Episodio III — 1984: il martello e la scatola
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estratto
Il 22 gennaio 1984 una donna col martello ruppe uno schermo davanti a cento milioni di americani, e Apple annunciò che il futuro non sarebbe stato un incubo orwelliano. Sessanta secondi girati da Ridley Scott, andati in onda una volta sola, ripetuti gratis da tutti i telegiornali: un capolavoro pubblicitario e, insieme, uno dei rovesciamenti più eleganti mai messi in scena. Perché la macchina che quella donna difendeva — il Macintosh — era la scatola più chiusa mai venduta fino a quel momento. Il terzo episodio della serie sull’Impersonal Computer entra nel 1984 con la diffidenza dovuta. Smonta due leggende speculari: quella del Jobs-predatore che «rubò» la scrivania grafica a Xerox e quella del gigante-imbecille che «se la lasciò sfuggire». La verità documentata è più prosaica e più interessante — una transazione in azioni, un sapere che migra da un laboratorio senza vocazione commerciale a un’azienda che ne aveva da vendere. Ma il cuore dell’episodio è altrove: nell’interfaccia amichevole che democratizza la macchina nascondendola, trasformando l’operatore in «utente»; e nella scatola sigillata senza slot né viti accessibili, il primo elettrodomestico digitale, antenato diretto del telefono che oggi non possiamo aprire. Contro la nostalgia della riga di comando come «vera libertà» e contro l’entusiasmo per la GUI come pura liberazione, l’episodio tiene insieme i due lati: la scrivania grafica emancipò davvero milioni di persone, e nello stesso gesto cominciò a togliere loro qualcosa. Con una deviazione mediterranea — Olivetti, Sottsass, la macchina come oggetto civile e non come tostapane sigillato — l’episodio chiede se «personale» abbia mai voluto dire due cose diverse: adatto a me, e mio. Nel 1984, in silenzio, i due significati si separarono.
Il 22 gennaio 1984, durante l’intervallo del Super Bowl, sessanta secondi di pubblicità raccontarono all’America che era finalmente libera. Una donna in canotta rossa e calzoncini arancioni correva con un martello da fabbro tra le mani, inseguita da guardie in tuta grigia, dentro un mondo color cenere dove file di uomini rasati fissavano uno schermo colossale. Sullo schermo, un volto parlava della «purificazione delle direttive informative» e prometteva che avrebbero «prevalso». La donna lanciava il martello. Lo schermo esplodeva in un lampo bianco. Una voce sobria chiudeva la scena: il 24 gennaio Apple Computer avrebbe presentato Macintosh, «ed ecco perché il 1984 non sarà come 1984». Lo spot lo aveva girato Ridley Scott, reduce da Blade Runner, e costò più di quanto la maggior parte delle aziende spendesse per un intero trimestre di comunicazione. Andò in onda una volta sola su scala nazionale. Il consiglio d’amministrazione di Apple, si racconta, lo aveva odiato; Jobs e Sculley lo imposero. Funzionò oltre ogni previsione: per giorni i telegiornali lo trasmisero come notizia, gratis. Era, tecnicamente, un capolavoro. Ed era, concettualmente, il più elegante rovesciamento della storia recente della pubblicità: perché la macchina che quella donna col martello stava difendendo era, a guardarla bene, la scatola più chiusa mai messa in vendita fino a quel momento.
Chi era il Grande Fratello
La lettura ufficiale, quella che Apple stessa incoraggiava, è limpida: il Grande Fratello sullo schermo era IBM. Il colosso di Armonk, l’azienda dei completi blu e delle regole scritte, il mainframe che nell’Episodio I abbiamo visto crescere come organismo istituzionale, la burocrazia fatta silicio. Macintosh era il martello. Il popolo dei garage — di cui abbiamo raccontato l’epopea nell’Episodio II — aveva finalmente la sua arma di massa.
È una storia perfetta, e come tutte le storie perfette merita diffidenza. Nel 1984 IBM non era affatto il monopolista terminale che lo spot lasciava intendere: aveva lanciato il suo Personal Computer solo nel 1981, e quel PC — questo è il primo cortocircuito — era aperto. Architettura documentata, componenti standard comprati sul mercato, sistema operativo dato in licenza a un fornitore esterno di Seattle di cui parleremo nel prossimo episodio. Chiunque poteva costruire un clone. Fu proprio quella apertura a scatenare l’industria dei compatibili, a moltiplicare le macchine su ogni scrivania e — beffa nella beffa — a togliere a IBM il controllo del proprio standard nel giro di pochi anni. Il Grande Fratello dello spot, insomma, aveva appena commesso l’atto più libertario del decennio, mentre chi brandiva il martello si preparava a fare l’esatto contrario. Teniamo a mente questo scambio di ruoli: ci accompagnerà fino alla fine della serie.
Il furto che non fu un furto (e il dono che non fu un dono)
Per capire cosa vendeva davvero Macintosh bisogna risalire a un edificio basso di Palo Alto e a una delle leggende fondative più raccontate — e più maneggiate — della Silicon Valley.
Xerox aveva aperto nel 1970 il suo Palo Alto Research Center, il PARC, e vi aveva radunato una concentrazione di talento che ancora oggi lascia senza fiato. Lì, tra il 1973 e la fine del decennio, prese forma quasi tutto ciò che oggi chiamiamo «computer»: la scrivania grafica con le finestre e le icone, il puntatore mosso da un mouse, il testo che sullo schermo appariva già come sarebbe stato stampato, le reti Ethernet che collegavano le macchine tra loro. L’Alto, il calcolatore che incarnava queste idee, non fu mai un prodotto di massa. Quando Xerox provò a commercializzarne l’erede, la Star, nel 1981, il prezzo per postazione superava i sedicimila dollari e il mercato rispose con un silenzio educato.
Qui la narrazione popolare stringe tutto in una formula: Xerox aveva il futuro in mano e se lo lasciò sfuggire. Steve Jobs la ripeté per anni, sostenendo che Xerox «avrebbe potuto possedere l’intera industria dei computer». È una formula seducente, e proprio per questo va disinnescata. Xerox non «regalò» nulla per distrazione: nel dicembre del 1979 concesse a una delegazione Apple due visite al PARC in cambio del diritto di acquistare centomila azioni Apple prima della quotazione in borsa, a dieci dollari l’una. Fu una transazione, non un furto e nemmeno un’ingenuità: Xerox comprò una scommessa su Apple e la incassò. Che l’azienda non capisse cosa aveva tra le mani è in parte vero e in parte comodo alibi retrospettivo: la Star fu messa in commercio, semplicemente a un prezzo e per un pubblico sbagliati. E i ricercatori del PARC stavano già disperdendosi altrove, portando le idee con sé, ben prima che Cupertino bussasse alla porta.
Sull’altro versante, la vulgata opposta — Jobs rubò tutto — è altrettanto imprecisa. Gli ingegneri di Apple non copiarono l’Alto: lo reinterpretarono e in più punti lo superarono. Le finestre che si sovrappongono, i menu che scendono dall’alto, l’oggetto che si trascina con un gesto continuo del mouse: soluzioni che al PARC non c’erano o esistevano in forma acerba. La verità storica, meno epica di entrambe le leggende, è che un’idea nata in un laboratorio pubblico-privato senza vocazione commerciale trovò gambe in un’azienda che di vocazione commerciale ne aveva da vendere. Né eroi né ladri: un trasferimento di sapere, come ne sono avvenuti mille nella storia della tecnica. La mitologia del genio-predatore e quella del gigante-imbecille servono entrambe la stessa funzione consolatoria: raccontarci che il futuro appartiene a chi lo sa afferrare, e non a chi lo sa chiudere. È esattamente il contrario di ciò che stava per accadere.
L’interfaccia che nasconde la macchina

Fermiamoci sulla cosa che davvero cambiò, perché è qui che si annida il rovescio dell’intera vicenda.
Prima della scrivania grafica, usare un computer significava parlargli. Si scriveva un comando, la macchina rispondeva, e in quello scambio scarno c’era una verità nuda: tu sapevi, almeno in linea di principio, cosa la macchina stava facendo, perché glielo avevi chiesto in un linguaggio che descriveva operazioni reali. La riga di comando esponeva il meccanismo. Era ostica, elitaria, sacerdotale — e qui va spesa una parola contro la nostalgia di certa controcultura tecnologica, che ancora oggi celebra il terminale come tempio della «vera libertà». Non lo era. Il terminale era il rito d’accesso di un clero, un filtro che teneva fuori chiunque non avesse tempo, lingua e disposizione per imparare la grammatica giusta. La scrivania grafica quel clero lo sciolse davvero. Rese la macchina utilizzabile da una maestra, da un contabile, da un ragazzino. Democratizzò. Questo va detto senza reticenze, perché è vero.
Ma la democratizzazione avvenne per una via precisa: nascondendo la macchina. La metafora della scrivania — le cartelle, i documenti, il cestino, la scrivania stessa — non mostra il computer: lo traveste da ufficio. Tu non manipoli più file e processi, manipoli l’immagine di oggetti che fingono di essere quelli di sempre. È una gentilezza, e insieme una sottrazione. L’utente riceve un mondo comprensibile a patto di rinunciare a sapere cosa c’è sotto. Diventa, appunto, un utente: non più operatore di una macchina, ma fruitore di un’esperienza. La parola stessa che oggi usiamo — user — nasce in quegli anni e porta inscritta la sua condizione: qualcuno che usa ciò che non capisce, e non ha bisogno di capirlo, perché qualcun altro ha capito al posto suo.
Non è una sventura, sia chiaro. Anche il guidatore d’automobile ignora il funzionamento del differenziale, e il mondo va avanti. Il punto non è morale, è di potere: ogni strato di gentilezza che si frappone tra la persona e il meccanismo è anche uno strato di controllo che passa dalla persona a chi quel meccanismo lo ha progettato e sigillato. L’interfaccia amichevole è, letteralmente, un’interfaccia: una faccia interposta. E una faccia si può cambiare, filtrare, sorvegliare, monetizzare — senza che chi la guarda se ne accorga. Nel 1984 questo era ancora innocente. Diventerà tutt’altro, e sarà il tema degli episodi a venire.
La scatola sigillata

Restava il corpo della macchina. E qui la contraddizione dello spot col martello si fa carne, plastica e viti speciali.
L’Apple II, la macchina che aveva fatto la fortuna dell’azienda, era stata concepita da Steve Wozniak come un oggetto aperto: si sollevava il coperchio, dentro c’erano gli slot di espansione, chiunque poteva aggiungere schede, memoria, periferiche, capirne le viscere. Era figlia diretta dell’etica dei garage: la macchina come territorio da esplorare e modificare, un invito permanente a metterci le mani. Macintosh fu l’esatto opposto, e per scelta deliberata. Nessuno slot di espansione. Un guscio che si apriva solo con attrezzi non comuni. Un interno che il manuale invitava esplicitamente a non toccare, con tanto di avvertenza sui rischi. Jobs voleva un elettrodomestico: si compra, si accende, funziona, non si guarda dentro. Come un tostapane, come un frigorifero. La macchina «per il resto di noi» — così recitava lo slogan — era anche la macchina che al resto di noi non chiedeva, e non concedeva, di sapere.
Questa è la nascita di un modello che sembra un dettaglio industriale e invece è un’ideologia dell’oggetto. La chiameremo, per comodità, la logica dell’elettrodomestico chiuso: il valore non sta nel poter modificare, ma nel non doverlo fare; l’esperienza è curata a monte, e la cura ha come prezzo l’impossibilità di intervenire. Da quel guscio sigillato del 1984 discende, in linea quasi retta, l’oggetto che nell’Episodio VI ci troveremo tra le mani: il telefono senza viti visibili, con la batteria incollata, che si aggiorna quando decide lui e che nessuno, se non un centro autorizzato, ha il diritto di aprire. Il martello dello spot ruppe lo schermo del Grande Fratello per consegnarci uno schermo migliore, più gentile, più bello — e più chiuso. Non fu una menzogna: fu un rovescio. La liberazione dall’istituzione avvenne al prezzo di una nuova dipendenza dall’azienda, e la seconda si presentava con un volto molto più simpatico della prima.
Una nota mediterranea: la macchina come oggetto civile
C’è un filo che questa serie non ha smesso di tirare fin dall’Episodio I, e che qui torna a farsi sentire. L’idea che una macchina possa essere gentile senza essere sigillata, personale senza essere prigione, non nacque nei garage californiani. Aveva già una tradizione, ed era europea, anzi in buona parte italiana.
Quando nel 1959 Olivetti presentò l’Elea 9003, il primo grande calcolatore italiano a transistor, ne affidò il disegno a Ettore Sottsass. Il risultato non somigliava a un mainframe americano: i colori, la disposizione degli armadi pensata perché gli operatori potessero vedersi in faccia mentre lavoravano, l’ergonomia concepita come atto di rispetto verso chi la macchina la usava. Dieci anni dopo, Sottsass e Perry King disegnarono la Valentine, la portatile rossa «per i poeti», una macchina da scrivere concepita apposta per essere usata ovunque tranne che in ufficio: un anti-strumento, un oggetto che rivendicava il diritto della persona a portarsi la tecnica dove voleva. E prima ancora, nel 1965, la Programma 101 di Pier Giorgio Perotto — di cui abbiamo detto — era stata «personale» quando la parola non esisteva ancora.
In quella cultura la macchina non era un elettrodomestico da consumare né un idolo da temere: era un oggetto civile, cioè fatto per stare tra le persone e tra le mani, migliorabile, riparabile, comprensibile almeno in parte. È un lignaggio che la Apple del volto sorridente e delle icone disegnate da Susan Kare in fondo raccolse — l’umanesimo del design europeo migrò a Cupertino insieme a molte altre cose — ma lo raccolse piegandolo: dalla macchina come strumento civile alla macchina come esperienza di consumo. La stessa gentilezza, due destinazioni opposte. L’Europa aveva immaginato il tostapane che si può aprire; l’America vendette il tostapane che non si deve aprire. E vinse, perché il secondo si vende molto meglio del primo. Anche di questo bisognerà tenere conto quando ci chiederemo, alla fine della serie, se esistesse un’altra strada.
Il conto che non torna

Proviamo a mettere in fila il paradosso senza chiamarlo per nome più di così, perché il rischio, con queste storie, è di innamorarsene.
Nel 1984 il personal computer raggiunse il suo momento più personale: mai era stato così amichevole, così bello, così alla portata di chi non aveva studiato per usarlo. E lo raggiunse compiendo, nello stesso gesto, due mosse che avrebbero eroso proprio quella promessa. Nascose la macchina dietro una metafora, trasformando l’operatore in utente. E sigillò il corpo dell’oggetto, trasformando lo strumento in elettrodomestico. Più la macchina diventava personale nel senso dell’esperienza, meno restava personale nel senso del possesso: più tua da usare, meno tua da capire e da governare.
Non è una condanna del Macintosh, che fu una macchina straordinaria e cambiò in meglio la vita di milioni di persone. È l’osservazione di una biforcazione. In quel gennaio si separarono due significati della parola «personale» che fino ad allora avevano viaggiato insieme: personale come adatto a me e personale come mio. Il popolo dei garage credeva di combattere per entrambi. Ottenne clamorosamente il primo. Del secondo cominciò, quel giorno, a perdere le tracce — senza accorgersene, perché la perdita si presentò vestita da vittoria, con un martello in mano e un volto amico.
Resta la domanda che portiamo al prossimo episodio, quando entreremo nell’impero del software e nel beige che ricoprì il mondo. È possibile rendere una tecnologia gentile senza portarla via dalle mani di chi la usa? Oppure ogni atto che la rende «amichevole» è, per sua natura, un atto che ce la sottrae, restituendocela un poco più addomesticata e un poco meno nostra? Nel 1984 nessuno se lo chiese, perché lo schermo era appena esploso e il rumore dei vetri copriva tutto. Ma i vetri, a guardarli meglio, erano quelli della nostra scatola.
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