Video e presentazione in RadioVideo Franti
estratto
C’è un rumore che una parte di questo Paese ricorda nel corpo prima ancora che nella memoria: il martelletto sul rullo, lo strappo della leva a fine riga, il ritorno a capo che era un gesto fisico e non un tasto invisibile. Da lì conviene partire, perché in quel rumore c’era una promessa — che un singolo essere umano, seduto a un tavolo, potesse fissare il proprio pensiero senza chiedere permesso a nessuno. La Olivetti Lettera 22 si comprava una volta sola, ed era tua: si rompeva, la riparavi; e dopo trent’anni scriveva ancora, perché nessun server lontano poteva decidere in una notte di aggiornamento che il tuo modello non era più supportato. Tenete a mente quella figura, perché tornerà rovesciata. Questo dossier racconta una metamorfosi: non quella della tecnologia, ma quella dell’umano lungo la tecnologia. Per quasi un secolo le macchine della scrittura e del calcolo personale hanno promesso di amplificare l’individuo. A un certo punto — senza data, senza annuncio, senza un colpevole da additare — la direzione si è invertita. Non è più l’uomo che usa il terminale: è il terminale che usa l’uomo. Si parte da due risposte opposte a una sola domanda: a chi serve una macchina che calcola? Ad Ivrea, Adriano Olivetti e la Programma 101 rispondevano: all’individuo, alla comunità. Dall’altra sponda, l’ortodossia di Watson e IBM immaginava pochi grandi centri e una manciata di calcolatori per il mondo intero. Watson, con una crudeltà che ci concediamo, ha poi vinto travestito da Olivetti. E ciascuno di noi ne porta in tasca un terminale.
La metamorfosi digitale dell’umano: da chi scriveva a ciò che viene scritto
Dossier in sette movimenti — Episodio I: Prologo e «La visione e il suo doppio»
PROLOGO — La Lettera 22 sul tavolo di pochi
C’è un rumore che una parte di questo Paese ricorda nel corpo prima ancora che nella memoria: il martelletto che colpisce il rullo, il piccolo strappo della leva a fine riga, il ritorno a capo che era un gesto fisico e non un tasto invisibile. Chi ha più di sessant’anni lo sa senza doverci pensare; chi ne ha meno di trenta lo ha forse visto in un film, come si vede un oggetto di scena. Eppure è da lì che conviene partire, perché in quel rumore c’era una promessa che attraversa tutta questa storia e che, alla fine, scopriremo tradita senza che nessuno abbia mai firmato il tradimento.
La promessa era semplice e immensa: che un singolo essere umano, seduto a un tavolo, potesse fissare il proprio pensiero su una pagina senza chiedere permesso a nessuno. Non allo scriba, non allo stampatore, non all’ufficio. La macchina da scrivere è stata la prima protesi democratica della scrittura, il primo oggetto che ha tolto a un’istituzione il monopolio della parola fissata e l’ha messo — letteralmente — nelle mani dell’individuo. La Olivetti Lettera 22, disegnata da Marcello Nizzoli nel 1950, e poi la sorella 32 che accompagnò una generazione di studenti e giornalisti, non erano soltanto strumenti: erano una dichiarazione. Pesavano poco, si portavano in viaggio, stavano su un tavolo di cucina. Costavano, certo. Stavano in poche case. Ma quell’asimmetria — pochi le avevano, molti le desideravano — non smentiva la promessa: la rendeva un orizzonte verso cui muoversi.
Tenete a mente questa figura, perché tornerà rovesciata. La Lettera 22 si comprava una volta sola. Era tua. Si rompeva, la riparavi; il nastro finiva, lo cambiavi; e dopo trent’anni scriveva ancora, perché non c’era nessun server lontano che potesse decidere, in una notte di aggiornamento, che il tuo modello non era più supportato. Possedere significava possedere. Sembra un’ovvietà da museo. È invece la cosa che, lungo questa storia, abbiamo perso per strada senza accorgercene — ed è il filo che ci porterà dal tavolo di una casa borghese degli anni Cinquanta al telefono che ciascuno di noi ha adesso in tasca e che, a differenza della Lettera 22, non possiede davvero.
Questo dossier racconta una metamorfosi. Non quella della tecnologia, che è la parte facile e che tutti sanno raccontare: i transistor che rimpiccioliscono, le memorie che crescono, i prezzi che — fino a poco fa — scendevano. Racconta la metamorfosi dell’umano lungo quella tecnologia. Per quasi un secolo le macchine della scrittura e del calcolo personale hanno promesso di amplificare l’individuo: la macchina come estensione della facoltà umana, protesi che potenzia chi la impugna. A un certo punto — senza data, senza annuncio, senza un colpevole da additare — la direzione si è invertita. Non è più l’uomo che usa il terminale: è il terminale che usa l’uomo, come proprio sensore, come proprio attuatore, come fonte perpetua di dati e di rendita. Da chi scriveva, siamo diventati ciò che viene scritto.
Una premessa di metodo, perché Il Franti non chiede a nessuno di credere sulla parola, men che meno a sé stesso. In questa storia distingueremo con ostinazione ciò che è documentato — provato, datato, verificabile — da ciò che è plausibile e circostanziale — coerente con i fatti ma non dimostrato — da ciò che è speculativo — legittimo da pensare, onesto da dichiarare come ipotesi. Lo faremo perché la tentazione opposta è doppia e simmetrica: da un lato la narrazione rassicurante del progresso, secondo cui tutto questo è naturale, inevitabile, persino comodo; dall’altro la contronarrazione del complotto, secondo cui esiste una stanza con dei burattinai che decidono tutto. Non esiste fact checker con le mani pulite, e non esiste complottista a tempo pieno che azzecchi ogni colpo. La verità, quando c’è, sta nel crinale scomodo tra le due — ed è lì che cammineremo.
Cominciamo da dove la storia personale del calcolo, in questo Paese, ebbe la sua occasione e la sua sconfitta. Cominciamo da un uomo che voleva costruire macchine per elevare gli esseri umani, e da un altro che, dall’altra parte dell’oceano, non riusciva nemmeno a immaginare che gli esseri umani, uno per uno, potessero volerne una.
CAPITOLO I — La visione e il suo doppio: Olivetti, Watson e l’eresia del personale
Per capire dove siamo arrivati conviene partire da due modi opposti di rispondere a una sola domanda: a chi serve una macchina che calcola? Le due risposte, formulate quasi negli stessi anni su due sponde dell’Atlantico, contengono già — come un seme contiene l’albero e la sua ombra — tutto ciò che sarebbe successo dopo. Una diceva: serve all’individuo, alla comunità, all’uomo intero. L’altra diceva: serve a pochi grandi centri, e basteranno in pochissimi. La prima la chiameremo, con qualche libertà, l’eresia del personale. La seconda è l’ortodossia che ha vinto — salvo poi, con un’ironia che attraversa tutto questo dossier, travestirsi da personale proprio mentre tornava centro.
Ad Ivrea, ai piedi della Serra morenica, Adriano Olivetti aveva ereditato dal padre Camillo una fabbrica di macchine da scrivere e ne aveva fatto qualcosa che la storia industriale italiana non ha più saputo ripetere. La sua idea era apertamente eretica rispetto al capitalismo del suo tempo: la fabbrica non come luogo di estrazione del lavoro, ma come comunità: con la biblioteca, l’asilo, le case operaie, gli stipendi tra i più alti d’Europa, gli intellettuali assunti a fianco degli ingegneri. La macchina, in questa visione, non era il fine: era lo strumento di un’elevazione. Si costruivano oggetti belli e ben fatti perché belli e ben fatti dovevano essere gli strumenti di un essere umano che si voleva libero. Suona ingenuo, oggi che siamo stati educati a considerare ogni idealismo una furbizia mal riuscita. Ma è da quell’ingenuità che nacque, nel 1965, una macchina che la maggior parte delle persone non ha mai sentito nominare e che molti storici considerano il primo personal computer della storia: la Programma 101.
La P101 — disegnata da un giovane ingegnere, Pier Giorgio Perotto, e vestita da Mario Bellini — era una calcolatrice programmabile da scrivania, grande come una macchina da scrivere robusta, che un individuo poteva possedere e programmare da solo, senza camice bianco, senza sala climatizzata, senza il sacerdozio dei tecnici che custodivano i grandi calcolatori. La NASA ne comprò alcune per i calcoli del programma Apollo. La presentò al pubblico americano nel 1965, anni prima che a Cupertino qualcuno pensasse a un garage. Era italiana, era personale, era prima. E poi è scomparsa, inghiottita da una serie di eventi su cui la storiografia ancora discute: la morte improvvisa di Adriano nel 1960, quella del giovane ingegnere capo dell’elettronica Mario Tchou l’anno dopo, la cessione della divisione elettronica alla General Electric, la decisione di un Paese e di un capitalismo che non seppero o non vollero scommettere su ciò che avevano in mano. Documentato è che l’Italia ebbe la macchina e perse l’industria. Plausibile è che le ragioni furono insieme finanziarie, politiche e di visione corta. Speculativo — e lo dichiariamo come tale, perché è la lettura che a noi interessa — è che abbiamo perso qualcosa di più di un’azienda: abbiamo perso una strada, l’unica in cui il calcolo personale nasceva dentro un pensiero della comunità e non dentro la logica del mercato che sarebbe arrivata.
Sull’altra sponda, l’ortodossia aveva il volto di IBM e una frase che è diventata leggenda. Si racconta che Thomas Watson, il patriarca che aveva fatto di IBM il colosso dei grandi calcolatori, avesse pronosticato nel 1943 un mercato mondiale per «forse cinque computer». Qui Il Franti deve essere onesto fino al fastidio: quella frase, nella sua forma celebre, non è mai stata documentata in modo affidabile, e gli storici la considerano con ogni probabilità apocrifa o deformata. La citiamo proprio per questo, e proprio per smontarla, perché la leggenda è più istruttiva del fatto. Che la frase sia vera o inventata, essa fotografa un mondo mentale reale: quello in cui il computer era per definizione una cosa enorme, costosa, centrale, destinata a pochissimi templi del calcolo — banche, governi, eserciti, grandi corporazioni. In quel mondo, l’idea che un individuo qualunque potesse desiderare, possedere e programmare una macchina propria non era sbagliata: era letteralmente impensabile. Non un errore di previsione, ma un difetto di immaginazione. E il difetto di immaginazione è sempre più interessante dell’errore, perché rivela non cosa una persona sbaglia a calcolare, ma cosa non riesce nemmeno a vedere.

Ecco allora la tensione fondativa, la faglia da cui tutto si muove. Da un lato il calcolo come centro: pochi, grandi, sorvegliati, gerarchici — i computer nello scantinato, custoditi dai tecnici, che distribuiscono potere dall’alto verso il basso. Dall’altro il calcolo come protesi personale: diffuso, posseduto, governato da chi lo usa — la macchina sul tavolo, come la Lettera 22, come la P101. La storia che racconteremo è la storia di come la seconda visione abbia trionfato clamorosamente — milioni, miliardi di macchine personali, una in ogni tasca — e di come, nel momento stesso del trionfo, sia stata svuotata dall’interno. Perché il dispositivo che oggi chiamiamo «personale» è personale nel possesso nominale e centralizzato in tutto il resto: nel software che gira su licenza altrui, nei dati che vivono su server lontani, negli aggiornamenti che decide qualcun altro, nel recinto che stabilisce cosa puoi e non puoi installare. Watson, si potrebbe dire con una crudeltà che ci concediamo, ha vinto travestito da Olivetti. I cinque computer del mondo sono diventati cinque o sei piattaforme planetarie, e ciascuno di noi ne porta in tasca un terminale.
Ma non corriamo. Tra Ivrea e la tasca di oggi c’è una stagione luminosa che va attraversata con rispetto, perché è la stagione in cui la promessa fu, per davvero e per un tempo, mantenuta. È la stagione in cui un gruppo di figli della controcultura californiana prese sul serio l’eresia del personale e costruì macchine che producevano — che scrivevano, calcolavano, componevano, programmavano — mettendole nelle mani di chiunque avesse la curiosità di impararle. È la stagione in cui, dall’altra parte di quelle macchine, nacquero perfino delle comunità. Quella stagione, e il paradosso che portava già scritto nel proprio codice genetico — la stessa cultura che prometteva di liberare l’individuo avrebbe fornito gli uomini e il vocabolario al recinto — è il nostro prossimo movimento.
La P101 era tua. Il telefono che hai in tasca, no. In mezzo c’è mezzo secolo, e una metamorfosi che nessuno ha annunciato perché nessuno l’ha decisa in una stanza sola. L’abbiamo decisa noi, un consenso distratto alla volta. È di questo che parla il dossier.
INDICE DEGLI EPISODI
Il dossier Lo Sviluppo degli Impersonal Computer si sviluppa in sette movimenti, serializzati in episodi coerenti e leggibili anche singolarmente, pensati per la traduzione in podcast e VCast.
Prefazione: L’era degli Impersonal Computer – Dossier
Introduzione: Riprendere il Controllo della Vita Digitale
Episodio I — Prologo · La visione e il suo doppio La Lettera 22 e la promessa della protesi personale. Olivetti, la Programma 101 e l’eresia del personale contro l’ortodossia centralista di Watson/IBM. La faglia fondativa: local contro monopolistico.
Episodio II — Il popolo dei garage (questo episodio) Da Ivrea a Menlo Park. Stewart Brand, il Whole Earth Catalog, l’Homebrew Computer Club. Apple II, Commodore, Amiga, IBM PC: la stagione in cui la macchina produceva. Il paradosso della controcultura che fornisce gli uomini al recinto.
Episodio III — Le comunità virtuali
Howard Rheingold, The Virtual Community, il WELL. La rete come agorà auto-governata, ancora a misura di chi la abita. Modem, BBS, protocolli aperti: l’apice della curva, l’individuo amplificato e connesso.
Episodio IV — Il ribaltamento: lo smartphone
La produttività individuale elevata a potenza che si rovescia nel suo contrario. L’app store recintato, l’hardware che non possiedi, dalla licenza all’abbonamento. Il caso Adobe. Da elaboratore individuale a trasmettitore di compiti top-down.
Episodio V — L’economia della scarsità
SSD, NAND e memorie 2024-2026: l’AI che assorbe la capacità, lo storage locale compresso. Esercizio di scetticismo metodico: il cartello DRAM provato in tribunale (1998-2002) contro i tagli produttivi dichiarati di oggi. Cartello sì o no?
Episodio VI — La rendita delle nuvole e il recinto europeo
Il cloud come rendita perpetua contro l’acquisto una tantum. Lock-in ed ecosistemi zoppi. pCloud, Proton, Infomaniak e le alternative indipendenti. GAIA-X come fallimento, l’Italia che concentra col Polo Strategico Nazionale: il cerchio che si chiude con Olivetti.
Episodio VII — Le vie di resistenza e l’epilogo
Self-hosting, Linux desktop, hardware riparabile, de-googlizzazione, local-first. Il Fediverso in stallo come contrappunto onesto. La resistenza che funziona in nicchia e il fronte normativo (Right to Repair, DMA). Ritorno al futuro o invenzione di un futuro? Il paradosso generazionale: la metamorfosi è compiuta quando nessuno ricorda più di essere stato altro.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.