Il 30 ottobre 2026 è stato un venerdì affollato per chi vive di chitarre. Nello stesso giorno sono usciti il nono album dei Queens of the Stone Age e l’ottavo degli Editors: due band nate a qualche anno e qualche migliaio di chilometri di distanza, una figlia del deserto californiano, l’altra delle periferie grigie di Birmingham. A prima vista non hanno nulla in comune, se non una certa abitudine a vestirsi di nero. Eppure i due dischi sembrano usciti dallo stesso consiglio di amministrazione, quello che a un certo punto della carriera convoca il rock di mezza età e gli comunica che è ora di abbassare il volume.
Entrambi rinunciano al muro di suono che li aveva resi riconoscibili, Josh Homme alle chitarre sature, Tom Smith ai sintetizzatori. Entrambi rivendicano l’imperfezione, il lavoro di gruppo, la presa diretta, il conteggio a voce prima di attaccare: una specie di certificato di autenticità artigianale, esibito proprio mentre l’industria discute di musica generata dagli algoritmi. Ed entrambi hanno ottenuto lo stesso curioso risultato con la critica internazionale. Chi li applaude e chi li stronca usa gli stessi aggettivi, semplice, caldo, adulto, spoglio, e cambia soltanto il segno davanti.
Le due recensioni che seguono vanno lette così, come due esperimenti paralleli sulla stessa domanda. Che cosa succede a una band rock quando smette di dover dimostrare qualcosa? La risposta, come spesso accade, dipende meno dai dischi che da chi li ascolta, e da quanti anni aveva quando li ha scoperti.
Il mandolino della discordia
“Surface, Echo & Sound”, l’ottavo album degli Editors, torna alle chitarre e al lavoro in sala prove. Per qualcuno è la maturità ritrovata, per altri il disco di un padre in pensione. Il curioso è che dicono quasi la stessa cosa

Fra tutti gli strumenti che si potevano mettere al centro di un disco degli Editors, il mandolino era probabilmente l’ultimo della lista. Parliamo di una band di Birmingham nata a metà degli anni Duemila nell’ondata del revival post-punk, quella delle camicie nere, dei bassi pulsanti e delle voci baritonali che facevano pensare a Joy Division e Interpol, e che nell’ultimo decennio si era spinta sempre più dentro l’elettronica, fino al muro di sintetizzatori diEBM. Eppure Justin Lockey, chitarrista e produttore del nuovo album, ha raccontato che il mandolino è diventato “un personaggio importante” del disco, al punto da disegnare buona parte dei ritmi insieme alla chitarra acustica e alla batteria. Va tenuto a mente, quel mandolino, perché nel giro di una settimana dall’uscita è diventato il simbolo perfetto di come la critica europea si sia divisa davanti aSurface, Echo & Sound: lo stesso dettaglio, per qualcuno un tratto di carattere, per qualcun altro una toppa cucita a caso.
Il ritorno nella stanza
I dati di partenza sono semplici. Il disco è uscito il 30 ottobre 2026 per Play It Again Sam, l’etichetta belga che accompagna la band da anni, e arriva quattro anni dopoEBM, l’album del 2022 costruito insieme a Benjamin John Power, il produttore elettronico che firma come Blanck Mass. Lì gli Editors avevano trattato lo studio come un secondo cantante; qui hanno fatto il percorso inverso. Tom Smith si è presentato con abbozzi acustici essenziali, e la band è tornata a scrivere suonando insieme in una stanza, come all’inizio della carriera, ritrovandosi nell’estate del 2025 nella campagna del Gloucestershire. Il risultato sono undici canzoni anticipate da tre singoli, “Call It In”, “The Rush” e “Seriously”, con un filo tematico che Smith ha descritto più o meno così: la paura, e il sollievo che può dare la presenza degli amici e delle persone che si amano.
Il primo segnale arriva già dal brano d’apertura, che dà il titolo all’album e comincia con un conteggio a voce, uno-due-tre, seguito da una chitarra acustica. È il modo più esplicito che esista per dire all’ascoltatore che non c’è trucco, che quella che sente è una band nella stanza e non un software che ha corretto ogni respiro. Il che, nell’anno in cui mezza industria discografica discute di intelligenza artificiale, è una dichiarazione quasi politica. O un’operazione di marketing particolarmente furba, il che non esclude la prima ipotesi.

Chi applaude
Sul fronte favorevole c’è una costellazione di testate più che un plebiscito. Il sito irlandese XS Noize gli dà quattro stelle su cinque e consideraEBM, col senno di poi, un passo falso, un’immersione elettronica che aveva sacrificato il polso umano della band; il recensore ammette di esitare a usare la formula “ritorno alla forma”, ma alla fine non trova di meglio, e apprezza soprattutto che la scaletta non bruci tutte le carte migliori nei primi tre pezzi. Il neozelandese 13th Floor lo colloca fra le uscite più sicure ed emotivamente riuscite della band e gli riconosce una saggezza rara: quella di non inseguire l’ombra di “Papillon”, il singolo del 2009 che resta l’inno per cui gli Editors verranno ricordati anche quando avranno smesso. In Francia Sound of Violence parla di un ritorno decisamente convincente e gli assegna quattro punti su cinque, mentre in Spagna Mercadeo Pop lo saluta con l’aggettivo più spagnolo possibile,guapo, in vista dei concerti iberici di gennaio.
Il riconoscimento più acuto, però, viene da una recensione britannica di Gigshack, che osserva come gli Editors siano stati per vent’anni descritti come una band cupa da persone che poi, nel citarli, sceglievano sempre i versi pieni di speranza.Surface, Echo & Sound, secondo questa lettura, è il disco che smette di scusarsi per quella contraddizione e lascia che il calore occupi il posto che un tempo era riservato al marchio di fabbrica della malinconia. È un’osservazione che vale più di molte stelle: spiega perché un pubblico abituato al nero si trovi spiazzato da un disco color verde muschio.
Chi sbadiglia
Sul fronte opposto le parole sono meno diplomatiche. The Arts Desk titola che gli Editors hanno rallentato un po’ troppo presto e descrive il passaggio dall’elettronica a qualcosa che somiglia alle riflessioni di un padre quasi in pensione. Secondo il recensore il disco suona come il progetto solista che un artista mette insieme a fine carriera per dare una casa alle canzoni scartate, e fa sembrare Tom Smith, che ha quarantacinque anni, molto più logoro di quanto dovrebbe. Under the Radar è più indulgente e gli dà 7 su 10, ma registra un trasloco preciso: dalla malinconia spigolosa degli esordi verso la stratosfera rassicurante abitata da Coldplay, U2 e Snow Patrol. Apprezza le linee di basso e il potenziale radiofonico, ma trova che i brani lenti perdano slancio, compreso quello d’apertura, che gli ricorda Springsteen.
Il dato aggregato racconta un’accoglienza tiepida più che divisa. Album of the Year, a pochi giorni dall’uscita, contava appena sei recensioni professionali per una media di 69, con un voto degli utenti di 66 su meno di ottanta valutazioni. Record Collector si ferma a 60. Nessun disastro, nessun trionfo, e soprattutto pochi interventi: la grande stampa musicale anglosassone, quella che nel 2005 incoronava gli Editors fra le promesse del rock britannico, sembra aver deciso che la band non è più una notizia. È un silenzio che dice qualcosa, ma non necessariamente sul disco. Dice piuttosto che il baricentro del gruppo si è spostato da tempo sul continente, tra Belgio, Paesi Bassi, Francia e Italia, dove gli Editors riempiono palazzetti con una regolarità che in patria non hanno mai davvero conosciuto. Non a caso le radio belghe e francesi hanno trattato l’uscita come un evento, con concorsi, interviste e date annunciate per il 2027.
L’Italia fa due recensioni
Il caso italiano è il più istruttivo, perché la divisione si consuma dentro la stessa testata. Indie for Bunnies ha pubblicato una recensione favorevole, che descrive una band capace di ripartire dalle origini e di riadattarle al presente, e poi, nella rubrica dedicata ai dischi che dividono, una controrecensione che gli assegna 5 e lo chiama senza troppi giri di parole un buco nell’acqua. L’accusa è di scrittura facile, che arriva alla pancia e non al cuore, di ritornelli usa e getta con ambizioni da stadio più vicine agli Snow Patrol che agli U2, e di quel famoso mandolino buttato nella mischia a casaccio. Il passaggio più rivelatore è un lamento quasi sentimentale: “Rescue”, scrive il recensore, sarebbe stata un capolavoro con gli Editors di “The Back Room” e con la chitarra di Chris Urbanowicz, il chitarrista che ha lasciato la band nel 2012. Humans vs Robots, dal canto suo, si ferma a due stelle e mezzo e riassume il tutto con un titolo che è già una diagnosi: alla ricerca dei fasti perduti.
Lo stesso aggettivo, due sentenze
Se si mettono le recensioni una accanto all’altra, emerge un fenomeno curioso. Chi loda e chi stronca descrivono lo stesso disco con quasi gli stessi aggettivi: semplice, caldo, adulto, rilassato, organico, lontano dall’urgenza degli esordi. Cambia solo il segno. La semplicità che per 13th Floor è fiducia nella forza di una buona canzone diventa, per The Arts Desk, ingenuità da band scollegata dai problemi del presente. Il paragone con gli Snow Patrol, che per Under the Radar è una constatazione di potenziale commerciale, per Indie for Bunnies è un insulto. E il mandolino, ancora lui, è un personaggio per chi lo ha suonato e un oggetto smarrito per chi lo ha ascoltato.
È il genere di disco in cui la recensione racconta più del recensore che dell’album. Chi ha amato gli Editors per la loro tensione nervosa e per le chitarre taglienti diThe Back Roomvi sentirà un tradimento; chi ha sempre sospettato che sotto il cappotto nero ci fosse una band di cantautori sentimentali vi troverà una confessione finalmente onesta. Nessuno dei due ha torto, e nessuno dei due ha del tutto ragione. Ha ragione forse la recensione della Scottish Music Network, che ammette di non aver saputo cosa aspettarsi e di aver trovato il disco più interessante a ogni ascolto: è un’ammissione di incertezza, merce rara in un mestiere che vive di verdetti emessi entro le ventiquattr’ore.
Il consiglio, a questo punto, è il più banale e il meno praticato: ascoltarlo prima di decidere da che parte stare, magari una seconda volta senza pensare a “Papillon”. Se alla fine il mandolino vi sembrerà ancora fuori posto, potrete consolarvi pensando che gli Editors, dopo vent’anni, sono riusciti a far litigare la critica su uno strumento che di solito accompagna le serenate. Per una band nata vestita a lutto, è un risultato quasi comico. E forse, chissà, era proprio questo l’obiettivo.
Perfecth, ovvero l’arte di sbagliare l’ortografia prima che lo facciano gli altri
Il nono album dei Queens of the Stone Age divide la critica internazionale meno di quanto sembri, e la divide proprio dove la band aveva previsto. Cronaca di un disco che si è comprato l’assicurazione contro le stroncature

C’è un numero di telefono californiano, prefisso 760, quello del deserto di Palm Springs, a cui per settimane chiunque ha potuto chiamare per lamentarsi dei Queens of the Stone Age. Non è uno scherzo di qualche fan deluso: è la “linea ufficiale dei reclami” aperta dalla band stessa durante la promozione del nuovo album, con tanto di promessa che dall’altra parte del filo, ogni tanto, potesse rispondere un essere umano. Poi c’è il titolo,Perfecth, con quella acca in coda che fa impazzire il correttore automatico e che Josh Homme ha spiegato più o meno così: la parola “perfetto” non è mai stata onesta, perché niente al mondo lo è, ma tutto, in compenso, può essere “perfecth”. E c’è infine la metafora ufficiale del disco, il kintsugi, l’arte giapponese di riparare la ceramica rotta riempiendo le crepe d’oro.
Mettete insieme i tre elementi e avrete un capolavoro, non necessariamente musicale, di comunicazione preventiva. Un disco che si dichiara imperfetto prima di essere ascoltato, che invita a lamentarsene prima di uscire, che trasforma le proprie fratture in decorazione. È difficile stroncare qualcuno che si è già stroncato da solo con tanta eleganza: qualsiasi critica arriva in ritardo, come un vigile che multa un’auto già parcheggiata in divieto per protesta. Vale la pena tenerlo a mente mentre si legge la rassegna stampa, che è il vero argomento di questo articolo.
Che cosa c’è dentro
I fatti, prima delle opinioni.Perfecthè uscito il 30 ottobre 2026 per Matador, è il nono album in studio della band e arriva tre anni dopoIn Times New Roman…. Nove canzoni, prodotte da Homme insieme al bassista Michael Shuman, registrate a pezzi tra Los Angeles e New Orleans negli intervalli di un tour che ha visto la band aprire gli stadi nordamericani per i Foo Fighters e girare l’Europa con i System of a Down. La formazione è quella stabile degli ultimi anni: Homme, Troy Van Leeuwen, Shuman, Dean Fertita, Jon Theodore.
La genealogia più interessante, però, è sotterranea in senso letterale. Nel 2025 la band aveva registratoAlive in the Catacombs, una rilettura spoglia del proprio repertorio suonata nelle catacombe di Parigi, tra le ossa di qualche milione di parigini che non avevano chiesto un concerto. Diversi recensori vedono lì l’origine del nuovo suono: meno muro di chitarre, più spazio, archi, chitarre acustiche, groove rallentati. Il tema dichiarato è l’amore, ma nella sua versione meno patinata: la distanza, la scomparsa improvvisa di chi era tutto, la rabbia, la nostalgia. Homme ha descritto il singolo “Insignificant Other” come una canzone sulla vertigine di chi si ritrova dalla parte di chi viene lasciato.
Due curiosità che dicono molto del metodo. “Easy Street”, primo singolo con la cantante country Nikki Lane, è un pezzo folk-psichedelico quasi pop. E “Sunday” è una canzone che Homme aveva scritto perPost Pop Depression, l’album realizzato con Iggy Pop nel 2016, qui ripresa e trasformata in una specie di disco music francese: un autore che si riprende un brano già regalato a un altro, come Bowie e Iggy facevano con “China Girl”, a dimostrazione che nel rock le canzoni non si cedono, si prestano.
Il plebiscito dei numeri

Guardata dall’alto, la ricezione è quella di un successo. Metacritic, che a una settimana dall’uscita aggregava sedici recensioni, assegna 80 su 100, con quattordici giudizi positivi, due misti e nessuno negativo. Album of the Year, che ne contava ventiquattro, si ferma a 78. Fin qui, il quadro di un disco “generalmente apprezzato”, come recita la formula di rito.
Scendendo nel dettaglio, l’entusiasmo cresce. AllMusic gli dà 90 e lo descrive con un’immagine efficace: come se qualcuno avesse raccolto in un solo album tutte le “canzoni lente” dei dischi precedenti, ottenendo l’opera più umana e meno affettata della band. Record Collector si spinge più in là e lo mette accanto ai classici, specificando con un certo coraggio che il confronto regge perfino conSongs for the Deaf. Il sito australiano The AU Review gli dà cinque stelle su cinque, l’inglese Louder Than War quattro e mezzo. NME parla del lavoro più intimo e avventuroso della loro carriera, un “terzo atto” in cui i veterani del rock desertico si avventurano nel territorio dei sentimenti, e individua le parentele con lo spirito libero delleDesert Sessionse con la profondità emotiva di…Like Clockwork.
Più temperati ma favorevoli Kerrang!, che premia la scelta di un disco introverso proprio dopo un’estate di stadi, e musicOMH, che lo considera il miglior album della band da parecchio tempo pur ammettendo che non ha la portata epica diRated Ro diSongs for the Deaf. Stephen Thomas Erlewine, uno dei critici più autorevoli in circolazione, lo definisce un disco elegante e sommesso in cui i Queens “si comportano secondo la loro età”, formula che può essere letta come un complimento o come un necrologio a seconda di quanti anni ha chi legge.
Le crepe senza oro
Poi ci sono quelli che non hanno sentito la necessità di dorare le fratture. Sputnikmusic, sito in cui scrivono appassionati più che professionisti, gli assegna 2,5 su 5 con un titolo che gioca sull’acca: un disco mediocre in modo perfecth. L’argomento è semplice e non stupido: molte di queste canzoni, su un album migliore dei Queens, sarebbero riempitivi gradevoli ma dimenticabili. E qui il recensore fa un gesto di onestà rara, ammettendo che daSongs for the Deafin poi c’è sempre qualcuno pronto a dichiarare la band finita, a intervalli regolari, appunto come un orologio. La stroncatura, insomma, sa di appartenere a una tradizione.
Louder, la testata britannica che ingloba Classic Rock, rimprovera al disco di sbilanciarsi un po’ troppo verso lo storto e il bizzarro, come se il titolo fosse diventato un programma più che una battuta. E Kerrang!, pur promuovendolo, si concede una delle frasi più gustose della stagione per un singolo pezzo, un riff così elementare che, scrive in sostanza il recensore, probabilmente ordina il latte speziato alla zucca da Starbucks. Record Collector, dal versante opposto, definisce il riff di “Where The Goth Girls At?” magnificamente stupido: lo stesso riff, si suppone, o quantomeno lo stesso genere di riff, celebrato e deriso con quasi le stesse parole. È la prova che in musica l’aggettivo “stupido” non ha un segno fisso, dipende da chi lo pronuncia e da quante birre ha bevuto ascoltando.
C’è poi un dato che gli aggregatori riportano senza commentare. Su Album of the Year il voto della critica è 78, quello degli utenti, quasi duemila, scende a 69. Dieci punti di scarto non sono una rivolta, ma sono una distanza: quella tra chi ascolta un disco per lavoro, spesso in anticipo e su invito dell’etichetta, e chi ci ha speso soldi aspettandosi le chitarre diNo One Knows. Nessuno dei due gruppi ha le mani pulite. I critici professionisti vivono di accesso, anteprime e interviste, e raramente demoliscono un’istituzione che porta lettori; gli utenti dei siti di voti vivono di nostalgia, e la nostalgia è una pessima consulente musicale perché premia sempre l’album che si ascoltava a diciannove anni. Il vero disco, probabilmente, abita da qualche parte nello scarto.
Lo sguardo europeo e quello di casa
Fuori dal mondo anglosassone la ricezione si fa più frastagliata e, a tratti, più interessante. Il settimanale austriaco News nota che le canzoni non sono più “dense” come un tempo, ma lasciano spazi, e che ognuna ha un’atmosfera propria: osservazione che coincide con quanto Homme stesso aveva promesso parlando di brani che sembrano venire ciascuno da un mondo diverso. Perfino il moscovita Kommersant gli dedica un pezzo, segno che la band resta una delle poche capaci di riempire stadi senza essere ancora iscritta d’ufficio al club dei reduci.
In Italia il disco spacca il campo in modo quasi didattico. Rolling Stone Italia lo legge come un album-mixtape, lo strano spettacolo di una canaglia che canta d’amore, e premette con franchezza che da un po’ la band non firmava un disco esplosivo e memorabile; il racconto si sofferma sul retroterra biografico di Homme, fatto di dipendenze, violenza e malattia, come chiave per capire perché un uomo noto per la spavalderia oggi scelga la confessione. Il Cibicida lo saluta come un nuovo capitolo brillante e trova nel titolo un senso tutt’altro che banale: in un’epoca di basi quantizzate, ritmi corretti al millisecondo e musica prodotta con l’intelligenza artificiale, rivendicare l’errore diventa una presa di posizione. Humans vs Robots, all’opposto, si ferma a due stelle e mezzo e lo riassume con una formula che vale da sola una recensione: la mezza età nel deserto.
Chi ha ragione, se qualcuno ce l’ha
Il punto, alla fine, non è stabilire sePerfecthvalga 90 o 50. È accorgersi di come il disco abbia già incorporato la propria critica. La linea dei reclami, l’ortografia sbagliata, la metafora del kintsugi, le registrazioni volutamente frammentarie: tutto concorre a rendere ogni difetto una scelta, ogni lungaggine un’intenzione, ogni riff da caffè americano un atto di sincerità. È un meccanismo ingegnoso e, va detto, non necessariamente disonesto: dopo anni segnati dalla malattia, da un divorzio molto pubblico e da comportamenti che i giornali definiscono con eufemismo “volatili”, è plausibile che Homme abbia davvero voglia di fare un disco che non debba dimostrare nulla. Ma è anche un meccanismo che mette il critico in una posizione scomoda, perché chi trova il disco fiacco sembra non aver capito lo scherzo e chi lo trova splendido sembra aver abboccato.
L’unico modo per uscirne è quello più antico: ascoltarlo, possibilmente due volte, la seconda senza aver letto nessuna recensione, nemmeno questa. Si scoprirà forse che “Insignificant Other”, registrata a quanto pare alla seconda presa, ha davvero quell’aria da dopo mezzanotte che le attribuiscono, con un passo che ricorda il funk degli Stones di “Miss You”. O che “Phantom Limb”, l’arto fantasma, è il pezzo più doloroso del lotto. O che il tutto suona come un’ottima raccolta di lati B. Ognuna di queste conclusioni sarà legittima, purché sia propria.
E se proprio non piace, c’è sempre quel numero con il prefisso 760. Non è garantito che risponda qualcuno, ma almeno, per una volta, una rockstar ha ammesso per iscritto che le lamentele erano previste. Nel mondo dei comunicati stampa che annunciano ogni settimana il disco dell’anno, è già una forma di onestà. Imperfecth, come tutte le altre.
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