cosa non funziona, non è stato tu a dirla. Era Wittgenstein. O Nietzsche. O Heidegger, nei casi più disperati.


La famiglia si allarga all’infinito

C’è un secondo strumento filosofico di Wittgenstein che merita attenzione, perché è diventato — nelle mani del giornalismo culturale e del saggismo divulgativo — un lasciapassare per qualsiasi tipo di connessione intellettuale arbitraria. Si tratta del concetto di Familienähnlichkeit, somiglianza di famiglia. Wittgenstein lo introduce per spiegare come funzionano certi concetti generali, come «gioco», che non hanno una proprietà comune a tutti i loro casi ma sono tenuti insieme da una rete di somiglianze parziali e sovrapposte, come i tratti fisici che circolano in una famiglia senza che nessun singolo membro li possieda tutti.

È un’idea potente e onesta, che serve a smontare la pretesa essenzialista di trovare l’essenza nascosta delle cose. Il problema è che, come ogni strumento affilato, può essere usata malissimo. Nella pratica del giornalismo culturale e del pamphlet militante, la somiglianza di famiglia è diventata la giustificazione implicita di ogni apparentamento arbitrario: questo mi ricorda quello, quello riecheggia quest’altro, non è forse come quando, si direbbe quasi che. Un circuito di analogie che produce l’illusione del pensiero senza il suo esercizio. Perché se tutto somiglia a qualcosa, la somiglianza non è più un’informazione. È un rumore.

Wittgenstein sarebbe stato il primo a segnalare il problema. Nel suo metodo filosofico, l’analogia è uno strumento diagnostico, non costruttivo: serve a scoprire confusioni, non a creare argomenti. Un’analogia che non porta da nessuna parte, che non chiarisce nulla, che semplicemente connette per il gusto di connettere — per lui sarebbe stata qualcosa di peggio dell’errore. Sarebbe stata un intorbidimento deliberato del pensiero.


Asserire è un atto morale

Veniamo al punto più scomodo. Nel tardo Wittgenstein, in particolare nelle annotazioni raccolte in Della Certezza — scritte nei mesi finali della sua vita, come pensieri incompiuti su Moore e lo scetticismo — emerge con forza una distinzione che ha implicazioni che vanno ben oltre la filosofia accademica. La distinzione tra sapere e credere non è lì semplicemente una questione di grado di certezza soggettiva. È una questione di responsabilità linguistica. Sapere qualcosa implica la disponibilità ad essere tenuto responsabile di quella proposizione. Implica che si stia facendo, con le proprie parole, qualcosa che può fallire, può essere confutato, può rivelarsi sbagliato — e se si rivela sbagliato, è un fallimento di chi ha parlato, non della fonte a cui ci si è appoggiati.

Questo è esattamente ciò che la citazione deresponsabilizzata permette di evitare. L’autore che scrive «come ci ricorda Chomsky», «nella visione di Baudrillard», «per usare le parole di Benjamin», non sta asserendo. Sta esibendo. Sta esponendo merci nel negozio del pensiero senza dichiarare da dove vengono, a quale prezzo, in quale condizione. E soprattutto senza firmare il conto. Se qualcosa non torna, non è colpa sua. Lui non l’ha detto. Lo ha citato.

Il paradosso — e Wittgenstein avrebbe apprezzato il paradosso — è che questo comportamento, che si vuole umile e deferente verso i grandi del pensiero, è in realtà la forma più sottile di arroganza intellettuale. Perché presuppone di poter usare il pensiero altrui come materiale da costruzione intercambiabile, senza che il contesto in cui quel pensiero è nato faccia differenza. È il contrario esatto dell’omaggio. È la sua caricatura.

La scrittura in prima persona — «io ritengo», «la mia ipotesi è», «credo che», con tutte le sue fragilità esposte — è, paradossalmente, l’unica forma di modestia intellettuale autentica. Perché chi scrive così sa di poter sbagliare. Anzi, sa che sta scommettendo qualcosa. E quella scommessa, quella disponibilità all’errore riconoscibile, è la sola cosa che distingue il pensiero dall’opinion management travestito da cultura.


Il fact-checker e l’orfano delle fonti

Va detto, con la dose necessaria di fastidio, che questo problema non riguarda soltanto il giornalismo superficiale o il pamphlet di parte. Riguarda anche — forse soprattutto — quelle forme di scrittura che si credono al di sopra di esso: il fact-checking professionale, la divulgazione accademica pop, il saggio che fa i conti citando. Il fact-checker contemporaneo è strutturalmente una macchina citazionista. Verifica che le parole di X corrispondano a ciò che X ha effettivamente detto, che i numeri di Y corrispondano alla fonte di Y — ma non si chiede mai se X o Y stessero giocando in un gioco linguistico che rende quelle parole e quei numeri qualcosa di diverso da ciò che sembrano fuori contesto. Ha le mani pulite perché non tocca nulla. Verifica la superficie e si dichiara garante della sostanza.

Wittgenstein aveva già risposto a questo equivoco, in modo obliquo, parlando delle regole. Seguire una regola non è semplicemente applicarla meccanicamente: richiede una comprensione del contesto in cui la regola ha senso. Altrimenti si segue la forma della regola, non la regola. Il fact-checker che verifica la citazione senza verificare il gioco linguistico in cui la citazione aveva significato sta facendo esattamente questo: seguendo la forma.


Un silenzio che non è rassegnazione

C’è un modo, allora, di chiudere questo ragionamento che eviti sia la soluzione semplice — «bisogna citare meno e pensare di più», buona per uno slogan, inutile come indicazione — sia la resa intellettuale? Forse sì. Ma richiede di tornare all’ultimo Wittgenstein e prenderlo sul serio anche dove è scomodo.

In Della Certezza, Wittgenstein scrive che il dubbio ha senso solo all’interno di un sistema che non si dubita. Non si può dubitare di tutto contemporaneamente: il dubbio stesso presuppone qualcosa di fermo su cui appoggiarsi. Applicato al nostro tema: non si chiede all’autore di rinunciare alle fonti, alle citazioni, ai riferimenti. Si chiede che il sistema su cui si appoggia — il suo punto di vista, la sua prospettiva, la sua scommessa interpretativa — sia dichiarato, non nascosto. La citazione come prova di una tesi che hai la responsabilità di sostenere è cosa del tutto diversa dalla citazione come sostituto di una tesi che non hai la responsabilità di formulare.

La frase finale del Tractatus — «di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» — viene di solito letta come una sentenza mistica, o come un invito alla modestia di fronte all’indicibile. Forse, più prosaicamente, era un invito a smettere di parlare quando non si ha nulla da dire in prima persona. Che nella produzione culturale contemporanea sarebbe già una rivoluzione silenziosa e radicale. Forse la più difficile.




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Ennio Martignago