La metamorfosi digitale dell’umano: da chi scriveva a ciò che viene scritto
Video e presentazione in RadioVideo Franti
Episodio II — Il popolo dei garage
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estratto
La strada che l’Italia abbandonò con Ivrea fu ripresa a settemila chilometri di distanza, in una regione della California che non si chiamava ancora Silicon Valley, da persone che con la fabbrica-comunità di Olivetti non avevano nulla a che spartire se non un’ispirazione parallela: l’idea che la tecnologia potesse emancipare l’individuo invece di irreggimentarlo. Il personaggio-cerniera si chiama Stewart Brand, e la sua ambiguità è la nostra chiave di lettura. Non un ingegnere, ma un impresario di idee, che nel 1968 fondò il Whole Earth Catalog — un catalogo di strumenti per chi voleva mettersi in proprio rispetto alle grandi istituzioni, con in copertina la prima foto della Terra dallo spazio. Da quel terreno culturale germogliò qualcosa di concreto: la People’s Computer Company, il cui nome era già un manifesto, e l’Homebrew Computer Club, dove nel 1975 un gruppo di appassionati si scambiava chip e codice convinto che ciascuno potesse costruirsi il proprio computer. Poi vennero le macchine vere — Apple II, Commodore 64, Amiga, perfino l’IBM PC — che una generazione ricorda nel corpo come i genitori ricordavano il martelletto della Lettera 22. Macchine che producevano: le compravi per fare qualcosa, e ciò che facevi restava tuo. Ma quella stagione luminosa portava già scritto dentro di sé il proprio rovesciamento. La cultura che romanticizzava l’individuo sovrano costruiva un immaginario perfettamente riciclabile dal mercato. Il garage che produce l’Apple II e il recinto che produce l’App Store non sono nemici: sono parentela stretta, padre e figlio. La stessa idea di empowerment che invecchia e scopre che il modo più redditizio di dare potere alle persone è dargliene l’illusione.
Nel movimento precedente abbiamo lasciato due visioni affrontate come due tessere di uno stesso mosaico capovolto: Ivrea contro Armonk, l’eresia del personale contro l’ortodossia del centro, la Programma 101 che un individuo poteva possedere contro i pochi grandi calcolatori che Watson immaginava sufficienti per il mondo. Abbiamo lasciato anche un sospetto, dichiarato come tale: che nel perdere l’industria elettronica l’Italia avesse perso una strada, e non solo un’azienda. Ora dobbiamo attraversare l’oceano e raccontare come quella strada — l’idea che il calcolo potesse essere protesi dell’individuo e non scettro del centro — sia stata raccolta da altri, in un altro Paese, con un’energia e un’ambiguità che portavano già scritte nel codice genetico la propria liberazione e il proprio futuro tradimento.
Prima, però, una sosta scomoda. Perché tra la fine della parabola di Ivrea e l’inizio di quella californiana c’è un’ombra che la prosa onesta non può aggirare, anche se la prudenza metodica impone di attraversarla in punta di piedi.
Una postilla da maneggiare con le pinze
Adriano Olivetti morì nel febbraio 1960, su un treno per Losanna, per quella che fu certificata come emorragia cerebrale. Aveva cinquantotto anni. Poco più di un anno dopo, nel novembre 1961, Mario Tchou — l’ingegnere italo-cinese che dirigeva il laboratorio elettronico, l’uomo che aveva costruito attorno a sé la squadra capace di pensare la P101 — morì in un incidente d’auto sull’autostrada Milano-Torino, a soli trentasei anni. Due morti ravvicinate, due figure-chiave dell’unica avventura italiana che avrebbe potuto contendere agli americani il terreno dell’elettronica personale, sparite nel giro di venti mesi mentre la divisione elettronica veniva progressivamente smembrata e infine ceduta agli interessi d’oltreoceano.
A questo punto la dietrologia ha gioco facile, e infatti ha giocato per decenni: le morti come eliminazioni, la mano lunga di chi non voleva un concorrente europeo nel calcolo, il «giallo Olivetti». Il Franti non si presta a questo gioco, ma non per pigrizia rassicurante — per disciplina. I fatti documentati sono le due morti, le due cause ufficiali, la cessione della divisione. Plausibile, e largamente sufficiente a spiegare il disastro senza scomodare sicari, è che un capitalismo italiano miope, una classe dirigente spaventata dai debiti dell’avventura elettronica e un contesto internazionale che vedeva l’informatica come affare strategico americano bastarono e avanzarono a soffocare Ivrea. Speculativo — e va dichiarato speculativo, non sussurrato come verità nascosta — è tutto il resto. La regola che useremo per l’intero dossier è questa: una coincidenza inquietante non è una prova, e l’assenza di prove non è a sua volta la prova di un occultamento. Si può tenere aperto un dubbio senza trasformarlo in una fede. Chi pretende di chiudere il caso in un senso o nell’altro — «pura fatalità, non pensateci» oppure «ovviamente li hanno eliminati» — sta vendendo certezze che non possiede. Noi teniamo l’ombra dov’è: come ombra. E andiamo avanti, perché la storia che conta, quella documentata, è abbastanza eloquente da non aver bisogno di sicari.

Da Ivrea a Menlo Park
La strada che l’Italia abbandonò fu ripresa a settemila chilometri di distanza, in una regione della California che non si chiamava ancora Silicon Valley, da persone che con la fabbrica-comunità di Olivetti non avevano nulla a che spartire se non, curiosamente, un’ispirazione parallela: l’idea che la tecnologia potesse servire a emancipare l’individuo invece di irreggimentarlo. Solo che qui l’individuo non era l’operaio elevato dall’azienda illuminata: era il giovane uscito dalla controcultura degli anni Sessanta, diffidente verso ogni istituzione, convinto che gli strumenti giusti in mano alle persone giuste potessero cambiare la coscienza del mondo senza passare per la politica.
Il personaggio-cerniera di questa storia si chiama Stewart Brand, e conviene conoscerlo perché la sua ambiguità è la nostra chiave di lettura. Brand non era un ingegnere né un imprenditore: era un impresario di idee, un organizzatore di happening, un uomo che nel 1968 fondò una pubblicazione destinata a diventare leggendaria, il Whole Earth Catalog. Era un catalogo nel senso letterale — elencava strumenti, libri, attrezzi, sementi, tutto ciò che serviva a chi voleva «mettersi in proprio» rispetto alla società dei consumi e delle grandi istituzioni — e portava in copertina la prima fotografia della Terra intera vista dallo spazio, con un’epigrafe diventata mantra: We can’t put it together. It is together. Lo storico Fred Turner, nel suo studio ormai classico From Counterculture to Cyberculture, ha documentato come proprio attorno a Brand e alla rete del Whole Earth si sia consumato l’incontro improbabile tra il flower power di San Francisco e i nascenti laboratori informatici della Bay Area — un incontro da cui il computer uscì reimmaginato: non più mainframe chiuso nello scantinato e sorvegliato dai tecnici, ma strumento di liberazione personale, attrezzo da catalogo come una tenda o una motosega.
L’epigrafe più famosa che Brand ci ha lasciato, e che torna utile come una moneta a due facce, riguarda proprio il destino dell’informazione. In un celebre scambio del 1984 con Steve Wozniak, Brand osservò che l’informazione «vuole essere libera» perché il costo di diffonderla tende a zero — ma, aggiunse nello stesso respiro, «vuole anche essere costosa», perché può valere moltissimo a chi la riceve. La frase è passata alla storia mutilata della sua seconda metà, ridotta a slogan dell’utopia digitale gratuita. Letta intera, contiene già la tensione che avrebbe lacerato tutto: la stessa cosa che spinge verso l’apertura spinge anche verso la rendita. È la nostra faglia local-contro-centro che riappare travestita da aforisma.
Il popolo che costruiva le proprie macchine

Su questo terreno culturale germogliò qualcosa di concreto, e qui i fatti diventano nitidi. A Menlo Park, a pochi isolati dalla redazione del Whole Earth Catalog, operava la People’s Computer Company, il cui nome era già un manifesto: il calcolatore del popolo, contro il calcolatore delle corporation. E il 5 marzo 1975, in un garage di Menlo Park, si tenne la prima riunione di quello che sarebbe diventato l’Homebrew Computer Club: un gruppo di appassionati che si scambiavano schemi, chip, codice e l’idea — eretica quanto quella di Olivetti, ma dal basso — che ciascuno potesse costruirsi il proprio computer. Da quel club, tra gli altri, uscì Steve Wozniak, che lì mostrò i primi prototipi di quella che sarebbe diventata Apple. Non è leggenda agiografica: è la documentata officina artigiana da cui nacque l’industria del personal computer. Gente che fabbricava le proprie macchine prima ancora di comprarle.
E poi vennero le macchine vere, quelle che una generazione ricorda nel corpo come i loro genitori ricordavano il martelletto della Lettera 22. L’Apple II nel 1977, che portò il computer dentro le case e le scuole. Il Commodore PET nello stesso anno, e soprattutto il Commodore 64, che dal 1982 diventò il computer più venduto della storia, milioni di unità, l’oggetto che insegnò a una generazione che cosa fosse un programma perché ti accoglieva con una riga di comando e l’invito implicito a scrivere qualcosa. L’Amiga, dal 1985, con le sue capacità grafiche e sonore che ne fecero la macchina prediletta di chi creava — musica, video, grafica, demo. E l’IBM PC, nel 1981: ed è qui l’ironia che chiude il cerchio aperto nel primo episodio. La stessa IBM che incarnava l’ortodossia del centro, l’erede di quel Watson che non immaginava cinque computer per il mondo, fu costretta dal mercato a entrare nel gioco del personale — e nel farlo, affidando il sistema operativo a una piccola software house di Seattle chiamata Microsoft e adottando un’architettura aperta che chiunque poteva clonare, gettò senza saperlo i semi del proprio ridimensionamento e dell’egemonia di chi sul software, non sull’hardware, avrebbe costruito il recinto futuro.
Quello che accomuna tutte queste macchine, e che le distingue radicalmente da ciò che abbiamo in tasca oggi, è una parola sola: producevano. Le compravi per fare qualcosa — scrivere, calcolare, comporre, programmare, disegnare — e ciò che facevi restava tuo, su un supporto che possedevi, in un formato che potevi aprire. La macchina era un mezzo, e il fine eri tu. L’utente non era ancora un consumatore di servizi confezionati altrove: era un produttore, e spesso un artigiano del proprio strumento. Era, in una parola che oggi suona quasi commovente, padrone.
Il paradosso scritto nel codice genetico
E qui dobbiamo essere spietati con l’idillio, perché Il Franti non scrive elegie e diffida delle età dell’oro tanto quanto delle distopie. Quella stagione luminosa portava già dentro di sé il proprio rovesciamento, e non per un tradimento successivo ma per una contraddizione originaria. Lo ha mostrato bene la critica storica: la cultura del Whole Earth, nel romanticizzare l’individuo sovrano che si emancipa con i propri strumenti, costruiva un immaginario perfettamente riciclabile dal mercato. L’enfasi sulla libertà personale, sull’auto-realizzazione attraverso la tecnologia, sul rifiuto delle gerarchie statali e istituzionali, era a un passo — un solo, breve passo — dal diventare il vocabolario del libertarismo tecnologico della Silicon Valley matura: quello per cui ogni regola è un ostacolo, ogni mercato è una liberazione, ogni piattaforma privata è preferibile a ogni spazio pubblico. Gli stessi uomini che predicavano «il potere al popolo attraverso i computer» fornirono, una generazione dopo, la retorica a chi avrebbe concentrato quel potere come mai prima nella storia. Brand stesso, nel 1995, scrisse senza ironia su Time che «lo dobbiamo tutto agli hippie», rivendicando alla generazione degli anni Sessanta la paternità della rivoluzione informatica. Aveva ragione. Ma è una paternità a doppio taglio, perché quei figli sono cresciuti e hanno costruito il recinto.
Ecco il paradosso che ci accompagnerà fino alla fine del dossier, e che conviene lasciare aperto invece di risolverlo in una morale: la promessa di liberazione individuale e il meccanismo della sua cattura non sono due forze opposte che si sono scontrate. Sono la stessa forza, vista in due momenti diversi della sua parabola. Il garage che produce l’Apple II e il recinto che produce l’App Store non sono nemici: sono parentela stretta, padre e figlio, la stessa idea di «empowerment» che invecchia e scopre che il modo più redditizio di dare potere alle persone è dargliene l’illusione mentre si trattiene la sostanza.
Restava ancora un momento, però, in cui la promessa fu mantenuta nella sua forma più alta: quando quelle macchine personali smisero di essere solitarie e cominciarono a parlarsi, e attorno a loro nacquero non mercati ma comunità. Persone che si incontravano dentro la rete prima che la rete fosse un centro commerciale, in spazi che si auto-governavano con regole proprie. Howard Rheingold avrebbe dato a quegli spazi un nome — comunità virtuali — e, non per caso, sarebbe uscito anche lui dalla rete del Whole Earth di Brand. È il punto più alto della nostra curva, l’ultimo prima della discesa. Ed è il nostro prossimo movimento.
INDICE DEGLI EPISODI
Il dossier Lo Sviluppo degli Impersonal Computer si sviluppa in sette movimenti, serializzati in episodi coerenti e leggibili anche singolarmente, pensati per la traduzione in podcast e VCast.
Prefazione: L’era degli Impersonal Computer – Dossier
Introduzione: Riprendere il Controllo della Vita Digitale
Episodio I — Prologo · La visione e il suo doppio La Lettera 22 e la promessa della protesi personale. Olivetti, la Programma 101 e l’eresia del personale contro l’ortodossia centralista di Watson/IBM. La faglia fondativa: local contro monopolistico.
Episodio II — Il popolo dei garage (questo episodio) Da Ivrea a Menlo Park. Stewart Brand, il Whole Earth Catalog, l’Homebrew Computer Club. Apple II, Commodore, Amiga, IBM PC: la stagione in cui la macchina produceva. Il paradosso della controcultura che fornisce gli uomini al recinto.
Episodio III — Le comunità virtuali Howard Rheingold, The Virtual Community, il WELL. La rete come agorà auto-governata, ancora a misura di chi la abita. Modem, BBS, protocolli aperti: l’apice della curva, l’individuo amplificato e connesso.
Episodio IV — Il ribaltamento: lo smartphone La produttività individuale elevata a potenza che si rovescia nel suo contrario. L’app store recintato, l’hardware che non possiedi, dalla licenza all’abbonamento. Il caso Adobe. Da elaboratore individuale a trasmettitore di compiti top-down.
Episodio V — L’economia della scarsità SSD, NAND e memorie 2024-2026: l’AI che assorbe la capacità, lo storage locale compresso. Esercizio di scetticismo metodico: il cartello DRAM provato in tribunale (1998-2002) contro i tagli produttivi dichiarati di oggi. Cartello sì o no?
Episodio VI — La rendita delle nuvole e il recinto europeo Il cloud come rendita perpetua contro l’acquisto una tantum. Lock-in ed ecosistemi zoppi. pCloud, Proton, Infomaniak e le alternative indipendenti. GAIA-X come fallimento, l’Italia che concentra col Polo Strategico Nazionale: il cerchio che si chiude con Olivetti.
Episodio VII — Le vie di resistenza e l’epilogo Self-hosting, Linux desktop, hardware riparabile, de-googlizzazione, local-first. Il Fediverso in stallo come contrappunto onesto. La resistenza che funziona in nicchia e il fronte normativo (Right to Repair, DMA). Ritorno al futuro o invenzione di un futuro? Il paradosso generazionale: la metamorfosi è compiuta quando nessuno ricorda più di essere stato altro.
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