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Cittadini fino a esaurimento scorte

Prezzi dei dispositivi in salita, sistemi operativi che scadono, servizi pubblici che danno per scontato uno smartphone recente. Cosa resta di praticabile

Estratto

Ci hanno detto per anni che la digitalizzazione era inclusione, e in parte lo era: chi ha uno smartphone recente oggi risolve in tre minuti pratiche che chiedevano una mattinata e un bollo. Poi il 30 luglio 2026 Samsung ha depositato una trimestrale in cui il gruppo incassa cifre mai viste grazie alle memorie per l’intelligenza artificiale e la divisione che fabbrica i Galaxy va in perdita per la prima volta nella sua storia, schiacciata dal costo dei componenti prodotti in casa propria. Da lì in poi la catena si legge da sola: Micron che chiude Crucial dopo ventinove anni, GoPro che deposita un dubbio formale sulla propria sopravvivenza citando rincari delle memorie tra l’ottanta e il centoquindici per cento, i produttori cinesi che smontano la fascia bassa invece di tagliarsi i margini. Il pavimento del mercato si alza, e il pavimento è dove poggia chi ha meno. Su quel pavimento la Repubblica ha costruito un piano intero: SPID, CIE, fascicolo sanitario, IT-Wallet dentro l’app IO. Con requisiti che nessuno ha votato e che nessuno discute — versione minima del sistema operativo, app firmata dallo store ufficiale, dispositivo non compromesso. E qui si apre la beffa che questo articolo prova a raccontare senza retorica: la via di fuga tecnica, cioè installare un sistema operativo libero su un telefono abbandonato dal produttore, richiede di sbloccare il bootloader, e uno smartphone con il bootloader sbloccato è precisamente ciò che lo Stato definisce compromesso. Si può salvare l’oggetto o conservare la funzione per cui l’oggetto era diventato obbligatorio, non entrambe. Abbiamo verificato una per una anche le cifre che circolano nella controinformazione su questa crisi. Alcune non reggono. Le abbiamo lasciate cadere: il quadro reale è già abbastanza serio da non aver bisogno di aiuti.

Ci hanno spinti dentro lo smartphone mentre l’industria lo toglieva dagli scaffali. E la via di fuga tecnica ci espelle esattamente dai servizi che dovremmo raggiungere.


Il 30 luglio 2026 Samsung Electronics ha pubblicato i conti del secondo trimestre e ha consegnato al mondo una fotografia che gli uffici stampa hanno faticato a montare in un titolo solo. Il gruppo ha registrato numeri mai visti — la guidance preliminare parlava di circa 171 mila miliardi di won di ricavi e 89,4 mila miliardi di utile operativo in tre mesi — mentre la divisione MX, quella che fabbrica i Galaxy, chiudeva con una perdita operativa di 700 miliardi di won su 33,2 mila miliardi di fatturato. Prima volta nella storia della linea. Non era successo neanche ai tempi dei Note 7 che prendevano fuoco negli aeroporti.

La spiegazione l’ha data l’azienda stessa, con una formula da bilancio: i ricavi sono cresciuti grazie alla serie S26 e alla serie A, l’utile è evaporato per l’aumento dei costi dei componenti a livello di settore. Tradotto: il piano di sopra ha venduto le memorie ai data center dell’intelligenza artificiale a prezzi che il piano di sotto non può permettersi. Dentro la stessa azienda, con lo stesso silicio, la fabbrica ha smesso di riconoscere il proprio prodotto finito come cliente prioritario.

Vale la pena fermarsi un secondo su questi numeri, perché nelle ultime settimane hanno cominciato a circolare in versioni curiose. Gli 89 mila miliardi di won sono un utile trimestrale, non annuale, e riguardano l’intero gruppo: chi li cita come “profitto più alto della storia” senza specificare il perimetro sta raccontando una cosa vera in un modo che la rende inservibile. La perdita mobile, allo stesso modo, non è “stimata tra 700 e 1.500 miliardi”: è dichiarata a 700, con la divisione DX allargata a elettrodomestici e televisori che arriva a 800. La differenza tra un dato di bilancio e una forchetta gonfiata di stima è tutta la differenza tra un argomento e uno slogan. Ci torneremo, perché è il punto centrale di questo articolo più di quanto sembri.

Il fondo del barile ha un nome commerciale

Che il consumatore sia diventato il destinatario residuo della filiera non è un’interpretazione militante: è una decisione aziendale annunciata per iscritto. Il 3 dicembre 2025 Micron ha comunicato l’uscita dal business consumer di Crucial, il marchio con cui vendeva memorie e SSD direttamente al pubblico dal 1996. Spedizioni fino a febbraio 2026, garanzia mantenuta, personale ricollocato verso le divisioni enterprise. Il motivo, dichiarato dal chief business officer: migliorare la fornitura ai clienti strategici nei segmenti a crescita più rapida. Ventinove anni di rapporto diretto con chi si assembla il computer in casa, chiusi con una frase di cortesia e un ringraziamento alla community.

Gli effetti a valle si vedono meglio guardando chi non ha la stazza per farsi rispondere al telefono. GoPro, il primo giugno 2026, ha ridepositato il bilancio 2025 con l’aggiunta di un paragrafo che nessuna azienda vuole vedere: il revisore PricewaterhouseCoopers certifica un dubbio sostanziale sulla capacità di continuare l’attività nei dodici mesi successivi. Nel documento l’azienda cita rincari delle memorie tra l’80 e il 115 per cento concentrati nell’ultima settimana di marzo, un impegno d’acquisto non cancellabile da 24,5 milioni di dollari, ricavi trimestrali scesi del 26 per cento e covenant bancari destinati a saltare. La stampa di settore ha ribattezzato la faccenda RAMageddon, con quel gusto per il neologismo apocalittico che di solito serve a rendere digeribile una cosa noiosa. Ma il meccanismo è meno spettacolare e più duro del nome: chi compra poco silicio paga di più il silicio che compra, e a un certo punto smette di comprarlo.

Nel frattempo Omdia ha misurato nel secondo trimestre 2026 un calo del sei per cento nelle spedizioni globali di smartphone, con Xiaomi giù del 26 e il gruppo OPPO del 17 — entrambi esposti sulla fascia sotto i duecento dollari, entrambi impegnati a tagliare modelli di fascia bassa per difendere i margini. Apple, che i suoi listini li ha tenuti sostanzialmente fermi, ha chiuso il suo miglior secondo trimestre di sempre. Chi sta in alto assorbe, chi sta in basso sparisce.

Le cifre che girano, e quelle che reggono

Qui comincia la parte scomoda, e riguarda anche noi che scriviamo di queste cose.

Attorno a questa crisi si è formato in poche settimane un corpus di analisi che circola tra newsletter, canali Telegram e dossier riassuntivi, e che ha già prodotto la sua mitologia numerica. Il pezzo forte è un dato attribuito a NielsenIQ: il mercato italiano che cresce del 5,2 per cento a valore e crolla del 10,1 per cento a volume. Statistica della vergogna, l’ha chiamata qualcuno. Il problema è che il comunicato NielsenIQ del 28 luglio 2026 dice altro. Dice che la tecnologia di consumo nei primi cinque mesi dell’anno vale oltre 6,46 miliardi di euro con un più 5,2 per cento a valore; che la telefonia cresce del 4,9; che gli smartphone, che fanno l’84 per cento del giro d’affari del comparto, crescono del 4,5 trainati dai modelli sopra i 600 euro; che i PC salgono del 20 per cento e i tablet del 15,7. Il meno 10,1 a volume, in quel documento, non c’è.

Non è un dettaglio da pedanti. Il dato inventato racconta un mercato in desertificazione; il dato reale racconta qualcosa di più interessante e di più preoccupante, cioè un mercato che si sposta verso l’alto e lascia scoperto il basso. Sono due diagnosi diverse. La prima si sgretola appena qualcuno apre il comunicato originale, e portandosi via la credibilità dell’intero ragionamento. La seconda regge, e obbliga a fare domande più difficili.

Stesso discorso per il contorno macroeconomico. Si legge spesso, in queste settimane, che i prezzi salgono mentre la disoccupazione cresce vertiginosamente. Il 30 luglio l’Istat ha diffuso i dati di giugno: tasso di disoccupazione al 5,7 per cento, in aumento di 0,4 punti sul mese, occupati stabili a 24 milioni e 310 mila, e — su base annua — 131 mila occupati in più e 54 mila persone in cerca di lavoro in meno. Il balzo vero è quello giovanile, salito di un punto e mezzo in trenta giorni fino al 18,4 per cento, più del triplo del tasso generale. Non è una disoccupazione di massa: è una frattura generazionale dentro un mercato del lavoro nominalmente in tenuta.

Dove il quadro si fa davvero pesante è sui salari, e nessuno ha bisogno di gonfiarli. Le retribuzioni contrattuali crescono attorno al 2,4 per cento nel primo semestre, sotto l’inflazione. E l’inflazione, nella scomposizione Istat per capacità di spesa, non è la stessa per tutti: le famiglie con redditi più bassi subiscono un’inflazione effettiva sensibilmente più alta di quelle benestanti. Chi ha meno paga di più le stesse cose. È da questa forbice, non da una disoccupazione immaginaria, che nasce il problema dell’accesso all’hardware.

Il conto del nipote dell’iPhone

Il primo iPhone venduto in Italia fu il 3G, luglio 2008, 499 euro per la versione da 8 GB e 569 per quella da 16, prezzi da telefono di lusso in un mercato dove il grosso stava tra i 250 e i 350. All’epoca sembrò una cifra fuori scala, e in effetti lo era.

Oggi il discendente diretto di quell’oggetto, l’iPhone 17 Pro Max, parte da circa 1.469 euro di listino per il taglio da 256 GB. Nominalmente siamo a poco meno del triplo. Ma tra il 2008 e il 2026 l’inflazione italiana cumulata vale grossomodo un terzo, il che porta quei 499 euro a valere oggi intorno ai 670: il moltiplicatore reale sta poco sopra il due. Il modello base della stessa generazione, del resto, si trova in rete attorno agli 800 euro, cioè un raddoppio scarso in diciotto anni per un oggetto che nel frattempo ha inglobato la macchina fotografica, il navigatore, il lettore musicale, il documento d’identità e la carta di credito.

Il capovolgimento vero non sta quindi in cima, dove i prezzi salgono ma in modo tutto sommato leggibile. Sta in fondo. Nel 2008 il telefono costoso era un’eccezione dentro un listino largo; nel 2026 il listino largo si sta accorciando dal basso, e i produttori che vivevano su quella fascia stanno tagliando modelli invece di tagliare margini. Non è che la tecnologia sia diventata cara: è che il pavimento si sta alzando. E il pavimento è esattamente il punto in cui poggia chi ha meno.

Lo Stato che dà per scontato

Su quel pavimento, negli ultimi sei anni, la Repubblica Italiana ha costruito un piano intero.

Fascicolo sanitario, prenotazioni, SPID, CIE, pagoPA, notifiche a valore legale via SEND, e da dicembre 2024 IT-Wallet dentro l’app IO, con patente, tessera sanitaria, carta europea della disabilità. La transizione è stata raccontata come inclusione, e in molti casi lo è stata davvero: chi ha uno smartphone recente oggi fa in tre minuti cose che richiedevano una mattinata e un bollo.

Poi si va a leggere la pagina di assistenza sui requisiti. Per usare Documenti su IO serve Android 8.0 o superiore, oppure un iPhone dal 6s in su. Serve che l’app in esecuzione sia quella ufficiale firmata e scaricata da Google Play o App Store. E serve, testualmente, che il dispositivo non sia compromesso: non deve essere stato modificato per rimuovere le restrizioni di sicurezza imposte dal sistema operativo. Nel frattempo il settore privato alza la soglia in parallelo: Intesa Sanpaolo ha escluso Android 8 da dicembre 2025 e Android 9 e 10, insieme a iOS 13 e 14, da marzo 2026.

Nessuno di questi requisiti è irragionevole preso da solo. Sommati, disegnano una data di scadenza della cittadinanza che non è scritta in nessuna legge e che viene fissata, mese dopo mese, dagli uffici di conformità di soggetti che non rispondono a un elettorato.

La beffa del bootloader

E qui arriva la parte che l’entusiasmo controinformativo tende a saltare.

Il 7 luglio 2026 LineageOS ha annunciato, dentro il consueto post di aggiornamento estivo, uno strumento di flashing via browser basato su WebUSB: fastboot, ADB e persino il protocollo Odin di Samsung gestiti dal portale di download, senza installare i platform tools sul computer. È una notizia ottima e concreta. Il progetto sostiene centinaia di dispositivi, la 23.2 porta Android 16 su hardware che i produttori hanno abbandonato da anni, la 24 su Android 17 è in lavorazione. Chi ha un telefono del 2018 in un cassetto può, oggi, riportarlo a ricevere patch di sicurezza.

Solo che lo stesso team che ha pubblicato lo strumento ha precisato che non sostituisce la procedura: le istruzioni specifiche per modello restano obbligatorie, e soprattutto resta obbligatorio sbloccare il bootloader. Che cancella tutti i dati, che su alcuni marchi richiede attese di giorni o non è concesso affatto, e che agli occhi del sistema operativo — e di chi lo interroga — rende il dispositivo esattamente ciò che l’app IO definisce compromesso.

Il cortocircuito è tutto qui, ed è più elegante di quanto meriti. Lo Stato mi chiede un dispositivo aggiornato. Il produttore smette di aggiornarlo. La comunità libera mi offre di aggiornarlo io. Nel momento in cui accetto, lo Stato non mi riconosce più. La strada che salva l’oggetto è la stessa che mi toglie la funzione per cui l’oggetto mi era stato reso obbligatorio. Non è un difetto del software libero e non è malafede di PagoPA: è la conseguenza logica di aver fondato l’identità digitale sull’attestazione remota dell’integrità del dispositivo invece che sull’identità della persona.

Anche i dispositivi aperti vengono castrati

La differenza tra “bloccato” e “sbloccabile” è esattamente il punto politico della faccenda: il bootloader è protetto su tutti, ma solo alcuni produttori ti danno la chiave.

Chi la dà senza troppe storie: Google Pixel, Fairphone, Nothing, Sony, Motorola (che ha addirittura un portale ufficiale di sblocco), HMD/Nokia. Qui è una scelta dichiarata, documentata, con tanto di codici sorgente del kernel pubblicati.Chi la dà con la burocrazia: Xiaomi, Redmi, POCO. Richiesta legata all’account, sette giorni di attesa, quote annuali, requisiti di anzianità sul forum — e su HyperOS parecchie richieste vengono semplicemente respinte. I modelli venduti sul mercato cinese sono di fatto chiusi.

Chi ha chiuso da poco: Samsung. Con One UI 8, da luglio 2025, il toggle “Sblocco OEM” è sparito dalle opzioni sviluppatore anche sui modelli internazionali — sugli americani mancava già da anni. Un Galaxy aggiornato non si sblocca più. E anche prima, lo sblocco bruciava in modo irreversibile l’efuse Knox: Samsung Pay e Cartella Sicura morivano per sempre, anche ribloccando.

Chi non l’ha mai data: Huawei (niente codici dal 2018), OPPO, vivo, realme. E Apple, dove il boot sicuro è ancorato all’hardware e non esiste nemmeno la categoria concettuale.

C’è poi la via degli exploit — a marzo 2026 ne è circolato uno su alcuni Snapdragon 8 Elite che aggirava lo sblocco sui Xiaomi — ma Qualcomm ha distribuito le correzioni agli OEM e comunque una falla non è una strategia: funziona su un modello, per qualche mese, finché non arriva la patch.

La conseguenza è piuttosto secca: la possibilità di resistere all’obsolescenza non si decide oggi, si è decisa quando hai comprato il telefono — spesso senza saperlo. E il regolamento ecodesign europeo, che pure impone ricambi e aggiornamenti, sul bootloader non dice nulla. Il diritto di riparare l’hardware esiste; quello di sostituire il software no.

Il marchio decide se puoi sostituire il sistema, non cosa ti succede dopo: da quel momento la porta è controllata da Google, non dal produttore né dallo Stato.

Il meccanismo è la Play Integrity API, affiancata dalla Hardware Attestation API. Verifica che il sistema in esecuzione sia una build firmata da Google e certificata Play Protect. Un LineageOS su Motorola, un /e/OS su Fairphone e un GrapheneOS su Pixel falliscono tutti e tre lo stesso controllo, indipendentemente da quanto siano sicuri.

Il caso limite è istruttivo. GrapheneOS su Pixel permette di richiudere il bootloader e ripristinare il verified boot con chiavi proprie: risultato, un dispositivo oggettivamente più blindato dello stock. Non basta. L’avvocato di PagoPA, Michelino Chionchio, ha spiegato pubblicamente che l’esclusione discende dall’aver scelto Play Integrity come criterio di certificazione: chi non rientra nei parametri ufficiali di Google resta fuori d’ufficio. Daniel Micay ha ribattuto che la sola Hardware Attestation sarebbe bastata. Ha ragione tecnicamente e perde comunque, perché il requisito non è la sicurezza: è la conformità a un elenco tenuto da un’azienda privata in California.

Cosa cade concretamente, sostituito il sistema:

  • App IO nella sua interezza — non solo IT-Wallet: risultano segnalazioni di blocco all’avvio già su LineageOS
  • Patente, tessera sanitaria e carta della disabilità digitali
  • Quasi tutte le app bancarie, e le app degli identity provider SPID come PosteID
  • Streaming in alta definizione e parecchia biglietteria di trasporto

Cosa resta invece intatto: SPID e CIE da browser, fascicolo sanitario regionale, INPS, Agenzia delle Entrate, pagamenti pagoPA da web, lettura della CIE con lettore NFC da computer. Cioè tutto ciò che è rimasto protocollo aperto anziché diventare app.

Il che riporta al punto dell’articolo da un’altra angolazione, forse più forte: non stiamo perdendo l’accesso ai servizi pubblici. Stiamo perdendo l’accesso alla versione mobile dei servizi pubblici — che è però quella che lo Stato sta promuovendo come principale, e in qualche caso come unica. La differenza tra le due cose è l’intero spazio in cui una politica pubblica potrebbe ancora intervenire.

Chi ha risolto, in pratica, ha risolto comprando: un telefono certificato e minimale che tiene banca, patente e SPID, e un secondo dispositivo liberato dove sta tutto il resto. Funziona. Ma è una soluzione che costa due dispositivi a chi il problema ce l’aveva perché non poteva permettersene uno, ed è quindi disponibile soprattutto a chi non ne ha bisogno.

Cosa resta, davvero

Resta parecchio, purché si smetta di chiamarlo insurrezione.

Resta la manutenzione preventiva, che è la mossa a rendimento più alto: batteria e vetro sostituiti adesso, finché i ricambi seguono ancora i listini vecchi. Il regolamento europeo 2023/1670, applicabile dal 20 giugno 2025, obbliga i produttori a rendere disponibili i pezzi di ricambio essenziali per almeno sette anni dalla fine della commercializzazione, con tempi di consegna di cinque giorni lavorativi nei primi cinque anni e dieci nei due successivi. È un diritto esigibile, non una promessa: vale la pena usarlo prima che diventi costoso usarlo.

Resta il ricondizionato, con un’avvertenza che nessuno può ancora verificare ma che è ragionevole tenere presente: il mercato dell’usato si alimenta del venduto di due o tre anni prima, e se le vendite di oggi calano, il flusso del 2028 sarà più magro proprio mentre la domanda sarà più alta. È un’inferenza, non un dato; ma è il tipo di inferenza che conviene prendere sul serio quando si decide se comprare adesso o aspettare.

Resta il browser. È l’infrastruttura di accessibilità più sottovalutata del paese: SPID funziona da un computer qualsiasi, il fascicolo sanitario regionale si consulta da web, i pagamenti pure. Ogni volta che un servizio pubblico migra da pagina web ad app-only alza il pavimento hardware di una tacca, e lo fa silenziosamente, senza dibattito parlamentare e senza valutazione d’impatto. Difendere la via web non è nostalgia: è la sola forma di universalità che non dipenda dal listino di Seul.

E resta la richiesta politica, che va formulata bene o non serve a niente. Non “date smartphone economici agli italiani”, che non è nelle facoltà di nessun ministero. Ma: nessun diritto può essere condizionato all’attestazione di integrità di un dispositivo di proprietà privata; ogni servizio pubblico deve mantenere un canale che funzioni su hardware ordinario; e la soglia minima di sistema operativo richiesta dalla pubblica amministrazione dovrebbe essere una decisione motivata e pubblicata, non un aggiornamento silenzioso dell’app. Sul fronte europeo, poi, conviene sapere che la garanzia dei cinque anni di aggiornamenti è meno solida di come viene raccontata: il regolamento ecodesign non impone direttamente quel rilascio, e il vincolo effettivo passa dall’etichetta energetica, dove il produttore dichiara cinque, sei o sette anni e da lì diventa contestabile. Anche lo scudo, insomma, va letto e non citato.


Il rovescio finale è che tutte queste soluzioni funzionano meglio per chi ha già tempo, competenze e un secondo dispositivo. La resistenza pratica, come tutte le resistenze pratiche, seleziona. E allora la domanda che resta aperta non riguarda il silicio: se l’esercizio di un diritto richiede l’acquisto periodico di un oggetto il cui prezzo è deciso altrove, da chi non ci ha mai visti, era davvero un diritto — o era un abbonamento che abbiamo firmato senza leggere le condizioni di rinnovo?


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Ennio Martignago