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Azzorre al rovescio

Nove isole raccontate al contrario: da Corvo e Flores fino a Sete Cidades. Tradizioni nascoste, basi militari, vulcani, diaspora e il rovescio del turismo.

Estratto

Pronunciamo il nome delle Azzorre almeno una volta l’anno, di solito a giugno, di solito con sollievo: l’anticiclone delle Azzorre è la formula che ci promette il fine settimana salvo. È probabilmente l’unico arcipelago del pianeta che milioni di persone nominano senza sapere dove sia, quante isole abbia, in quale lingua ci si mangi. E già lì c’è il primo rovesciamento, perché quella parola rassicurante è, secondo la ricerca climatica più recente, il nome di un problema che sta asciugando la Penisola Iberica. Abbiamo quindi deciso di scrivere una guida al contrario. Niente partenza da Ponta Delgada, niente aperitivo con vista sul cratere più fotografato dell’Atlantico. Cominciamo da Corvo, quattrocento abitanti e una strada, che ogni ottobre diventa il luogo più densamente presidiato d’Europa dagli ornitologi. Passiamo per Flores, estremo occidente d’Europa collocato sulla placca nordamericana, dove per trent’anni la Francia seguì i propri missili. Scendiamo sul fondo del mare, dove nel 2024 è nata la più vasta area marina protetta dell’Atlantico settentrionale e dove la domanda seria non è quanto sia grande ma chi la pattugli. Attraversiamo le fajãs di São Jorge e le trentamila scosse del 2022, gli imperi dello Spirito Santo e le touradas à corda di Terceira, la base delle Lajes e il separatismo azzorriano del 1975, i muretti di lava del Pico e la conversione dei balenieri in guide per il whale watching, i cavi sottomarini di Horta e la diaspora nata da un’eruzione. Solo alla fine arriviamo a Sete Cidades, al cozido cotto nella terra e alle piscine termali. Perché l’ordine con cui si guarda un luogo decide che cosa si riesce a vederci.

Guida a nove isole cominciando dall’ultima, quella che non compare nei cataloghi


Gli italiani pronunciano il nome delle Azzorre almeno una volta l’anno, di solito a giugno, di solito con sollievo. L’anticiclone delle Azzorre: formula del bollettino meteorologico, promessa di stabilità, garanzia che il fine settimana si salva. È probabilmente l’unico arcipelago del pianeta che milioni di persone nominano senza sapere dove si trovi, quante isole abbia, in quale lingua si mangi.

Conviene cominciare da qui, perché il primo rovesciamento è già dentro la formula. Uno studio pubblicato su Nature Geoscience nel 2022 da un gruppo guidato da ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institution ha ricostruito il comportamento di quel campo di alta pressione negli ultimi milleduecento anni, incrociando modelli climatici, osservazioni e stalagmiti portoghesi. Risultato: gli inverni con un anticiclone delle Azzorre abnormemente esteso, che nell’era preindustriale capitavano circa una volta ogni dieci anni, nel ventunesimo secolo capitano una volta ogni quattro. Più l’anticiclone si allarga, più la Penisola Iberica si asciuga, con proiezioni di calo delle piogge invernali che rendono l’agricoltura iberica fra le più esposte d’Europa. Il che significa che la parola che associamo alle vacanze è, letta bene, il nome di un problema.

Il Colonnello Bernacca che fece conoscere agli italiani il famigerato anticiclone delle Azzorre

Doverosa la controparte: nel commentare quello studio, non tutti gli specialisti hanno accettato la conclusione dell'”inedito in milleduecento anni”, perché non tutti i modelli usati convergono. Sospendere il giudizio su un dettaglio non significa buttare via il quadro. Significa solo ricordare che anche la scienza che ci piace va guardata due volte.

Da lì in poi, questa guida procede al contrario. Nessuna partenza da Ponta Delgada, nessun aperitivo con vista sul cratere più fotografato. Si comincia dove finiscono le carte.


Corvo, diciassette chilometri quadrati e un solo comune

L’isola più piccola e più settentrionale ha meno di quattrocento abitanti, un abitato unico, una strada che sale al cratere e un aeroporto dove l’atterraggio dipende dal vento. Il Caldeirão è una conca vasta con laghetti sul fondo, e la leggenda locale vuole che i laghetti disegnino le altre isole dell’arcipelago: una mappa in scala fatta dal vulcano, geograficamente falsa e narrativamente perfetta.

Corvo

Il capovolgimento sta altrove. Ogni autunno questo scoglio diventa uno dei luoghi più densamente presidiati d’Europa dagli ornitologi. Corvo sta abbastanza a occidente da intercettare gli uccelli americani trascinati fuori rotta dalle perturbazioni atlantiche, e in ottobre arrivano birdwatcher inglesi, olandesi, scandinavi con teleobiettivi che costano quanto una casa dell’isola. Per qualche settimana la popolazione ha un rapporto ottici-per-abitante da record mondiale. Poi ripartono tutti, e restano i corvini, che come tutti gli azzorriani hanno più parenti in Nord America che sull’isola.

Flores, l’estremo occidente che non è in Europa

Flores è l’isola delle cascate, dei crateri pieni d’acqua e della Rocha dos Bordões, una parete di colonne basaltiche verticali che sembra un organo di pietra. È anche il punto più occidentale dell’Europa, se si accetta di chiamare Europa un isolotto — il Monchique — che geologicamente sta sulla placca nordamericana. Flores e Corvo si trovano infatti oltre la dorsale medio-atlantica: sono America che parla portoghese e paga in euro.

Flores

Meno noto è che per quasi trent’anni, dalla metà degli anni Sessanta, la Francia mantenne a Santa Cruz das Flores una stazione di tracciamento per seguire i propri test missilistici atlantici. Arrivarono tecnici, stipendi, un piccolo mondo francese in fondo all’oceano; poi la stazione chiuse e l’isola tornò al proprio isolamento, che d’inverno non è metaforico: nebbia e mare grosso possono cancellare voli e traghetti per giorni, e “restare bloccati a Flores” è nel lessico azzorriano una condizione esistenziale prima che logistica.

Il fondo: la parte più grande dell’arcipelago è quella che non si vede

Le nove isole emerse sono la punta di qualcosa di enorme. La zona economica esclusiva azzorriana sfiora il milione di chilometri quadrati: circa il cinquantacinque per cento delle acque portoghesi e attorno al quindici per cento di quelle europee. Sotto ci sono montagne sottomarine, coralli profondi, e i campi idrotermali della dorsale — Lucky Strike, Menez Gwen, Rainbow — dove camini di solfuri ospitano ecosistemi che vivono senza luce solare e che, non per caso, contengono metalli di interesse industriale.

Nell’ottobre 2024 il parlamento regionale ha approvato la più estesa rete di aree marine protette dell’Atlantico settentrionale: 287.000 chilometri quadrati, il trenta per cento del mare azzorriano, metà a protezione integrale senza alcun prelievo, metà ad alta protezione con pesca molto selettiva. La cifra è impressionante, la tempistica anche: l’annuncio arrivò a ridosso della conferenza ONU sulla biodiversità in Colombia, e fu comunicato al mondo con l’efficienza di una campagna.

Qui il dubbio metodico serve in entrambe le direzioni. Chi liquida l’operazione come mera cosmesi ignora che il processo ha attraversato decine di incontri con pescatori, operatori e ricercatori, e che l’arcipelago protegge il proprio mare dagli anni Ottanta. Chi la celebra come vittoria definitiva dovrebbe però spiegare come si sorveglia un’area grande quanto l’Italia con i dieci milioni di euro stanziati nel febbraio 2025 per l’attuazione, in un oceano dove la flotta industriale straniera è a poche ore di navigazione e le tecnologie di estrazione mineraria profonda scaldano i motori. Un parco esiste quando qualcuno lo pattuglia, non quando qualcuno lo annuncia. Vale alle Azzorre come altrove.

Graciosa, la caverna con il lago di zolfo

La chiamano isola bianca per la pietra chiara. Ha meno di quattromila abitanti, mulini a vento con la cupola rossa e il tetto girevole importati dalla Fiandra, ed è Riserva della Biosfera. Sotto il cratere principale si apre la Furna do Enxofre: si scende per una scala a chiocciola dentro una volta di lava alta decine di metri e in fondo c’è un lago di acqua fredda accanto a fumarole sulfuree. È una delle poche cavità vulcaniche al mondo di quelle dimensioni accessibili a chiunque sappia scendere ottantotto gradini.

Graciosa

Sull’isolotto della Praia, davanti alla costa, è in corso da vent’anni una delle operazioni di restauro ecologico meno raccontate d’Europa: eradicazione dei topi, ricostruzione di habitat, ritorno di colonie di uccelli marini. Nessuno ci porta i turisti, e va benissimo così.

São Jorge, le fajãs e le trentamila scosse

São Jorge è una lama di cinquantaquattro chilometri con una dorsale centrale e falesie che cadono in mare. Ai loro piedi ci sono le fajãs: pianori formati da antiche frane o colate, minuscoli, fertili, spesso raggiungibili solo a piedi. Nella Fajã da Caldeira de Santo Cristo c’è una laguna salmastra dove crescono vongole che non esistono altrove nell’arcipelago, e ci si arriva con un’ora abbondante di sentiero, o in fuoristrada se si conosce qualcuno.

São Jorge

Nel 2022 l’isola ha registrato in poche settimane decine di migliaia di scosse sismiche, l’allerta è salita, si sono preparati piani di evacuazione, i giornali del continente hanno annunciato l’eruzione imminente. Non è successo niente. È il genere di episodio che insegna qualcosa sul rapporto fra allarme e verità: l’allerta era fondata, la previsione no, e chi ha riso degli scienziati dopo aveva torto quanto chi aveva comprato i biglietti aerei per andarsene. Nel frattempo si continua a stagionare il queijo São Jorge, che è la cosa più simile a un parmigiano atlantico che l’Europa produca.

Terceira, il sottosuolo, gli imperi e la base

Terceira ha Angra do Heroísmo, patrimonio UNESCO dal 1983, ricostruita con pazienza dopo il terremoto del 1980. Ma la parte interessante sta sotto e attorno.

lAlgar do Carvão

Sotto c’è l’Algar do Carvão, un camino vulcanico in cui si entra dall’alto scendendo dentro il condotto di un vulcano spento, con stalattiti di silice e un laghetto sul fondo. Attorno ci sono gli impérios: piccole cappelle dipinte di colori accesi, disseminate a decine nei villaggi, dedicate al culto dello Spirito Santo. È la vera religione popolare dell’arcipelago, con radici medievali che risalgono alle attese gioachimite e alla regina Isabella del Portogallo: si incorona un bambino imperatore, si distribuiscono le sopas a chiunque si presenti, si mangia in comune senza chiedere chi sei. Un rito di redistribuzione alimentare travestito da festa parrocchiale, sopravvissuto a secoli di sospetti ecclesiastici e oggi replicato identico a Fall River, in California e in Ontario dagli emigrati. Non c’è cartellone turistico che lo spieghi.

Attorno, sempre, ci sono le touradas à corda: un toro tenuto con una lunga fune viene fatto correre per la strada del paese, la gente lo sfida e scappa, il toro non viene ucciso. Sull’isola è identità collettiva; per una parte crescente dell’opinione pubblica portoghese è una violenza addomesticata che il “non lo ammazzano” non basta a riscattare. Le due letture convivono male e conviene registrarle entrambe, perché scegliere di descrivere soltanto quella che ci fa comodo è il modo più elegante di mentire.

Poi c’è la Base delle Lajes. Concessa agli alleati nel 1943 invocando l’alleanza anglo-portoghese del 1373 — la più antica del mondo ancora formalmente in vigore — è la ragione per cui la dittatura di Salazar entrò nella NATO fondatrice e per cui Washington chiuse a lungo un occhio su Lisbona. Da lì è passato il ponte aereo per la guerra del Kippur, lì si sono riuniti Bush, Blair, Aznar e il primo ministro portoghese Barroso il 16 marzo 2003, pochi giorni prima dell’invasione dell’Iraq: la fotografia della guerra fu scattata sull’isola che gli italiani associano al bel tempo. Nel giugno 2025 le Lajes hanno ospitato una ventina di velivoli statunitensi durante la crisi fra Israele e Iran, e nel 2026 si è parlato di un rafforzamento strutturale con pattugliatori marittimi P-8 stanziati in modo permanente. L’arcipelago dell’anticiclone è un nodo di sorveglianza dell’Atlantico settentrionale.

Angra do Heroísmo

Ed è qui che si innesta la vicenda che nessuna guida racconta: nel 1975, dopo la Rivoluzione dei Garofani, un movimento separatista — il Fronte di Liberazione delle Azzorre — arrivò a portare diecimila persone in piazza a Ponta Delgada e a compiere attentati contro sedi di partito. Era di destra, anticomunista, alimentato da parte della diaspora americana, e nei documenti dell’epoca compaiono contatti con ambienti statunitensi che poi si ritrassero quando Lisbona si stabilizzò. Il suo piano economico per un’isola indipendente era candidamente materiale: vivere dell’affitto della base delle Lajes e dell’energia geotermica. I contestatori rispondevano in strada con uno slogan che metteva Front e CIA nella stessa frase. Il finale non fu l’indipendenza né la repressione, ma l’autonomia regionale costituzionalizzata nel 1976: la soluzione portoghese al separatismo fu concedere abbastanza da svuotarlo. Funzionò.

Pico, i muretti neri e i vecchi arpioni

Il Pico è la montagna più alta del Portogallo, 2.351 metri, e per metà dell’anno la si vede solo per pochi minuti al giorno. Ma il capolavoro è in basso: migliaia di chilometri di muretti a secco in lava nera che formano i currais, recinti minuscoli dentro i quali cresce una vite sola, protetta dal vento e dal sale, scaldata dalla pietra. È paesaggio culturale UNESCO dal 2004 ed è, guardato bene, un lavoro di edilizia collettiva che ha impegnato generazioni per produrre un vino bianco secco che il diciannovesimo secolo esportava fino alle corti del nord.

Poi arrivarono l’oidio e la fillossera, il vigneto crollò, e la gente sostituì la vite nobile con ibridi americani resistenti: il famigerato vinho de cheiro, rosso, profumato di fragola, formalmente non commercializzabile come vino, ostinatamente presente su ogni tavola azzorriana. È il rovescio più gustoso dell’arcipelago: il vino che l’Europa premia sta nelle enoteche, quello che gli isolani bevono davvero è quello che l’Europa vorrebbe estirpare.

Sul mare, fino agli anni Ottanta, si dava la caccia ai capodogli con lance a remi e arpioni a mano, tecnica ottocentesca importata dai balenieri americani che reclutavano equipaggi azzorriani. Dalle vigias, le vedette in cemento sui promontori, un uomo con il binocolo segnalava il soffio e il paese si svuotava. Oggi da quelle stesse vedette gli stessi uomini — o i loro figli — indicano via radio i cetacei alle barche del whale watching, che portano turisti a fotografare gli animali che quelle famiglie uccidevano per vivere. Riconversione totale, nell’arco di una biografia. Il museo dei balenieri a Lajes do Pico è uno dei luoghi meno consolatori e più onesti dell’arcipelago.

Faial, il porto dove passava internet

Horta è la capitale mondiale della vela transatlantica: chi attraversa l’oceano si ferma qui, e per superstizione consolidata dipinge sul molo il nome della propria barca, tanto che la banchina è un archivio a cielo aperto di migliaia di traversate. Il Peter Café Sport, che gli avventori chiamano semplicemente Peter, funziona da un secolo come fermo posta, banca informale e agenzia di notizie.

Ma la ragione storica per cui Horta conta è un’altra: dal 1893 il porto divenne uno dei principali snodi dei cavi telegrafici sottomarini fra Europa e America. Compagnie inglesi, tedesche, americane installarono stazioni, personale, tennis club. Per mezzo secolo le parole che l’Europa scambiava con il Nuovo Mondo passarono fisicamente sotto quest’isola. Prima di Horta, la stessa funzione di ponte l’avevano avuta i Dabney, dinastia di consoli americani che per quasi novant’anni fecero di Faial un pezzo di New England atlantico.

Nel 1957 il vulcano dei Capelinhos eruttò per tredici mesi all’estremità occidentale dell’isola, seppellendo case sotto la cenere e allargando la terraferma. Ne seguì un’ondata migratoria e una legge americana del 1958, sostenuta dall’allora senatore John Kennedy, che aprì le porte agli sfollati azzorriani. È uno dei rari casi in cui si può datare con precisione l’inizio di una diaspora: da lì in poi il Massachusetts meridionale, la California centrale e Toronto si riempirono di azzorriani, e oggi gli azzorriani che vivono fuori sono molti più di quelli che vivono dentro. Le case nuove e sgargianti nei villaggi sono spesso costruite con soldi guadagnati a New Bedford.

Santa Maria, dove Colombo fu accolto malissimo

L’isola più a sud e più antica, otto milioni di anni, è anche la più asciutta: ha spiagge di sabbia vera, un deserto rosso di argilla — il Barreiro da Faneca — e falesie con fossili marini che le altre isole non possiedono. La geologia qui è visibilmente diversa perché il tempo ha avuto tempo.

Nel febbraio 1493, di ritorno dal primo viaggio, Colombo fece scalo alla baia dos Anjos. Mandò a terra metà equipaggio a sciogliere un voto in cappella e il capitano portoghese li fece arrestare, sospettando traffici nelle acque riservate a Lisbona. Il primo suolo europeo toccato dagli uomini che tornavano dall’America fu dunque azzorriano, e li accolse con un fermo di polizia. Non c’è monumento che lo racconti con questa franchezza.

Nel Novecento Santa Maria ebbe la sua seconda occasione: l’aeroporto costruito durante la guerra divenne lo scalo obbligato dei voli transatlantici a elica, con hotel, dogana, personale internazionale. Poi i jet impararono a volare più lontano e non ebbero più bisogno di fermarsi. Restano una pista enorme, un centro di controllo del traffico aereo oceanico e una stazione di tracciamento spaziale: l’isola guida ancora ciò che le passa sopra senza atterrare.

São Miguel prima della cartolina

L’isola grande, quella dove atterrano quasi tutti, contiene almeno tre cose che i cataloghi non vendono.

Romeiros

La prima sono i Romeiros. Da secoli, nelle domeniche di Quaresima, gruppi di uomini partono a piedi e girano l’intera isola in otto giorni: scialle sulle spalle, bastone, rosario, canto continuo, dormendo in canoniche e case private, mangiando ciò che i villaggi offrono. Nacque come penitenza collettiva dopo le catastrofi sismiche del Cinquecento e non si è mai interrotta, attraversando la modernizzazione, il Concilio, la secolarizzazione e l’ironia dei giovani, che poi a una certa età partono. Migliaia di uomini camminano ogni primavera e nessuno lo fotografa per Instagram, perché non è pittoresco: è faticoso, è lungo, è privato.

La seconda è il priolo, il ciuffolotto delle Azzorre, che vive soltanto su una manciata di chilometri quadrati nell’est dell’isola. Ridotto a poche decine di coppie, è risalito grazie a un lavoro ventennale di eradicazione di piante invasive e ripiantumazione di alloro nativo. Ed è qui che casca il paesaggio: le ortensie azzurre che tutti considerano il simbolo delle Azzorre sono asiatiche e piantate come recinzione, i boschi scuri e ordinati sono criptomerie giapponesi da legname, i pascoli sono per vacche frisone, e il fiore di zenzero che invade i valloni è un profugo dell’Himalaya. Il paesaggio più fotografato d’Atlantico è quasi interamente importato. Ci si può fare la pace, ma sapendolo.

Piantagione di tè a Gorreana

La terza è produttiva. A Gorreana, dal 1883, funziona la piantagione di tè più antica d’Europa ancora in attività, nata quando l’isola perse il commercio delle arance e fece venire due maestri cinesi da Macao. Poco distante, sotto serre di vetro, matura l’ananas azzorriano: un frutto ogni un anno e mezzo o due, coltura ottocentesca sopravvissuta come oggetto di lusso. E sotto tutto questo lavora la geotermia, che a seconda dell’anno copre attorno al quaranta per cento dell’elettricità dell’isola. L’arcipelago che l’immaginario colloca fuori dal mondo ha una delle economie energetiche più autoctone d’Europa.

Luoghi per osservare Balene e Capodogli

E infine la cartolina

Solo adesso, avendo visto il resto, ha senso salire alla Vista do Rei e guardare Sete Cidades, con i due laghi accostati che la leggenda vuole nati dalle lacrime di un pastore e di una principessa, uno verde come i suoi occhi e uno azzurro come i suoi. Ha senso scendere alla Lagoa do Fogo, che è più bella e meno organizzata. Ha senso, alle Furnas, mangiare il cozido cotto per cinque ore dentro una buca nel terreno vulcanico, immergersi nella piscina termale color ruggine del parco Terra Nostra, uscire in barca a vedere i capodogli, camminare a Ponta Delgada sotto le tre arcate delle Portas da Cidade mentre in porto scarica una nave da crociera.

Sono luoghi splendidi. Sono anche, ormai, luoghi contati. Nel 2025 l’arcipelago ha registrato circa quattro milioni e mezzo di pernottamenti e un milione e quattrocentomila ospiti, quarto anno consecutivo di record, con una crescita superiore alla media portoghese; gli abitanti sono circa duecentotrentaseimila. Nel frattempo le Azzorre esibiscono certificazioni internazionali di destinazione sostenibile, ottenute mentre i voli low cost moltiplicavano gli arrivi. Il cortocircuito è evidente e nessuno lo nomina: si può essere la destinazione sostenibile modello e contemporaneamente crescere ogni anno a doppia cifra nell’alloggio locale, purché non si guardino le due cose insieme.

Un dettaglio, però, merita di essere tenuto d’occhio prima di decidere che sappiamo come va a finire: negli ultimi quattro mesi del 2025 i pernottamenti sono calati rispetto all’anno precedente, dopo diciotto mesi di crescita. Può essere un inciampo statistico, può essere l’inizio di una curva diversa, può essere il mercato interno portoghese che non ce la fa più a pagare i prezzi. Chi lo sa già è probabilmente qualcuno che vende qualcosa.


Restano due domande che questa guida non chiude. La prima è se l’ordine con cui visitiamo un luogo determini ciò che siamo capaci di vedervi: chi arriva a Sete Cidades dopo essere stato a Corvo vede un lago diverso da chi ci arriva dall’aeroporto, e non è questione di gusto ma di scala mentale. La seconda è più scomoda. L’azzorriano che nel 1958 partì per Fall River sotto la cenere del Capelinhos e il milanese che oggi atterra a Ponta Delgada per quattro giorni cercano nella stessa isola due cose opposte: uno cercava un altrove che gli permettesse di non tornare, l’altro cerca un altrove che gli permetta di tornare. Le isole, per adesso, li stanno accontentando entrambi.

Per quanto ancora, nessuno lo ha scritto.



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Ennio Martignago