Riassunto
Cerchiamo online cosa ne pensa la critica internazionale di “Eternal Spring”, il primo disco a proprio nome del sassofonista britannico Jack Wyllie — noto soprattutto come cofondatore dei Portico Quartet, candidati al Mercury Prize nel 2008 — e scopriamo qualcosa che ci interessa più del disco stesso: almeno quattro negozi di dischi diversi hanno pubblicato, spacciandola per recensione, la stessa identica frase promozionale della Gondwana Records. Non è un complotto, è solo pigrizia editoriale diffusa, ma ci ricorda ancora una volta quanto poco valga il consenso quando è fatto di copia e incolla. Tolta la carta velina del comunicato stampa, restano tre giudizi genuinamente indipendenti — la rivista americana All About Jazz, il portale olandese Written in Music, gli ascoltatori spontanei di Bandcamp — che convergono davvero sulla stessa cosa: un disco solido, costruito con mestiere, non un capolavoro annunciato per decreto. Wyllie ha aspettato i quarant’anni per firmare un lavoro a proprio nome, dopo una vita passata tra Portico Quartet, Szun Waves, Forgiveness e Paradise Cinema, e lo ha registrato tra una chiesa di Londra e lo studio di Max Richter, con al fianco la violoncellista Dobrawa Czocher, il mezzosoprano Lotte Betts-Dean e, in chiusura, Hania Rani. Il risultato si muove nello stesso quartiere affollato di Nils Frahm e Jon Hopkins, ma con un pedigree compositivo — quello del post-jazz minimalista britannico — che gli permette di starci con più diritto della media. Non assegniamo voti in decimi: dopo aver tolto il rumore del marketing, quello che resta nelle orecchie basta a farne, questa settimana di settembre, il disco del Franti.
Come un comunicato stampa della Gondwana Records è diventato, per almeno quattro negozi di dischi diversi, il giudizio unanime della critica internazionale su “Eternal Spring” di Jack Wyllie
Bastano due minuti di ricerca per trovare, su altrettanti siti diversi — un negozio di dischi con sede a Manchester, uno specializzato in vinili, un altro ancora — la stessa identica frase, parola per parola: un disco che “luccica, incresta, germoglia e fiorisce”, capace di rivelare la magia che ci circonda allontanandoci per un istante dalle nostre circostanze quotidiane. Non è un caso di plagio reciproco tra rivenditori distratti: è, molto più semplicemente, il comunicato stampa della Gondwana Records, incollato di peso al posto di una recensione. Funziona, va detto: legge bene, suona sincero, e nessuno dei negozi ha barato, perché nessuno ha mai sostenuto di aver scritto una recensione propria. Il problema — piccolo, non drammatico, ma istruttivo — è che a forza di ricopiarsi l’un l’altro quel paragrafo comincia a somigliare a un consenso critico internazionale. Non lo è. È una voce sola, ripetuta con convinzione.

Quello che resta quando si toglie la carta velina
Tolto di mezzo il coro sincronizzato dell’ufficio stampa, quello che resta è più interessante, e più vero. La testata americana All About Jazz ha scritto una recensione vera, con una voce propria e un’immagine che vale la citazione: paragona la scrittura di Wyllie a uno stormo di storni, quella massa fluttuante che si muove come un organismo solo senza che nessun uccello urti l’altro, per poi ammettere che il fenomeno, per quanto elegante come metafora, resta scientificamente non del tutto spiegabile — proprio come la qualità di questo disco, sostiene la rivista, non si lascia ridurre a formula. Il portale olandese Written in Music, che di aggettivi a buon mercato di solito non ne regala, lo colloca tra i dischi dell’anno. E più sotto, senza che nessuno li abbia pagati per farlo, decine di ascoltatori su Bandcamp discutono la propria traccia preferita con la stessa cura con cui altri discuterebbero di una partita. Tre fonti indipendenti che si incontrano sullo stesso giudizio sono un indizio molto più solido di quattro negozi che copiano lo stesso comunicato.
Un debutto in ritardo, apparentemente
Jack Wyllie ha aspettato la soglia dei quarant’anni per pubblicare un disco a proprio nome, il che, detto di un musicista già cofondatore dei Portico Quartet — candidati al Mercury Prize nel 2008 con “Knee-Deep in the North Sea” — di un terzo del trio quasi interamente improvvisato Szun Waves, di metà del progetto elettronico Forgiveness e di collaborazioni che vanno da Paradise Cinema a Circle Traps, suona meno come pigrizia e più come un uomo che aveva altro da dire prima di dire “io”. “Eternal Spring”, uscito l’11 settembre per la Gondwana Records — l’etichetta di Manchester che ha lanciato, tra gli altri, GoGo Penguin e Mammal Hands, il che colloca subito il disco in un quartiere sonoro piuttosto affollato — è stato registrato tra la chiesa di Saint Thomas a Clapton, lo studio Richter Mahr di Max Richter e i Fish Factory Studios di Londra: tre indirizzi che, messi in fila, raccontano da soli l’ambizione del progetto meglio di qualsiasi biografia stampa.

Ospiti, non ornamenti
Il sassofono soprano e il flauto di Wyllie restano il centro gravitazionale, ma il disco vive delle sue collaborazioni puntuali: la violoncellista polacca Dobrawa Czocher in “Actor”, il mezzosoprano australiano Lotte Betts-Dean nella title track, e in chiusura Hania Rani — non una comparsata, ma vera coautrice di “Yesterday Today”, ultimo brano dell’album, che secondo chi lo ha ascoltato in anteprima parla proprio dell’inevitabilità del cambiamento: chiusura pungente per un disco che nel titolo promette l’eternità. In “Juniper” la voce di Wyllie entra solo dopo il terzo minuto, sostenuta fino a quel momento da una dolceola, strumento raro quanto il suo nome lascia intuire — un dettaglio che qualifica più di mille aggettivi entusiasti.

Il quartiere è affollato, il disco no
Resta la domanda che ogni disco “ambient e speranzoso” del 2026 dovrebbe porsi da solo, prima che lo faccia un critico: quanto di questa bellezza pastorale è scelta compositiva e quanto è semplicemente l’arredamento sonoro di un’epoca che ha eletto Nils Frahm e Jon Hopkins a colonna sonora di ogni piattaforma di streaming che voglia sembrare riflessiva? I riferimenti dichiarati da Wyllie stesso — Ryuichi Sakamoto, John Adams, John Surman, James Holden, e soprattutto “Arbour Zena” di Keith Jarrett, il disco ECM del 1976 con Jan Garbarek e Charlie Haden che per primo rese rispettabile il jazz da cattedrale — suggeriscono però una genealogia più lunga e più seria di quella coperta dall’etichetta “musica per rilassarsi”. E il pedigree conta: chi ha già scritto la storia del post-jazz minimalista britannico con i Portico Quartet non sta scoprendo ora la parola “atmosfera”, la sta amministrando con più cognizione di causa della media del quartiere.

Il Franti non assegna voti in decimi — pretenderebbero un’oggettività che la critica musicale non possiede, e servirebbero solo a litigarci sopra nei commenti. Diciamo allora, senza numeri, che “Eternal Spring” si difende meglio da solo di quanto abbia fatto il suo ufficio stampa: la stessa disinvoltura con cui almeno quattro negozi hanno copiato lo stesso paragrafo dovrebbe far riflettere su quanto poco, in fondo, serva davvero un testo di accompagnamento a un disco che tiene per sé stesso. Il disco della settimana, appunto — non perché ce lo dica un comunicato, ma perché è quello che, tolto il rumore, resta ancora nelle orecchie.
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