A cinquant’anni suonati e con ventisette di carriera alle spalle, Simon Green mette in un disco la stanchezza di chi il giro disco-tour lo ha percorso fin troppe volte — e per la prima volta lascia il sospetto che non sia solo un modo elegante per dire basta.
C’è un cortocircuito piuttosto godibile all’origine diDistance in Static, ottavo album in studio di Bonobo uscito l’11 settembre per Ninja Tune, quattro anni dopoFragments. Simon Green, cinquant’anni compiuti, inglese di Brighton trapiantato a Los Angeles, racconta di essere arrivato a un punto in cui il meccanismo che lo tiene in vita da quasi tre decenni — disco, tour, disco, tour — gli va stretto, e che preferirebbe lasciare che l’ispirazione arrivi da sé invece di inseguirla a comando. Il disco che ne è uscito parla, per sua stessa ammissione, di cercare un segnale a distanza, di trovare un senso dentro il rumore di fondo. Il dettaglio delizioso è che a raccontarlo così è un uomo che quel rumore lo produce da un palco, e che il disco sulla ricerca del segnale lontano lo ha in buona parte registrato mentre era, letteralmente, lontano — in tournée, tra un soundcheck e l’altro.
Un divano, una cucina, un corridoio a Vienna
Non è una metafora, è cronaca di produzione: pezzi diDistance in Staticsono nati su un divano, in una cucina, e — nel caso di “Talk To Me”, il brano costruito insieme alla sua vocalist di tour Nicole Miglis — su un iPhone, in un corridoio di un teatro a Vienna, tra un concerto e l’altro. È lo stesso Green che nel 2022 aveva portato la sua formula ibrida, a metà tra il set da DJ e il concerto con banda dal vivo, a chiudere una residenza di cinque serate alla Royal Albert Hall di Londra: il tipo di traguardo che di solito segna un culmine, non un punto di ripartenza. Che proprio da lì in poi cominci a serpeggiare la voglia di rallentare non stupisce granché; che il disco nato da questa stanchezza suoni, nei momenti migliori, come uno dei più mossi della sua discografia recente, è già un primo piccolo rovesciamento.
Il ranch di Neil Young e il coro del mondo
Buona parte del materiale è stata assemblata durante un soggiorno al Broken Arrow Ranch di Neil Young, in California: un luogo bucolico, ostinatamente analogico, scelto per mettere ordine in un disco ossessionato dalle interferenze elettroniche — un altro piccolo capovolgimento che Green pare essersi goduto in silenzio. Attorno a quel nucleo si sono aggiunte sessioni a Los Angeles, Tokyo e Londra, e un coro di voci internazionali che è ormai la cifra riconoscibile di ogni suo disco. Joy Crookes presta la voce a “Always on Your Side”, ballata soul dagli arrangiamenti lussureggianti che riporta indietro fino ai tempi d’oro della Ninja Tune trip-hop; Nilüfer Yanya innerva “Youth’s Fountain” di un parlato-cantato spigoloso, tra fiati dissonanti e percussioni jazzate; Ichiko Aoba, in “Equinoctial”, canta come se si trovasse in mezzo a un bosco incantato; Aanya Martin firma “Can’t You See”, forse il brano che più di tutti sembra la fotografia del desiderio di Green di uscire dalla propria routine; Arooj Aftab porta l’urdu dentro l’elettronica ipnotica di “Fire on the Water”; e a chiudere il disco, in “Mercury”, arriva il guzheng di Kanako Yamamoto, strumento a corde cinese che pochi si aspetterebbero in un disco di Ninja Tune. Non manca il lato più ballabile e solare che Green riserva ai propri DJ set: “Drift” e “Cycles” pescano nella house, mentre “ID700” e “Me and You” — quest’ultimo costruito attorno al campionamento di una registrazione sul campo malawiana del 1950 — riportano a galla le radici UK garage che Bonobo non ha mai davvero abbandonato.
Il verdetto che nessuno vuole dare per primo
Sulla resa finale, la critica specializzata internazionale si è divisa in modo istruttivo. C’è chi, comeClash, lo definisce il lavoro più riuscito di Green daThe North Bordersdel 2013; chi, comeMusicOMH, gli assegna quattro stelle su cinque parlando di un’urgenza nuova nelle collaborazioni vocali rispetto ai suoi standard più contemplativi; chi, comeAllMusic, lo considera un disco ben calibrato tra tensione e distensione, pur non all’altezza diBlack Sands. E poi c’è chi, comeStereoboard, coglie in filigrana la sensazione opposta: un artista che ha trovato la propria formula e ormai la esegue quasi in pilota automatico, sofisticata quanto basta per accompagnare la hall di un albergo di tendenza in qualunque città del mondo — un giudizio tagliente, ma non meno legittimo di quello opposto. Le medie aggregate dei portali di settore restano infatti su un consenso tiepido, né trionfale né liquidatorio, e questo prima ancora di considerare che qualunque narrazione sull’ultimo disco “vero” di un artista arriva sempre insieme a un comunicato stampa che ha tutto l’interesse a farla suonare più definitiva di quanto forse sia.
Resta il fatto — questo sì verificabile, non un’opinione tra le altre — che Green ha dichiarato di immaginare per sé, dopo questo disco, un futuro fatto di colonne sonore, installazioni e formati più piccoli, lontano dal ciclo tour-con-banda-al-completo che lo ha portato da Glastonbury a Coachella al Fuji Rock. Se sia un vero commiato o solo l’ennesimo modo elegante di restare sulla scena, mentre la si annuncia in via di abbandono, è esattamente il tipo di segnale cheDistance in Staticinvita ad ascoltare con un orecchio scettico: il rumore di fondo, in fondo, dice sempre qualcosa di diverso a seconda di chi lo ascolta.
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