Saremo anche figli degli ufo, qui al Franti di sicuro, ma di certo siamo anche nipoti di Rod Serling, e senza confini e parimenti realtà, oppure con una realtà parecchio fantasiosa. La sua inventiva, – di Serling – gli stuoli di autori e produttori e sceneggiatori al suo servizio; Matheson e Bradbury per dire, e stuoli di fan – uno fra tutti steven spielberg – bastano a avanzano a rendere tale serie tv – sempre di quella si parla come per gli Ufo – immortale e anche oggetto unico e imprevedibile nella produzione tv di ogni tempo e luogo. . La fiction seriale deve il suo nome originale – Twilight zone – alla particolare luminosità di un periodo specifico, e soltanto di quello, del bel mezzo o anche, nel bel mezzo del tramonto, meglio detto crepuscolo. Senza di essa, non la luce ma la serie, le cose nel mondo delle finzioni di scienza – science fiction per dirla all’anglosassone – sarebbero andate diversamente. Non so se ve ne siete accorti ma gli episodi della twilight zone del buon Rod, quelli originali della fine anni ‘50 del secolo scorso, stanno andando in onda, o stavano, quando vi scrissi questo, che sembra oggi, ma avvenne tempo addietro – lemmi lemmi – attorno all’ora di pranzo in questo inizio estate su una delle tre reti della rai tv, quella col canone a pagamento in quanto televisione pubblica del nostro paese, detto italia. A voler guardare – e rispetto alle serie tv successive – questa, vanta episodi e anni di programmazione multipla cinque in tutto – tanti ma non troppi, e ciò nonostante essendo un apri filone o similar, – apripista anche detta – come spesso accade quando si tratta di roba così i tentativi di imitazione sono stati multipli, per non dire molteplici, per non dire numerosi assai assai. Come dicono quelli della Settimana con gli anagrammi e i rebus.

Ma soprattutto tanti sono stati i tentativi, alcuni andati a buon fine, di ricominciare a produrre la serie stessa. Il primo negli anni ottanta ha visto fra gli artefici proprio mr ET Spielberg, che da fan si tramutò in prod e anch regist nonchè autor maximum e memorabilis. Del resto e del posto o anche del basto – scegliete liberamente quello che più vi aggrada – lo Steven d’oro del cinema yankee esordìtte con un filmuccio di nome Duel che potemmo lietamente ascrivere senza colpo ferire e alcuna remora – anche pullula o donnola – fra i racconti dei e con i “confini della realtà”. Ricordate il camion e l’automobilista e la loro perpetua per non dire perenne rincorsa on the road. Che nemmeno Kerouac.
Molte assai assai sono le peculiarità di detta serie. Una fra tutte la sigla. Chi non conosce detta music. Chi mi domando retoricamente e proseguo. Elaborata, rielaborata, strausata in altre miriadi di occasioni diverse, soprattutto pubblicitarie ma anche no. Ebbene la storia del brano è davvero singolare, così come l’autore di detto brano è davvero particolare. Intanto va detto che la musica così com’è non esisteva. Trattasi di fusione di due pezzi diversi, realizzati dal medesimo autore. L’impresa fu posta in essere da un musicista dipendente della Cbs – casa produttrice della serie televisiva – tale Lud Gluskin. Un apprezzato batterista jazz e arrangiatore, che, in qualità di dirigente televisivo del comparto musicale della Cbs, aveva commissionato anni prima dell’inizio della produzione de I confini della realtà, all’apprezzato e molto blasonato compositore e musicista rumeno naturalizzato francese Marius Constant, la realizzazione di una serie di temi musicali – liberi – da poter inserire nel patrimonio compositivo di proprietà della rete televisiva, per poter essere usati a piacimento dai produttori come sigle e commento sonoro dei prodotti tv. Leggenda vuole che la sigla della prima stagione della serie non avesse completamente convinto critica, pubblico e dirigenza e con l’arrivo della conferma della seconda stagione i boss della Cbs avessero chiesto al loro musicista Gluskin di mettere a punto un nuovo score, per dirla con quelli bravi, per Twilight zone. E il maestro concertatore jazz in grave crisi creativa e con poco tempo a disposizione che fece? Andò a scartabellare fra le composizioni di Constant – ora proprietà di Cbs ed esenti da diritti – e mise insieme due diversi pezzi del compositore franco-rumeno, per vedere l’effetto che facevano – questo lo dico io per fare il simpatico e citare Jannacci, non fateci caso – ma andò più o meno così, e il risultato lo conosciamo e fu subito “mito”.
Come spesso accade le cose studiate sono meno facili al successo degli accidenti, casualità, stranezze, singolarità, e un sacco di a con l’accento, e, i, – forse um – altro non dico. Il bello, o il brutto, di questa storia, è che il compositore dei due temi divenuti sigla immortale manco lo sapeva di essere stato lui a comporre questo mitico tema sonoro divenuto famoso all over the world. E così è stato per anni. Poi a un certo punto il successo della serie e della sigla medesima è diventato così globale, ma così globale, da non poter passare inosservato neanche negli ambienti classici e franzosi frequentati dal maestro Constant. Il quale, è bene sottolinearlo, da tutto quel successo, non ha guadagnato un “tollino”, svanzica, nichelino, dollaro, peseta o franco. avendo venduto i brani alla Cbs anni prima. In compenso, e con grande humor si è fatto portavoce di una dichiarazione assai simpatica sull’episodio che lo vedeva coinvolto suo malgrado:
“Sono il più famoso sconosciuto compositore d’America”.
Marius, a onor del vero, ebbe una carriera luminosa e ricca di soddisfazioni. Il maestro ha composto musica per balletti famosi, e collaborato con Roland Petit, Maurice Béjart e Peter Brook fra gli altri, ha pure fondato e diretto l’ensemble art nova, orchestra da camera di musica contemporanea, e diretto per un periodo un teatrino di periferia – si scherza – come l’Opera di Parigi. Non esattamente romildo il giustacuore, il maestro Constant. Eppure la vita è bizzarra e il caso davvero casuale a quanto pare. Tanto se ha da venì, vene, e sennò, vabbè. (oggi filosofeggio, perdonate)
“C’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce; è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità; è la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere: è la regione dell’immaginazione, una regione che potrebbe trovarsi “Ai confini della realtà”
Vi rimescola l’incipit? L’ onnipresente introduzione a cura e recitazione di persona personalmente dallo stesso Serling. Rod nostro era anche voce narrante della serie dalla prima edizione, quella fine anni ‘50 del secolo scorso. Ogni episodio veniva introdotto con l’incipit medesimo e poi narrato fuori campo dal buon Serling che poi accompagnava gli spettatori verso l’ennesimo strappo nella realtà quotidiana, il solito ribaltamento di prospettiva, lo scombussolamento delle carte e anche delle porte, come mai avremmo potuto prevedere e prospettare persino immaginare. Del resto siamo o non siamo ai confini della realtà. Tempo di leggere è il titolo di uno degli episodi della prima stagione, forse il più celebre di quel ciclo di telefilm, e uno dei più famosi di sempre della serie. La peculiarità sta, a mio modo di vedere, nel confronto fra il tema del racconto e gli sceneggiatori della serie, soprattutto il dott. general, egreg. LupMann. Matheson di nome Richard. Mi viene quasi da far palpitare il ciglio e sgorgare una lacrimuccia pensando a Matheson e ai suoi cavalli di battaglia e al tema di questa particolare puntata della serie tv. Ci troviamo sulla terra, ma il nostro pianeta è stato distrutto quasi del tutto e soprattutto, è spopolato, quasi totalmente, per non dire proprio nessuno. Avete presente il romanzo di Matheson sull’ultimo uomo sulla Terra – Io sono leggenda – ecco, siamo lì pure qui. Ci credo che sia piaciuta e pure parecchio questa puntata della serie. Ci avete presente Matheson. NO? Vergogna. Andate subito a leggerlo e a vedervi tutti i film, telefilm, commedie, fumetti, e chi più ne ha, ispirati al lavoro del possente Richard. L’ultimo di essi, un filmuccio, dedicato al capolavoro Io sono leggenda lo ha fatto Will Smith, proprio lui il principe di Bel Air. Quando? Bah mi verrebbe da dire una quindicina di anni or sono minuto più minuto meno, dopo controllo.

Sono quasi venti, in realtà gli anni passati dalla versione Smith della Leggenda Matheson, 2007, con tanto di sequel Io sono leggenda 2, del 2025. Tornando a Tempo di leggere, vi invito a fare attenzione però, e per completezza dell’informazione e nonostante la presenza del Matheson illustre fra gli sceneggiatori della serie, è giusto specificare, che la sceneggiatura e il soggetto di essa puntata, famosa anzichenò, non fu scritta dal Matheson, bensì da Lynn Venable che, fuor di pseudonimo nella realtà di nome faceva Marylin, ma di cognome continuava a fare Venable. L’episodio in questione, e in particolare l’oggetto occhiali da vista che compare segnatamente in esso racconto – e non dico altro – sono divenuti nel tempo celeberrimi, per un certo tipo di narrativa fantascientifica e, sono stati, di conseguenza citati e richiamati più e più volte, in lungo e in largo, da questo e da quello a destra e a manca fra i classici del genere. A noi piace riportare, in chiusura e a proposito di detto episodio una citazione musicale ad hoc. Trattasi dei The Fall che suonano e cantano proprio quello lì con tanto di titolo preciso preciso: Time enough at last. Segue clip e tanti auguri vivissimi e felicitazioni a voi tutti.
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