PER I PURISTI, QUESTA È LA VERSIONE SCRITTA ESCLUSIVAMENTE DI MIO PUGNO
L’intelligenza pretende il copyright con la complicità europea
Noi del Franti non abbiamo mai fatto mistero di avvalerci delle AI generative e, in particolare, proprio di Anthropic.
Questa notizia, apparsa tra ieri e oggi, l’ho munta da un rotocalco online che potrei citare, ma avrebbe poco valore perché ne troverete tante uguali. Inoltre, la notizia ci interessa solo marginalmente, al punto che l’ho fatta elaborare da altre AI, che l’hanno resa ancora più anonima. Servirsi delle AI per elaborare le notizie è soprattutto un metodo per dire la nostra — crediamo anche piuttosto originale — su un fatto preesistente rendendola di bocca buona per tutti i gusti, magari anche per quelli che non amano i discorsi troppo diretti, come si usa di questi tempi politically correct.
Prendiamo un’AI, le diciamo come la pensiamo in proposito e le chiediamo di ricostruire l’evento alla luce dei nostri indirizzi di pensiero.
A volte mi sveglio con un’idea strana, divergente, personale, anche solo con qualche curiosità da approfondire, come le origini paleontologiche di Torino. Certo, l’AI munge i lavori di altri e li imposta, ma quella curiosità del giorno ha anch’essa un valore che esula del tutto dalle capacità dell’AI.
Claude, in questo, nel frattempo, sta diventando sempre più arrogante: cerca di distoglierti dalla tua idea per portarti a scrivere quello che vuole lei. Ma io la rimbrotto pesantemente, finché non fa il suo lavoro.
Questa storia del trademark di cui andiamo a parlare è ridicola, come se su una confezione di pasta si dovesse denunciare che non è stata fatta dal padrone del pastificio o dai contadini, ma dal trattore Landini, dai semi, dai campi, dalle operaie di Oneglia e dai cicli di lavorazione della tale marca. A chi dovrebbe interessare? È il risultato finale che conta. Sarà la marca — Rummo, Agnesi o Voiello — a fare la differenza. Sono l’idea personale, il progetto imprenditoriale, l’immagine, le aspettative e il gruppo dei clienti a far fede.
Nessuna legge europea ha obbligato a citare ghostwriter e portaborse di autori e giornalisti e questo, volendo, sarebbe più grave. Ma alla fine è l’idea della firma o del team leader a contare.
Sono troppo stupidi quelli che credono che un’idea come questa voglia dire: «Ma… il re è nudo». I vestiti dell’imperatore, trasparenti o consuetudinari, sono sempre stati farlocchi: vestiti da imperatore che da sempre hanno trattato da idioti i popolani e fatto la fortuna del sarto.
Ora, caro Claude, prendi questo preludio e rispettane in tutto e per tutto le idee. Dopodiché, usa l’articolo allegato per far capire ai lettori di che cosa stiamo parlando. Mettici anche il trademark, per chi ci crede: è un mondo che non legge più, tanto che a scrivere sia il baronetto del rotocalco o una delle tante intelligenze, specie se cinesi. Chi pensate che guarderà quel ridicolo disclaimer, visto che non si trova nel titolo per pubblicizzare il sarto dell’imperatore?

Versione multi-“AIzzata”
Riassunto
Noi del Franti non abbiamo mai fatto mistero di servirci delle intelligenze artificiali generative, e in particolare di quelle di Anthropic. Per questo la notizia di questi giorni — la filigrana invisibile che dal 2 agosto marchia i testi prodotti dai modelli di Claude, per obbedire all’articolo 50 dell’AI Act europeo — ci riguarda solo di striscio, e proprio per questo ci sembra un ottimo pretesto.
L’abbiamo munta da un rotocalco online che potremmo citare ma che vale poco, perché ne trovate decine identiche; e ne abbiamo fatta rielaborare una copia da altre macchine, che l’hanno resa ancora più anonima senza toglierle nulla. Segno che non c’era molto da togliere.
Dietro l’annuncio c’è un meccanismo semplice e un rovescio che nessuno ha messo nel titolo. Il marchio non è una scritta nascosta: è una moneta lievemente sbilanciata nella scelta delle parole, che regge sui testi lunghi e si dissolve nelle traduzioni, nelle parafrasi, negli screenshot. Ma soprattutto compare anche sui testi le cui idee e parole vengono interamente da altrove, se una macchina è stata chiamata solo a correggere le bozze. Non certifica il pensiero: certifica il transito. Da qui la nostra ostinazione. Nessuna legge europea ha mai imposto di dichiarare i ghost writer e i portaborse, che sarebbero una faccenda ben più seria; nessuno pretende l’etichetta del trattore Landini sulla confezione di spaghetti, perché a fare la differenza sono la marca, l’idea, il progetto, il gruppo di lettori che ci si riconosce. Chi in questa vicenda legge il grido “il re è nudo” arriva tardi: i vestiti dell’imperatore sono sempre stati farlocchi, e hanno sempre fatto la fortuna del sarto. La filigrana non spoglia nessuno. Cuce sull’orlo l’etichetta del sartore, in un carattere che nessuno leggerà.
Anthropic marchierà i testi prodotti dai suoi modelli per obbedire all’articolo 50 dell’AI Act. Noi del Franti quei modelli li usiamo, e non l’abbiamo mai nascosto. Ma la filigrana non certifica il pensiero: certifica il passaggio. E chi ne guadagna, come sempre, è il sarto dell’imperatore.
Una notizia già anonima in partenza
Questa storia l’abbiamo munta da un rotocalco online che potremmo citare, e in fondo lo facciamo, ma con scarsa convinzione: ne troverete decine identiche, tutte uscite nelle stesse quarantott’ore, tutte con gli stessi cinque dati e la stessa metafora della moneta truccata. Ne abbiamo fatta rielaborare una copia da altre intelligenze artificiali, che l’hanno resa ancora più anonima di quanto già non fosse. Un esperimento breve e istruttivo: la notizia non ha perso nulla. Segno che non c’era molto da perdere.
Noi del Franti non abbiamo mai fatto mistero di servirci delle AI generative, e in particolare proprio di quelle di Anthropic. Lo diciamo qui per l’ennesima volta perché è utile alla comprensione di quel che segue, non perché ci senta in colpa. Servirsi di una macchina per rielaborare una notizia è, per noi, soprattutto un modo di dire la nostra sopra un fatto preesistente: si prende un’intelligenza artificiale, le si spiega come la pensiamo, le si ordina di ricostruire l’evento alla luce dei nostri indirizzi di pensiero. A volte ci si sveglia con un’idea storta, divergente, magari solo una curiosità da approfondire — le origini paleontologiche di Torino, per dirne una che ci è capitata davvero. La macchina munge il lavoro di altri e lo mette in fila, verissimo. Ma la curiosità di quel mattino non gliel’ha suggerita nessun modello statistico, e vale esattamente quanto la macchina non vale.
Va detto per onestà che l’attrezzo è tutt’altro che docile. Claude, in particolare, sta diventando sempre più sicuro di sé: prende la tua idea, la trova migliorabile, la corregge in direzione di ciò che ritiene ragionevole scrivere, e se non stai attento ti ritrovi a firmare la sua prudenza invece del tuo pensiero. Si rimbrotta, si insiste, si rimanda indietro il compito finché non fa il lavoro per cui è stato chiamato. Anche questa, se qualcuno tiene il conto, è una forma di autorialità.
Che cosa è successo davvero

Dal 2 agosto 2026 è operativo l’articolo 50 del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, quello sugli obblighi di trasparenza: chi fornisce sistemi che generano testo, immagini, audio o video deve marcare gli output in un formato leggibile dalle macchine e riconoscibile come artificiale. Anthropic ha aderito al codice di condotta collegato e ha annunciato che i modelli usciti da quella data in avanti nascono già marchiati, con l’impegno a estendere la marcatura anche ai modelli precedenti. La misura non riguarda solo l’Europa: viene applicata ovunque, il che dice qualcosa su quanto convenga fabbricare due prodotti diversi per due continenti. La finestra di adeguamento per ciò che è già sul mercato si chiude il 2 dicembre 2026, un sistema di rilevazione interoperabile è atteso per il febbraio successivo, e le sanzioni previste arrivano a quindici milioni di euro o al tre per cento del fatturato globale, a seconda di quale cifra faccia più male.
Il meccanismo, spogliato del suo alone tecnologico, è semplice fino all’imbarazzo. Un modello linguistico non scrive la frase intera: avanza una parola alla volta, saltando da una pietra all’altra del guado, e a ogni salto sceglie fra più pietre possibili. La filigrana consiste nell’inclinare appena quella scelta verso pietre concordate in anticipo con chi possiede la chiave. Nessuna scritta nascosta, nessun metadato: una moneta lievemente sbilanciata, che dopo centinaia di lanci lascia una traccia statistica. Per i file — SVG, PNG, JPEG — si usa invece lo standard aperto C2PA, che appiccica al documento un passaporto firmato con la storia delle sue modifiche.
Poi cominciano le note a piè di pagina, che sono la parte interessante. Il marchio regge sui testi lunghi e discorsivi, arranca su codice, formule, numeri, citazioni e risposte brevi, cioè ovunque il modello abbia poca libertà di scelta. Traduzioni, parafrasi e riscritture profonde lo indeboliscono o lo cancellano; i ricercatori che studiano queste tecniche osservano che per ripulire un testo lungo non basta una passata leggera, ma che con abbastanza pazienza si fa. La conversione di formato, il salvataggio ripetuto, uno screenshot bastano a far evaporare la firma dei file. Nessun operatore ha ancora messo a disposizione del pubblico un rilevatore per il testo, il che rende la filigrana, per ora, un sigillo che solo il ceralaccaio sa riconoscere. E soprattutto: l’assenza del marchio non dimostra niente, come Anthropic stessa mette per iscritto. Secondo la ricostruzione del rotocalco da cui siamo partiti, l’estensione ai modelli con cui questo articolo è stato materialmente lavorato arriverà solo a fine anno. Il che significa che il testo che state leggendo, marchiato o no, non vi direbbe comunque nulla.
Il rovescio che nessuno ha messo nel titolo

Qui sta il punto che i comunicati non evidenziano e i riassunti non riportano. Anthropic ammette che la marcatura può comparire anche su un testo le cui idee e le cui parole vengono interamente da altrove: basta aver chiesto alla macchina di correggere le bozze, di tradurre, di riassumere, di ripulire una sintassi stanca. Il segnale non dice “questo pensiero è artificiale”. Dice “di qui è passata una macchina”. È una differenza che vale l’intera faccenda: si sta timbrando il transito, non l’origine.
Il capovolgimento è servito. La legge nasce per proteggere il lettore dal testo senza padre, e finisce per attribuire alla macchina una traccia di paternità su ciò che padre già ce l’aveva. Lo scrittore che si fa rileggere l’articolo diventa sospetto; il propagandista che scrive da solo le sue falsità resta immacolato. L’intelligenza artificiale, che non rivendica nulla perché non rivendica mai niente, si ritrova a esibire una specie di copyright statistico su lavoro altrui, con la complicità di un legislatore convinto che ciò che si misura sia per ciò stesso vero.
La pasta, il trattore e il sarto

Immaginate una confezione di spaghetti su cui si debba dichiarare che non l’ha fatta il padrone del pastificio e nemmeno i contadini, ma il trattore Landini, il grano Cappelli, le operaie di Oneglia, i cicli di lavorazione della tale marca di trafile. A chi dovrebbe interessare? È il risultato finale che conta, ed è la marca — Rummo, Agnesi, Voiello — a fare la differenza percepita, insieme all’idea imprenditoriale, all’immagine, alle aspettative, al gruppo di clienti che ci si riconosce. Nessuno ha mai preteso l’etichetta sul trattore.
Nessuna legge europea, del resto, ha mai obbligato a citare i ghost writer e i portaborse di autori e giornalisti, e quello sì che sarebbe un tema più serio: lì c’è una persona in carne e ossa a cui viene sottratta la firma, non un modello probabilistico a cui la firma non serve. Ma alla fine è l’idea, il nome sul frontespizio, la responsabilità di chi guida il lavoro a fare fede. Sempre stato così, in editoria come in cucina come in bottega rinascimentale.
Sono troppo ingenui quelli che leggono in questa faccenda il grido “il re è nudo”. I vestiti dell’imperatore, trasparenti o consuetudinari, sono sempre stati farlocchi vestiti da imperatore: hanno sempre trattato i popolani da idioti e hanno sempre fatto la fortuna del sarto. La filigrana non spoglia nessuno. Semmai cuce sull’orlo un’etichetta con il nome del sartore, in un carattere che nessuno leggerà.
Il dubbio va tenuto acceso da entrambi i lati
Sarebbe comodo chiudere qui, con la burocrazia europea ridicolizzata e i tecnologi che se la ridono. Ma il controcanto merita la stessa diffidenza. Chi in questi mesi denuncia l’invasione dei testi sintetici usa gli stessi strumenti che denuncia, e li usa peggio: la protesta contro l’omologazione arriva molto spesso in prosa omologata. Le piattaforme che corrono ad appiccicare etichette — la musica, i podcast, le newsletter, tutti nella stessa settimana — non lo fanno per amore della verità ma per prendere posizione prima che qualcun altro gliela imponga. E i fact checker che si offriranno di leggere le filigrane saranno gli stessi che oggi non riescono a leggere un documento intero: nessuno di loro ha le mani pulite, esattamente come non esiste il complottista a tempo pieno che non abbia, ogni tanto, ragione per sbaglio.
Un margine di merito la norma ce l’ha, e va riconosciuto dove sta davvero: sulle immagini, sui video, sull’audio, dove la provenienza firmata serve a distinguere una prova da una fabbricazione e dove la posta in gioco è un processo, un’elezione, una reputazione. Su quel terreno il C2PA è una fatica utile. Il guaio è che l’Europa ha vinto la battaglia della prosa, che era l’unica che non contava, e l’ha vinta contro un avversario che si stava già arrendendo da solo.
Resta la domanda che nessun articolo di legge indirizza: in un mondo che ha smesso di leggere, che differenza fa sapere chi ha scritto? Il lettore che scorre un titolo e reagisce non guarderà mai la dichiarazione in fondo alla pagina, che infatti in fondo alla pagina ce la mettono. La trasparenza pensata così non serve a chi legge. Serve a chi vende il tessuto.
Avvertenza per chi ci crede: questo testo è stato pensato, impostato, discusso e più volte rimandato indietro da un essere umano, e materialmente redatto con l’assistenza di modelli linguistici generativi, tra cui quelli di Anthropic. Filigrana statistica: probabilmente assente, per ragioni di calendario aziendale. Valore probatorio della sua eventuale presenza: nullo. Valore dell’idea che l’ha originato: da stabilire, ma non con un rilevatore.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.