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L’algoritmo del dissenso e le piazze della rivolta. Progettate da chi?

Alla domanda su chi progetti la piazza risponde un tecnocrate. L’efficienza non è oppressione, ogni spazio pubblico è progettato, gli strumenti non sono mai neutri. Su molto ha ragione. Ma se l’algoritmo è una scelta progettuale, qualcuno l’ha fatta. E se le regole di una piazza fisica si votano, chi vota quelle della piazza digitale?

Piazza della Repubblica

La risposta del tecnocrate, e una domanda in più

In chiusura de L’algoritmo del dissenso e le piazze della rivolta (1)ci chiedevamo se esista una piazza, digitale o fisica, che non sia stata progettata da qualcun altro. È arrivata una risposta. La riportiamo per intero, perché dà voce con chiarezza a una posizione diffusa: quella di chi vede nell’architettura digitale un’infrastruttura necessaria, e non un dispositivo di potere. La chiameremo, per comodità, la voce del tecnocrate. È un archetipo, non una persona.

La risposta del tecnocrate: «L’efficienza non è oppressione»

È affascinante leggere queste riflessioni, ma temo che ci si perda troppo spesso nel romanticismo della “piazza pura”, dimenticando che la complessità moderna richiede infrastrutture. Chiamare l’architettura digitale “controllo” è un termine eccessivamente carico di giudizio, noi preferiremmo parlare di ottimizzazione dei flussi.

Dite che la tecnologia modella la realtà? Certamente. Ma la realtà è sempre stata modellata dagli strumenti che abbiamo scelto di usare, dalla stampa alla radio, fino all’elettricità. Non è un nuovo tipo di potere, è solo un potere più granulare e, oserei dire, più utile. Gli strumenti non sono mai neutri, sono sempre stati il riflesso delle intenzioni di chi li ha creati e di chi ha avuto il potere di distribuirli. L’algoritmo non è un’entità astratta, è una scelta progettuale. E non dimenticate che anche la gestione della convivenza civile richiede strumenti, i decreti, le leggi sulla pubblica sicurezza, le norme che regolano l’ordine pubblico. Non sono catene, sono l’infrastruttura giuridica necessaria affinché il caos non diventi paralisi o anarchia.

L’algoritmo non “gestisce” il dissenso per soffocarlo, lo organizza per renderlo fruibile. Senza quella capacità di filtraggio e di categorizzazione, la protesta non sarebbe una “rivolta”, sarebbe solo un rumore bianco caotico e inutile, disperso nel vuoto della massa.

Riguardo alla vostra domanda sulla “piazza progettata da qualcun altro”, la verità è che ogni spazio pubblico è progettato. Una piazza fisica ha muri, confini, regole di accesso e forze dell’ordine. Una piazza digitale ha algoritmi, ma offre anche una scala di partecipazione che la materia non potrà mai raggiungere. Il fatto che il dissenso diventi un “contenuto” non è un limite, è la sua forma necessaria per sopravvivere nell’era dell’informazione. Se un movimento non è capace di tradurre la propria rabbia in un linguaggio che il sistema può processare, quel movimento è destinato a morire nel silenzio, non nel mercato.

Non stiamo costruendo un muro invisibile. Stiamo costruendo l’unico ponte possibile tra l’individuo e la complessità globale. Il problema non è la progettazione della piazza, ma l’incapacità degli attori sociali di imparare a navigare nelle regole di questa nuova architettura.

La nostra controdomanda

L’illusione della neutralità

Il tecnocrate lo dice da sé, gli strumenti non sono mai neutri, l’algoritmo è una scelta progettuale. Una riga prima, però, ci aveva rassicurati, la tecnologia è come la stampa o l’elettricità, strumenti che abbiamo “scelto” di usare. Questa è una semplificazione pericolosa. Se l’algoritmo è una scelta progettuale, qualcuno l’ha fatta e quel qualcuno non siamo noi. Nessuno strumento è neutro, e lui lo sa. La stampa non è stata solo un mezzo di informazione, è stata un’arma di potere nelle mani di chi poteva permettersi i torchi. La radio non è stata solo un mezzo di comunicazione, è stata lo strumento di propaganda dei regimi più feroci.

Ammettere che lo strumento ha un’intenzione e chiedere poi di trattarlo come un’infrastruttura “utile” è il modo più efficace per non chiederci chi stia stringendo il manico. Se lo strumento non è neutro, allora la piazza che ci ospita non è un luogo di incontro, ma un campo di battaglia ideologico mascherato da comodità tecnica.

Ogni piazza è progettata, appunto

Partiamo da ciò che il tecnocrate dice di giusto. Ogni spazio pubblico è progettato, una piazza ha muri, confini, regole di accesso. E gli strumenti hanno sempre modellato la realtà, dalla stampa all’elettricità. Su questo non c’è disaccordo.

La domanda, però, riguardava altro. Chi progetta, e chi può discutere il progetto? Le regole di una piazza fisica stanno in un regolamento comunale, si leggono, si votano, si contestano. Le regole di una piazza digitale stanno nel codice di chi la possiede. Cambiano senza preavviso. E nessuno le ha votate.

«Più granulare»

Il tecnocrate concede un dettaglio che vale più di tutto il resto, il potere di oggi è più granulare. La stampa parlava a tutti con le stesse parole; la radio portava lo stesso programma in ogni casa. L’algoritmo regola ciò che vede ciascuno, uno per uno, in tempo reale, e misura la reazione per decidere il passo successivo.

È davvero lo stesso potere di prima, solo più fine? O la granularità, oltre una certa soglia, cambia natura alla cosa?

Ottimizzare, ma per cosa

“Ottimizzazione dei flussi” suona meglio di “controllo”. Ogni ottimizzazione, però, ha un obiettivo, qualcosa da massimizzare e qualcuno che ha scelto che cosa. Se il flusso viene ottimizzato per il tempo di permanenza, la protesta più utile al sistema è quella che si guarda più a lungo, non quella che ottiene di più.

Poi c’è la parola “fruibile”. Il dissenso, dice il tecnocrate, viene organizzato per renderlo fruibile. Fruire significa godere, consumare. È la stessa tesi da cui eravamo partiti, il dissenso trasformato in contenuto. Solo che stavolta viene rivendicata come un pregio.

Il silenzio o il mercato

Un movimento che non sa tradursi nel linguaggio del sistema, scrive il tecnocrate, muore nel silenzio. Le porte restano così due, il mercato o il nulla. Eppure le prime piazze connesse avevano reti, luoghi e legami che esistevano prima dei social, e che i social hanno accelerato. Il dissenso e la rabbia avevano già una lingua, prima di trovarne una processabile.

I primi a non poter fingere

A scendere in strada sono i giovani. Ma la questione giovanile non è un capitolo a parte, è solo il sintomo più visibile di una frattura sociale molto più vasta. I giovani sono semplicemente i primi a possedere quell’energia e quella forza fresca che, non avendo ancora le zavorre dei compromessi sociali, hanno la capacità di liberare impulsi anche fuori dagli schemi conformistici. Ma la pressione che sentono è la stessa che preme su ogni strato della società, solo che loro sono i primi a non poter più fingere di non vederla.

Una domanda in più

Il tecnocrate ha risposto alla domanda che avevamo posto e, in un certo senso, l’ha chiusa, nessuna piazza è libera da progetto. Ne apre però un’altra, che forse era quella giusta fin dall’inizio.

Se ogni piazza è progettata, che cosa distingue una piazza in cui si è cittadini da una in cui si è utenti? E se la stessa piazza globale fosse insieme un ponte e un recinto? Un luogo dove la forza vitale e imprevedibile delle nuove generazioni, l’ultima riserva di autenticità che abbiamo, viene costantemente misurata, incanalata e, infine, venduta come un prodotto?


(1) La risposta del tecnocrate nasce da qui L’algoritmo del dissenso e le piazze della rivolta


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Massimo V.A. Manzari
Knowledge broker (mediatore conoscenza) e membro del team ideativo di Il Franti.
Autore
Massimo V.A. Manzari

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