La rete nasce promettendo abbondanza infinita. Trent’anni dopo il conto arriva dal silicio. Quinto episodio della serie.
Video e presentazione in RadioVideo Franti
estratto
Ogni episodio di questa serie ha raccontato la stessa meccanica: apri un livello, e il valore se ne va al piano di sopra. Il quinto rompe la regola, perché stavolta il valore è sceso. La Rete arriva con la promessa più grande di tutte — un’infrastruttura che nessuno possiede, protocolli che nessuno licenzia, informazione che si copia a costo zero — e per trent’anni la mantiene. Poi presenta il conto, e il conto non arriva dal software: arriva dal silicio. Il quinto episodio entra nell’internet delle origini con la solita diffidenza doppia. Smonta la favola della rete «nata libera e poi rubata dalle multinazionali»: non ci fu nessun furto, ci fu un bando pubblico, un piano d’architettura, e uno spegnimento a mezzanotte del 30 aprile 1995. Ma disinnesca anche la controstoria del complotto militare, e quella dei profeti. Barlow che dichiara l’indipendenza del cyberspazio dal mondo industriale scrivendo da Davos, cioè dalla riunione annuale del mondo industriale. Cliff Stoll, il tecnico deriso per aver sbagliato tutto sul web, e i suoi derisori, che sbagliarono la cosa più importante. Poi il presente, con i numeri: l’intelligenza artificiale che assorbe la maggioranza delle memorie del pianeta, la configurazione base del portatile che scende da mille a cinquecentododici gigabyte, il marchio nato nel 1996 per far aggiornare il computer a chiunque che chiude esattamente trent’anni dopo. E al centro l’esercizio: tre aziende, novanta per cento del mercato, prezzi impazziti, e una condanna penale identica alle spalle. Cartello sì o no? La risposta scomoda non è né sì né no, ed è peggio di entrambe. Con l’Europa che scopre di regolare una casa che ha smesso di abitare, e una strada di Agrate Brianza dove tutto, settant’anni fa, era cominciato.
Chiudemmo l’episodio scorso con una domanda che adesso conviene rileggere con qualche malizia: se aprire un livello significa soltanto ingrassare quello superiore, l’apertura è un valore o è il modo più elegante di nascondere dove il potere si è trasferito? La Rete arriva esattamente in questo punto della storia, e arriva con la promessa più grande di tutte. Non un’azienda migliore, non una macchina migliore: un’infrastruttura senza proprietario. Nessuno possiede il TCP/IP. Nessuno concede in licenza l’HTTP. Nessuno emette fattura per il diritto di un pacchetto a esistere. Dopo il beige del mondo e il lucchetto salito di un piano, sembrava finalmente la volta buona.
E per trent’anni, in un certo senso, lo è stata davvero. Il capovolgimento di questo episodio è che stavolta la meccanica della serie si è inceppata al contrario. Il valore non è salito. È sceso. È andato a vivere nell’unico strato dell’intera pila che non è informazione: quello dove un bit, per esistere, deve occupare fisicamente una cella di silicio. E ci ha messo tre decenni ad arrivarci, il che spiega perché nessuno stava guardando in basso.
La rete che non fu regalata a nessuno
La storia che si racconta più spesso è una storia di tradimento. C’era una volta una rete libera, fatta da ricercatori con le magliette larghe, cresciuta fuori dal mercato, e poi arrivarono le multinazionali e se la presero. È commovente ed è falsa, e conviene diffidarne proprio perché è la versione preferita dei nostri.
L’antenata della rete, ARPANET, nasce con i soldi di un’agenzia del Pentagono. Su questo si è costruita la controstoria speculare, altrettanto popolare e altrettanto zoppa: la rete come progetto militare per sopravvivere all’atomica. Anche qui il mito è più solido dei fatti. Studi sulle comunicazioni resistenti ai bombardamenti esistevano, e influenzarono le idee; ma il finanziamento serviva soprattutto a far parlare fra loro calcolatori costosissimi in università diverse, perché comprarne uno per ognuno era insostenibile. La rete più libertaria della storia nasce da un problema di contabilità: condividere macchine care. Non è un’origine eroica né sinistra. È un’origine amministrativa, e le origini amministrative sono le uniche che non piacciono a nessuno perché non danno ragione a nessuno.
Poi arriva la parte che quasi tutti ignorano, ed è la più istruttiva. Per anni la dorsale principale della rete americana fu finanziata dalla National Science Foundation, e portava attaccata una regola che oggi sembra fantascienza: una politica d’uso accettabile che vietava il traffico commerciale. Su quei cavi, pagati dai contribuenti, non si poteva vendere. Dal 1991 il divieto comincia a essere allentato, reinterpretato, aggirato con scambi di traffico creati apposta per portare fuori i pacchetti che non avevano diritto di stare dentro. Nel 1993 la fondazione pubblica un bando, il numero 93-52, che disegna l’architettura successiva: punti di scambio gestiti da privati, un arbitro degli instradamenti, una dorsale di ricerca separata. E infine, a mezzanotte del 30 aprile 1995, la dorsale pubblica viene spenta.
Vale la pena fermarsi su questa data, perché è il momento esatto in cui la faccenda diventa quella che è oggi, e non assomiglia per niente al racconto del furto. L’infrastruttura più sovversiva del secolo non fu strappata a nessuno: fu ceduta, in modo ordinato, con un bando, un piano tecnico, un periodo transitorio e le pratiche in regola. Non ci fu tradimento. Ci fu una procedura. Come nell’episodio scorso, dove l’impero non nacque da un furto di codice ma da una clausola di non esclusiva, anche qui la storia dell’informatica si conferma per quello che è: una vicenda di scartoffie travestita da epopea. Chi la racconta come una battaglia fra bene e male sta risparmiando a sé stesso la parte noiosa, che è l’unica dove succedono le cose.
Il documento più bello del secolo, scritto nel posto sbagliato
L’8 febbraio 1996 John Perry Barlow — paroliere dei Grateful Dead, cofondatore della Electronic Frontier Foundation — pubblica la Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio. Si rivolge ai governi del mondo industriale chiamandoli «stanchi giganti di carne e acciaio» e li invita ad andarsene: qui non avete sovranità. È scritta di getto, per rabbia contro una legge americana approvata quel giorno stesso, ed è, letteralmente, il testo più bello mai prodotto dalla cultura digitale.
È anche scritta da Davos, dal World Economic Forum. Cioè dalla riunione annuale, nella medesima settimana, degli stanchi giganti di carne e acciaio in questione. La dichiarazione d’indipendenza dal mondo industriale viene proclamata dall’interno del mondo industriale, ospite del mondo industriale, con il badge al collo. Non è ipocrisia: è qualcosa di più interessante. È la prova che chi credeva davvero nell’indipendenza della rete non riusciva a immaginare che la rete potesse avere un indirizzo fisico, una bolletta, un padrone di casa. Barlow scrive che i governi non possiedono metodi di coercizione che valga la pena temere. Su questo, trent’anni dopo, aveva più ragione di quanto sospettasse. Solo che non gli venne in mente di chiedersi chi possedesse le macchine.
Un anno prima, nel febbraio del 1995, un astronomo e tecnico di nome Cliff Stoll aveva pubblicato su Newsweek il pezzo che lo avrebbe reso famoso per il motivo sbagliato: una stroncatura di internet. Nessun catalogo in rete sostituirà il giornale del mattino, il commercio elettronico è una fantasia, il telelavoro è una barzelletta. Si sbagliava su tutto, e da allora il suo articolo circola come reperto comico, la prova che gli scettici sono ridicoli. Anche qui, però, la diffidenza va tenuta simmetrica, altrimenti non serve a niente. Stoll sbagliò clamorosamente sui fatti. Ma i suoi derisori — quelli che avevano visto giusto sulla crescita — sbagliarono la cosa che contava: promisero un mondo di abbondanza infinita, disintermediazione e sapere gratuito, e ottennero cinque aziende. Avere ragione sulla curva non significa avere ragione sul mondo. È una lezione che dovrebbe rendere più sobri gli attuali entusiasti, e non lo fa mai.
C’è poi la frase che nell’episodio scorso abbiamo già citato per intero, ed è il caso di riprenderla perché qui fa da cerniera. Stewart Brand, nel 1984: l’informazione vuole essere costosa, perché è preziosa; e vuole essere libera, perché il costo di diffonderla scende verso lo zero; e queste due tendenze si combattono per sempre. Nell’episodio quarto avevamo visto la metà «costosa» vincere, grazie a un’architettura formidabile di scarsità artificiale costruita attorno al software. Nell’internet delle origini vince la metà opposta, e vince così bene che tutti dimenticano l’esistenza dell’altra. L’informazione diventò libera. Nessuno pensò di chiedersi cosa ne fosse stato della sua metà costosa. Non era stata abolita. Aveva solo traslocato più in basso.
L’abbondanza come abitudine

Per trent’anni ogni decisione di progetto, ogni modello di business, ogni abitudine quotidiana è stata costruita sopra un presupposto mai discusso: che la memoria tenda al gratis. La legge di Moore da una parte, il raddoppio periodico della densità dei dischi dall’altra, e in mezzo una civiltà che smette di cancellare. Conserviamo tutto perché conservare non costa. Fotografiamo tutto. Registriamo tutto. Trasmettiamo in continuo invece di possedere. Spostiamo i file «là sopra» perché là sopra lo spazio è, in pratica, illimitato e in offerta.
Non fu un inganno. Fu un presupposto talmente profondo da diventare invisibile, e i presupposti invisibili sono esattamente quelli che poi ti mandano il conto, perché non li hai mai messi a bilancio. Nessuno, in trent’anni di manifesti sulla libertà della rete, ha scritto un rigo su chi fabbrica le celle di silicio in cui quella libertà deve materialmente stare.
Il conto arriva dal silicio
Arriviamo al 2026, ed è qui che la faccenda smette di essere storia.
L’intelligenza artificiale ha bisogno di memoria in modo osceno. Non solo di processori: di memoria. I moduli ad alta banda che alimentano gli acceleratori — quelli impilati in verticale, la cosiddetta HBM — divorano molto più silicio per bit di una memoria normale, perché l’impilamento, i collegamenti verticali e le rese imperfette fanno sparire superficie. Secondo le stime di IDC riprese dalla stampa di settore, nel 2026 i centri dati assorbono qualcosa come il settanta per cento delle memorie prodotte al mondo, contro il venti-trenta per cento del 2022; la sola HBM si prende circa un quarto dei dischi di silicio destinati alla DRAM. Non è un ciclo. È una riallocazione strutturale della capacità produttiva del pianeta, dichiarata in conferenza stampa.
I numeri che ne escono meritano di essere letti lentamente. La causa depositata a giugno sostiene che la DRAM convenzionale sia salita di circa il settecento per cento in quattro anni: è un’affermazione di parte, ma i riscontri di mercato vanno nella stessa direzione. Il prezzo a pronti della vecchia DDR4 è arrivato a moltiplicarsi per oltre venti volte in dodici mesi, il che produce lo scherzo migliore dell’anno: la memoria obsoleta che costa più di quella nuova. Un’unità a stato solido da due terabyte per computer domestico, che nel 2024 stava fra i centoventi e i centocinquanta dollari, oggi viaggia fra i trecento e i quattrocentottanta. Un’unità da trenta terabyte per centri dati, secondo un indice di prezzo di settore, sarebbe passata in un anno da circa tremila a circa diciassettemilacinquecento dollari.
Chi produce dice, pubblicamente, che è tutto già venduto. SK hynix ha annunciato in ottobre di avere collocato l’intera capacità del 2026. L’amministratore delegato di Western Digital, presentando i conti trimestrali, ha detto che l’anno è sostanzialmente esaurito, con quasi il novanta per cento dei ricavi trimestrali provenienti dal segmento cloud. Kioxia ha detto la stessa cosa in giapponese. Micron ha dichiarato di poter soddisfare fra il cinquantacinque e il sessanta per cento della domanda dei propri clienti. Valve ha ammesso che lo Steam Deck è fuori stock per carenza di memoria e archiviazione. IDC prevede per il 2026 spedizioni di smartphone in calo di quasi il tredici per cento e di computer di oltre l’undici.
Ma il dato che riassume l’intera serie è un altro, ed è modesto, quasi noioso: i costruttori di computer stanno tagliando la configurazione base dell’archiviazione da mille a cinquecentododici gigabyte. Ecco cosa significa «lo storage locale compresso». La macchina che avete davanti viene fisicamente rimpicciolita perché la macchina che non vedete possa gonfiarsi. Il bordo della rete viene affamato del materiale di cui è fatta l’intelligenza, affinché il centro ne abbia in abbondanza. Nessuno ha riscritto le specifiche tecniche che dicevano rete stupida e terminali intelligenti. Hanno riscritto il listino, che è più veloce.
E poi c’è il dettaglio che sembra scritto da un romanziere. Il 3 dicembre 2025 Micron annuncia l’uscita dal mercato consumer: il marchio Crucial, memorie e unità a stato solido per chiunque, cessa le spedizioni a febbraio 2026. Crucial era nato nel 1996 con una missione precisa e allora rivoluzionaria: permettere a una persona qualunque di comprare l’aggiornamento di memoria direttamente da chi la fabbricava, senza passare da nessuno. Nel 1996, cioè lo stesso anno in cui da Davos si dichiarava l’indipendenza del cyberspazio. Trent’anni esatti dopo, il marchio che serviva a farsi il computer da sé chiude perché i suoi grammi di silicio valgono di più altrove. Le due promesse del 1996 sono scadute nello stesso mese, e nessuna delle due è stata revocata da un governo.
Cartello sì o no
Adesso l’esercizio, ed è il motivo per cui questo episodio esiste.
La tentazione è irresistibile. Tre aziende — Samsung, SK hynix, Micron — controllano intorno al novanta per cento della DRAM mondiale: secondo Counterpoint, nel primo trimestre 2026 rispettivamente il trentotto, il ventinove e il ventidue per cento dei ricavi. I prezzi esplodono. La produzione di memoria ordinaria viene tagliata mentre la domanda urla. E, particolare non trascurabile, sono già state condannate per aver fatto esattamente questo. Caso chiuso, no?
No. E proprio perché la conclusione è così comoda, è il momento di rallentare.
Cosa fu provato davvero. Il 19 maggio 2010 la Commissione europea chiude il caso COMP/38.511 infliggendo 331 milioni di euro a dieci produttori di memorie: Micron, Samsung, Hynix, Infineon, NEC, Hitachi, Mitsubishi, Toshiba, Elpida, Nanya. Il cartello, accertato, va dal 1° luglio 1998 al 15 giugno 2002. Negli Stati Uniti il Dipartimento di Giustizia aveva già ottenuto dichiarazioni di colpevolezza: trecento milioni di dollari da Samsung, centottantacinque da Hynix, oltre settecentotrenta complessivi, e alcuni dirigenti in carcere. Roba seria, non un’ammenda simbolica.
Ma il punto — quello che serve per pensare, non per indignarsi — è che a rendere quel comportamento un reato non furono i prezzi alti. Furono le conversazioni. Scambi segreti di informazioni, contatti fra concorrenti, un accordo. La prova non era il risultato: era il dialogo. E il cartello morì per la sua unica debolezza strutturale, cioè il fatto di dover parlare: nel 2002 Micron andò dalle autorità e ottenne l’immunità totale, azzerando la propria multa e facendo saltare tutti gli altri. Chi parla può sempre parlare anche con la polizia. Su questa fragilità è costruita l’intera architettura repressiva mondiale: i programmi di clemenza premiano chi confessa per primo, e funzionano benissimo — a condizione che ci sia qualcosa da confessare.
Cosa è successo dopo. Nel 2018 un’azione collettiva accusò gli stessi tre di aver coordinato tagli produttivi fra il 2016 e il 2018. Il giudice Jeffrey S. White la respinse nel 2020. Il 7 marzo 2022 la corte d’appello del Nono Circuito confermò: la condotta contestata era spiegabile più facilmente con un comportamento di mercato lecito e non concordato che con un accordo. Gli otto indizi portati dagli attori vennero smontati a uno a uno; secondo la corte, uno solo — la precedente condanna penale — faceva anche solo lievemente pendere l’ago. Il resto era, tecnicamente, parallelismo consapevole: tre imprese che si guardano, leggono i conti trimestrali l’una dell’altra e arrivano razionalmente alla stessa decisione. Dal 2007, con la sentenza Twombly, la legge americana richiede che un’accusa di cartello renda l’accordo plausibile e non semplicemente possibile; il comportamento parallelo, da solo, non basta mai.
E qui arriva il cortocircuito che vale l’intero episodio, e va letto due volte. La corte osservò che l’alta concentrazione del mercato, se da un lato rende il cartello possibile, dall’altro rende il comportamento parallelo più probabile, perché poche imprese reagiscono alle stesse pressioni. Tradotto: più un mercato somiglia strutturalmente a un cartello, più diventa innocente il fatto che si comporti come tale. Non è un errore dei giudici. È l’applicazione corretta di una legge scritta per un mondo con molti venditori a un mondo che ne ha tre.
Il 25 giugno 2026, davanti al tribunale federale della California del Nord, diciassette attori — quattordici privati e tre piccole imprese che assemblano computer — hanno depositato Garciaguirre contro Samsung Electronics, caso 5:26-cv-06345, assegnato alla giudice Noel Wise. L’accusa è di aver usato il passaggio all’HBM come pretesto per strangolare la produzione di DDR3 e DDR4. Micron nega e annuncia che si difenderà; gli altri, al momento, non hanno risposto in giudizio. Le accuse non sono provate, il caso probabilmente si giocherà tutto sulla soglia di ammissibilità, ed è dove sono morti i precedenti.
Allora: cartello sì o no?
La risposta onesta è che da fuori non è decidibile, e la ragione non è che le prove siano nascoste. È che un cartello e un oligopolio razionale a tre producono lo stesso identico risultato. Non prodotti simili: risultati indistinguibili. Il che rende la domanda «cartello sì o no» meno utile di quanto sembri — non perché la risposta non conti, ma perché in nessuno dei due casi cambia qualcosa per chi paga. Se è un cartello, è illegale e forse nel 2032 arriverà un rimborso di trentasei euro. Se non è un cartello, è legale e il prezzo resta quello per sempre. La bolletta è la stessa nei due mondi.
La domanda che porta più lontano è un’altra, e non riguarda la moralità di nessuno: perché mai un mercato così dovrebbe aver bisogno di un accordo? Non serve una telefonata quando esiste la conferenza con gli analisti. Le previsioni trimestrali, gli obiettivi di capacità, le dichiarazioni sui margini sono un canale di comunicazione pubblico, legale, obbligatorio per legge e protetto dai tribunali. Il cartello del 1998 era goffo: usava il telefono. Il diritto della concorrenza ha punito la goffaggine e, senza volerlo, ha insegnato al settore che la goffaggine era superflua. Se togli la conversazione, l’intera macchina repressiva — costruita per catturare conversazioni — non ha più niente da afferrare.
E adesso la parte scomoda per chi era già arrivato alla conclusione. Contro la tesi del complotto ci sono fatti materiali verificabili e noiosissimi. L’HBM consuma davvero più silicio per bit. Una nuova fabbrica costa, secondo la stessa causa, fra i quindici e i venti miliardi di dollari e richiede anni: nessuno la costruisce per inseguire un picco. E soprattutto queste aziende hanno appena visto morire un concorrente per il motivo opposto. Qimonda, scorporata da Infineon il 1° maggio 2006, seconda produttrice mondiale di DRAM, depositò istanza di insolvenza a Monaco il 23 gennaio 2009, uccisa da una sovrapproduzione che aveva schiacciato i prezzi sotto il costo. Un’impresa che ha guardato un rivale morire di abbondanza non ha bisogno di un complotto per essere prudente. Ha bisogno di una memoria.
Ci sono poi due dettagli che dovrebbero far vacillare chiunque sia troppo sicuro, in qualsiasi direzione. Il primo: quando Google ha pubblicato un lavoro su un metodo di compressione che ridurrebbe fino a sei volte il fabbisogno di memoria dei modelli, il mercato è andato in vendita immediata. Molti esperti contestano quelle stime, ma il punto è un altro: un cartello con il controllo che gli si attribuisce non trema per un articolo scientifico. Il secondo: sul trimestre in corso Jefferies prevede rincari del quaranta-cinquanta per cento, TrendForce del tredici-diciotto, sostenendo che i compratori hanno raggiunto il tetto di ciò che possono permettersi. Due case rispettabili, lo stesso trimestre, due mondi diversi. Chiunque vi dica di sapere come va a finire vi sta vendendo qualcosa — un abbonamento, un titolo o un’indignazione.
La regolatrice di una casa che non abita

Nell’episodio scorso avevamo lasciato l’Europa nella posa che le riesce meglio: regolatrice di un impero che non aveva costruito. Sulle memorie la posa si perfeziona fino a diventare comica.
L’unica europea in quel cartello era Infineon. Infineon scorpora la propria divisione memorie nel 2006, la chiama Qimonda, e Qimonda muore nel gennaio 2009 portandosi via l’ultima vera produzione europea di DRAM. Sedici mesi dopo, nel maggio 2010, la Commissione europea infligge le multe per il cartello — e sceglie proprio quel caso per inaugurare la sua nuova procedura di transazione, la prima della storia comunitaria. L’Europa collauda il proprio strumento antitrust più moderno su un mercato dal quale era appena uscita definitivamente. Fa le regole di una casa che ha smesso di abitare.
Il seguito è coerente. Il Chips Act del febbraio 2022 fissa l’obiettivo del venti per cento della produzione mondiale entro il 2030. Nella primavera del 2025 la Corte dei conti europea certifica che è altamente improbabile: la proiezione realistica si ferma all’11,7 per cento, partendo dal 9,8 del 2022, e fra le cause c’è il fatto che la Commissione controllava direttamente circa quattro miliardi e mezzo su un totale nell’ordine degli ottantasei. Il 12 giugno 2026 arriva la proposta di Chips Act 2.0, che dell’obiettivo del venti per cento si dimentica con eleganza e introduce, al capitolo quarto, poteri straordinari: in caso di gravi interruzioni negli approvvigionamenti la Commissione potrà imporre ai produttori europei specifiche priorità di fornitura. Il settore ha accolto la proposta con perplessità, e si capisce. Rileggetela adagio: l’Europa si attribuisce il potere di ordinare la precedenza su una produzione che, per le memorie, non ha. È una sovranità di carta stesa sopra una filiera di silicio che vive altrove, e nessuno pensa che i tre di cui sopra si sentiranno chiamati in causa.
Via Camillo Olivetti
Resta il filo rosso che tiriamo dal primo episodio, e stavolta si chiude su sé stesso in modo quasi imbarazzante.
Nel 1957 Adriano Olivetti aveva un problema banale: per costruire l’Elea 9003 gli servivano trecentomila transistor, e in Italia non c’era dove comprarli con continuità. Mario Tchou lo convinse che bisognava farseli in casa; Roberto Olivetti e Tchou andarono a parlare con Virgilio Floriani, della Telettra, che dal 1955 aveva un laboratorio di semiconduttori al germanio su licenza Bell. Il 16 ottobre 1957 nasce la Società Generale Semiconduttori. Lo stabilimento viene costruito in un paese lungo l’autostrada Milano-Bergamo, Agrate Brianza, in una strada che oggi si chiama via Camillo Olivetti. L’Italia entra nella mappa mondiale della microelettronica perché una fabbrica di macchine per scrivere non trovava i pezzi.
Quella società, attraverso mezzo secolo di trasformazioni — l’ingresso di Fairchild nel 1960, la fusione con ATES nel 1972, il matrimonio con i francesi di Thomson nel 1987 — è oggi STMicroelectronics, che insieme a LFoundry è l’unica azienda a produrre microchip nel nostro Paese. Fa cose eccellenti: elettronica per l’automobile, microcontrollori, potenza, sensori. Non fa DRAM. Non fa NAND.
Micron, in Italia, c’è. Vimercate, Agrate, Avezzano, Arzano: diverse centinaia di persone che fanno ricerca, progettazione, ingegneria, qualità sulle memorie non volatili. Non fanno produzione. Nel 1998 Micron aveva comprato lo stabilimento di memorie che Texas Instruments aveva ad Avezzano; nel 2013 lo ha rivenduto. Da allora l’Italia ha i cervelli delle memorie e non ha le memorie. Poi, nel dicembre del 2025, la stessa azienda ha annunciato di uscire anche dal mercato in cui quelle memorie le compravamo noi.
È l’eco esatta, e capovolta, dell’episodio quarto. Olivetti fondò una fabbrica di semiconduttori perché aveva bisogno di componenti che non poteva comprare. Settant’anni dopo l’Italia ha di nuovo bisogno di componenti che non può comprare, e stavolta non fonda niente: si mette in coda. Non è una colpa di nessuno in particolare, ed è il tipo di sfortuna che, a forza di ripetersi, ha smesso di somigliare al caso.
Il conto, di nuovo
Mettiamo in fila, senza affezionarci, come ogni volta. Aprimmo il protocollo e lo chiamammo trionfo della Rete: nessuno possiede il TCP/IP, nessuno licenzia l’HTTP, nessuno fattura l’esistenza di un pacchetto. Ed era vero, ed è ancora vero oggi. Solo che trent’anni dopo scopriamo il rovescio: il piano che nessuno possiede è esattamente il piano che non vale niente. È libero perché non conta più. La libertà, in questa serie, si è sempre depositata sullo strato che era già stato svuotato.
E stavolta, per la prima volta, il valore non è salito. È sceso. Guardavamo tutti verso l’alto, verso le piattaforme — e faremo bene a guardarci, nel prossimo episodio, perché lassù è successo di tutto. Ma nessuno guardava sotto, verso l’unico strato dell’intera pila che non è informazione, che non si copia a costo zero, che non vuole essere libero perché non è un’idea: è una cella. L’informazione voleva essere libera e ha ottenuto quello che voleva. Il contenitore, no.
Il principio che teneva insieme la rete delle origini diceva: rete stupida, terminali intelligenti. Come architettura è ancora vero, riga per riga; quelle specifiche nessuno le ha abrogate. Come distinta base ha smesso di esserlo. Il bordo — il vostro computer, il vostro telefono — viene compresso fisicamente perché il centro possa gonfiarsi, e la compressione non è arrivata sotto forma di decreto: è arrivata sotto forma di una configurazione base che passa da mille a cinquecentododici. Non hanno riscritto il principio. Hanno riscritto il listino, e il listino è più veloce di qualunque emendamento.
Barlow, da Davos, scriveva ai governi che non possedevano metodi di coercizione che valesse la pena temere. Su quel punto aveva perfettamente ragione, e la ragione gli si è ritorta contro. Il metodo di coercizione non è stato una legge. È stata una fattura. E a firmarla non era un governo.
Ed ecco cosa portiamo all’episodio prossimo, quello in cui la Rete si riempie di roba gratis — piattaforme gratis, spazio gratis, servizi gratis, in quantità industriale, offerti con la faccia di chi vi sta facendo un favore. Se l’unico piano che nessuno possiede è anche l’unico che non vale niente, allora la domanda da rivolgere a ogni regalo non sarà se è un dono o una trappola: è una domanda da ingenui, e non porta da nessuna parte. La domanda sarà più semplice, e molto più scortese. Gratis a quale piano?
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