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La Sudditanza Digitale — Lo Sviluppo degli Impersonal Computer VII

Il software è diventato una condizione, l’Europa ha risposto con un vocabolario e l’Italia affitta la propria sovranità da Mountain View. Episodio VII.

La rendita delle nuvole e il recinto europeo

Estratto

Il 6 maggio 2013 un’azienda annunciò che l’ultima versione del suo pacchetto per grafici era anche l’ultima che si potesse comprare: da lì in poi, solo affitto. Non cambiò una riga di codice. Cambiò il verbo. Il settimo episodio della serie racconta come il programma abbia smesso di essere un evento e sia diventato una condizione, e perché la Borsa paghi molto più un euro che torna ogni mese di un euro che arriva una volta sola — cioè perché tutto, dai fogli di calcolo ai sedili riscaldati, stia diventando un abbonamento. Poi attraversa il recinto europeo con la solita diffidenza doppia: smonta il marchio «privacy svizzera» partendo dall’azienda che lo incarnava e che ha appena portato i server in Germania perché la Confederazione non le sembrava più affidabile; e smonta la controstoria dell’interruttore premuto da Washington, troppo pulita per essere vera e devastante lo stesso — perché il fatto che nessuno riesca a stabilire chi abbia spento la posta di un procuratore internazionale è già, per intero, la risposta sulla sovranità. Con GAIA-X che doveva essere l’Airbus dei dati e in sei anni ha prodotto un vocabolario, i fornitori europei scesi dal 29 al 15% del proprio mercato mentre quel mercato cresceva di sei volte, e il Polo Strategico Nazionale — quattro capannoni fra Lazio e Lombardia, i dati critici della Repubblica dentro, la tecnologia americana presa in licenza — dove va detta anche la parte scomoda: l’alternativa non esisteva, la bugia non è il Polo, è la parola. E un finale che torna a Ivrea, dove nel 1964 l’elettronica fu «un neo da estirpare» e nel 2026 il nome ha ottenuto un certificato etico: perché la lezione di Adriano Olivetti è stata studiata bene, ma a Ginevra.

Il software smise di essere un oggetto e diventò una condizione. L’Europa rispose con un’ontologia, l’Italia con un consorzio che affitta la propria sovranità da Mountain View. E il nome Olivetti è ancora lì, sulla carta intestata. Settimo episodio della serie.

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Il 6 maggio 2013 un’azienda di software americana annunciò che la versione appena uscita del suo pacchetto per grafici — quello che sta sotto praticamente ogni immagine che avete visto negli ultimi trent’anni — sarebbe stata l’ultima che si poteva comprare. Da lì in avanti, solo affitto: una quota mensile, per sempre, e se smetti di pagare il programma smette di aprirsi. Ci fu una petizione, decine di migliaia di firme, articoli indignati, minacce di boicottaggio. Non successe assolutamente nulla, tranne che il titolo in Borsa cominciò una delle sue migliori corse di sempre.

Vale la pena fermarsi su cosa fosse cambiato tecnicamente quel giorno, perché la risposta è: niente. Lo stesso codice, sulla stessa macchina, sugli stessi file, con le stesse funzioni. A cambiare fu il verbo. Fino al 5 maggio si diceva ho quel programma; dal 6 maggio si dice accedo a quel programma. Un filosofo di previsioni alterne, Jeremy Rifkin, l’aveva visto arrivare già nel 2000, quando scrisse che stavamo passando dall’età della proprietà a quella dell’accesso; poi però ha anche annunciato l’economia dell’idrogeno, quindi mettiamolo agli atti senza canonizzarlo.

La matematica della rendita

Il motivo per cui questo è successo dappertutto e nello stesso decennio non è ideologico. È aritmetico, e conviene guardarlo in faccia perché spiega quasi tutto il resto della vostra vita materiale. Una licenza perpetua è un evento: incassi una volta, poi speri che il cliente torni fra tre anni. Un abbonamento è una condizione: incassi ogni mese, per anni, e sai quanto incasserai il prossimo trimestre. Per il mercato azionario queste due cose non valgono uguale, e non di poco: un euro di ricavo ricorrente viene pagato un multiplo di un euro di ricavo occasionale, perché è prevedibile, e la prevedibilità è la merce più cara che esista in finanza. Non è una metafora, è un moltiplicatore, ed è scritto nei modelli di valutazione di chiunque compri e venda azioni.

Da lì in avanti, la domanda che ogni consiglio d’amministrazione del pianeta si è posto è una sola: cos’altro possiamo trasformare in condizione? La risposta si è vista a ondate. Il sistema operativo. Il pacchetto per l’ufficio. La musica, che era un disco e adesso è un rubinetto. Il film. Il libro, che si può togliere dal vostro lettore a distanza, ed è già successo. La macchina fotografica del telefono che sblocca funzioni a pagamento. Nel 2022 un costruttore automobilistico tedesco arrivò a proporre l’abbonamento mensile per i sedili riscaldati — il riscaldamento era già montato nella macchina che avevi comprato, era il permesso di accenderlo a costare. Fece talmente ridere il mondo che ci rinunciarono l’anno dopo. Ma il tentativo dice tutto: non stavano vendendo una funzione, stavano provando a vendere una condizione. E ci riproveranno, perché il moltiplicatore è ancora lì.

L’ostaggio è il formato

C’è però una ragione tecnica per cui la rendita del software è più solida di quella dei sedili, e ha un nome preciso: il formato. Quando smetti di pagare, i tuoi file restano tuoi. Sono lì, sul tuo disco, con il tuo nome, li puoi copiare, spostare, guardare l’icona. Solo che non si aprono. Vent’anni di lavoro in un formato proprietario diventano, nel giro di un mancato pagamento, una collezione di lucchetti di cui possiedi le scatole. Nessuno ha deciso di prendere ostaggi: è bastato non decidere di liberarli. La differenza tra un complotto e una conseguenza, ancora una volta, è tutta qui.

E qui va detta anche la parte scomoda per l’altra tifoseria, quella che da trent’anni ripete che gli utenti sono prigionieri. I formati aperti esistono, sono documentati, sono gratis, e non li usa quasi nessuno. Non per ignoranza: perché quelli chiusi funzionano meglio, e funzionano meglio perché lì stanno i soldi, e i soldi stanno lì perché sono chiusi. È un anello che gira, e chi lo racconta come una prigione dimentica che molti prigionieri hanno scelto la cella perché era arredata meglio. La libertà digitale, in pratica, è quasi sempre una questione di comfort rinunciato: chi non lo dice sta vendendo un’ideologia, chi lo dice troppo forte sta vendendo un alibi.

Il recinto che zoppica

Il secondo pilastro della rendita è l’ecosistema, che è la parola gentile per «recinto». Funziona magnificamente finché tutto quello che hai viene dallo stesso fornitore, e comincia a zoppicare esattamente il giorno in cui un solo pezzo viene da un altro. Il trasferimento di file che non arriva sul telefono del cognato. La bolla di colore diverso nella chat di famiglia. Nel processo che nel 2021 mise a nudo le carte interne di Cupertino saltò fuori un messaggio di un dirigente del 2013: portare la nostra messaggistica su Android, scriveva, servirebbe soltanto a togliere un ostacolo alle famiglie che vogliono comprare ai figli un telefono altrui. Non c’è nessuna costrizione. È sufficiente che uscire costi ogni giorno una piccola umiliazione sociale, moltiplicata per i tuoi affetti.

Il legislatore europeo ci ha provato: dal 2018 esiste, nel regolamento sui dati personali, un diritto alla portabilità. Sulla carta è perfetto. Nella pratica scarichi un archivio compresso che nessun altro programma vuole davvero: hai la portabilità dei byte, non quella del significato. E anche la norma più recente, quella che obbliga i grandi a farsi interoperare, obbliga l’interfaccia tecnica, non l’abitudine. Le abitudini non si esportano. È per questo che stanno lì.

Quelli che si sono messi di traverso

Esistono le alternative, ed esistono davvero: questo giornale non farebbe il proprio mestiere se le nominasse solo per liquidarle. pCloud, svizzera, nata nel 2013, vende una cosa che sembrava estinta: il piano a vita, si paga una volta e basta. È il ritorno dell’acquisto una tantum, ed è anche una scommessa esplicita — stai scommettendo che l’azienda campi più a lungo dei tuoi file. Proton, nata a Ginevra nel 2014 da un gruppo di fisici passati dal CERN, oggi con circa cento milioni di utenti, ha costruito posta, calendario, archivio e perfino un modello linguistico su un’idea semplice: non guardiamo dentro. Infomaniak, ginevrina, fondata nel 1994, gestisce data center propri, non fa pubblicità e non analizza i dati dei clienti, raffredda i server con aria esterna filtrata da oltre dieci anni e ricicla il calore per scaldare case; la maggioranza del capitale è stata a lungo dei dipendenti. E poi Nextcloud, tedesca, che ti dà lo stack completo da installare a casa tua, su un aggeggio da duecento euro nell’armadio.

Il 13 maggio 2026 Infomaniak ha fatto una cosa che merita di essere raccontata per bene, perché è il vero contraltare di tutto questo episodio. Il fondatore, Boris Siegenthaler, ha trasferito la maggioranza dei diritti di voto a una fondazione svizzera di pubblica utilità, con azioni speciali che danno un potere di blocco permanente e che non possono mai essere cedute. Irrevocabile. Da quel giorno nessuno può comprare Infomaniak senza il consenso della fondazione — nemmeno gli eredi, nemmeno di fronte a un’offerta irresistibile. Le ragioni dichiarate sono tre, e sono tutte istruttive: l’accelerazione dell’intelligenza artificiale, le acquisizioni in corso degli operatori cloud europei, e il problema della successione. Se il fondatore fosse morto, hanno scritto, gli eredi — che dell’azienda non sanno nulla — sarebbero stati contattati dagli investitori il giorno stesso. Non una promessa: una struttura. Tenete a mente questa frase, perché fra tremila battute torneremo a Ivrea e vi verrà un brivido.

La giurisdizione è un parlamento

E adesso la parte in cui bisogna avere il coraggio di rovinarsi la festa da soli, perché è troppo comodo finire un articolo con l’elenco dei buoni svizzeri.

La «privacy svizzera» è un marchio nazionale. Non è una calunnia: è un fatto commerciale. Quel Paese ha venduto per un secolo il segreto bancario e adesso vende il segreto dei dati; è cambiato il prodotto, non è cambiato l’argomento di vendita, che resta: fidatevi della nostra giurisdizione. Solo che una giurisdizione non è la geologia. È un parlamento, e i parlamenti cambiano idea.

Nel 2025 il dipartimento federale competente ha messo in consultazione una revisione delle ordinanze legate alla legge sulla sorveglianza delle telecomunicazioni. In sostanza: identificare tutti gli utenti, raccogliere e conservare i metadati — con chi parli, da dove, quando. Non i contenuti, si è affrettato a spiegare qualcuno, solo i metadati: come se sapere chi chiami alle tre di notte e per quanto tempo fosse meno rivelatore di cosa gli dici. La portavoce di Proton ha fatto notare, con eleganza svizzera, che una riforma di quella portata dovrebbe passare da una legge e non da un’ordinanza — cioè che la sovranità della privacy elvetica può essere modificata per via amministrativa. Il fondatore è stato più ruvido: ha detto che il progetto punta a una sorveglianza di massa illegale sia nell’Unione europea sia negli Stati Uniti, e che l’unico Paese europeo con qualcosa di paragonabile è la Russia. E ha aggiunto la frase che dovrebbe essere incisa sopra l’ingresso di ogni conferenza sulla sovranità digitale: se quella norma passasse, i servizi di Proton in Svizzera finirebbero per essere meno privati di quelli di Google in Svizzera.

Poi ha fatto la cosa. Ha congelato gli investimenti in patria e ha portato i cento milioni destinati ai data center della propria intelligenza artificiale in Germania e in Norvegia. L’azienda che incarnava il marchio «privacy svizzera» ha liquidato il marchio «privacy svizzera», spostandosi dentro l’Unione europea perché la Confederazione le sembrava meno affidabile dell’Unione. Aggiungete, per completezza, che nel 2021 la stessa azienda, su ordine legittimo di un giudice svizzero, aveva registrato l’indirizzo di rete di un attivista francese. Non fece nulla di illegale: obbedì. Ed è precisamente questo il punto, che nessuno vuole ammettere quando compra un servizio «sicuro». La promessa non è mai stata non obbediremo. La promessa è sempre stata stiamo in un posto dove chiedono meno. È una promessa quantitativa venduta come qualitativa, ed è valida finché dura la legislatura.

L’interruttore che nessuno ammette di aver premuto

Nel maggio del 2025 il procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan, perse l’accesso alla propria casella di posta. Era stato inserito pochi mesi prima, con un ordine esecutivo, nella lista delle persone sanzionate dagli Stati Uniti, per via dei mandati d’arresto emessi dalla Corte contro il primo ministro israeliano. La casella era Microsoft.

La storia che ha fatto il giro dell’Europa è cinematografica e irresistibile: un clic da Washington e un tribunale internazionale ammutolisce. Diffidiamone, per mestiere. Microsoft ha negato di aver sospeso alcunché alla Corte come istituzione; il presidente dell’azienda ha spiegato che l’account del singolo era stato disconnesso ma i servizi al tribunale non erano mai cessati. Nel febbraio 2026 un dirigente della società ha dichiarato davanti a una commissione parlamentare britannica che a spegnere la posta era stata la Corte e non Microsoft — e pochi giorni dopo l’azienda ha chiesto formalmente di correggere il verbale, buttando sotto l’autobus il proprio dirigente. C’è chi sostiene che la casella fosse già stata migrata altrove dalla Corte stessa. Chi cerca il colpevole, in questa storia, non lo trova.

Ed è qui che va detta la cosa che nessuna delle due tifoserie vuole sentire: non ha nessuna importanza chi ha premuto l’interruttore. Il fatto che, un anno dopo, per stabilire chi abbia spento la posta elettronica del procuratore di un tribunale internazionale servano un’audizione al parlamento di Londra, una rettifica a verbale e la ricostruzione incrociata di tre giornali — quel fatto lì è la risposta sulla sovranità digitale, qualunque sia poi la risposta. Se per sapere chi controlla il tuo interruttore serve un’inchiesta, non lo controlli tu. Peraltro la versione più noiosa è anche la più inquietante: probabilmente nessuno a Redmond ha voluto punire nessuno; un regime di sanzioni ha semplicemente reso il rapporto con quella singola persona un problema di conformità legale per qualsiasi azienda americana, e la macchina della conformità ha fatto quello che fa. Di nuovo: non serve la cattiveria. Basta la pendenza.

Nel frattempo la Corte ha migrato l’intera suite d’ufficio su una piattaforma aperta sviluppata per il ministero dell’interno tedesco. E la posta del procuratore, secondo diverse ricostruzioni, è finita su Proton. Cioè: il profugo di Microsoft è salito sulla scialuppa svizzera nell’anno esatto in cui la scialuppa svizzera stava cambiando bandiera.

GAIA-X, ovvero l’ontologia

L’Europa, tutto questo, l’aveva capito prima. Nel 2019 Francia e Germania annunciarono in pompa magna un progetto che avrebbe dovuto essere l’Airbus dei dati: infrastruttura europea, federata, sovrana, per togliere il continente dalla dipendenza dai tre americani. Si chiamava GAIA-X. Poi, dentro il consorzio, entrarono Amazon, Google, Microsoft. Ci entrarono legittimamente, con la porta aperta, perché il progetto era «inclusivo». Uno dei ventidue fondatori, un operatore francese, se ne andò due anni dopo sbattendo la porta. E GAIA-X, in sei anni, ha prodotto: documenti di architettura, un quadro di fiducia, un servizio di conformità, etichette, gruppi di lavoro, e a un certo punto un comunicato per chiarire che GAIA-X non è un cloud. Non ha mai ospitato un byte. Il rapporto Draghi sulla competitività, nel 2024, ne ha certificato il fallimento con la delicatezza dei documenti ufficiali.

I difensori hanno una risposta, ed è vera: non doveva essere un cloud, doveva essere uno standard. Appunto. Messa davanti a un problema di infrastruttura, l’Europa ha prodotto una certificazione. Non è stupidità: è l’unico muscolo che abbiamo allenato. Sappiamo scrivere le regole della casa di un altro, e — lo dicevamo nell’episodio quarto, quando fu Bruxelles e non Washington a multare Microsoft — è un potere reale, ma è il potere di chi arriva a cose fatte.

I numeri, intanto, dicono una cosa che dovrebbe far male più di qualsiasi editoriale. Nel mercato cloud europeo — decine di miliardi l’anno — la quota dei fornitori europei era intorno al 29% nel 2017 ed è oggi intorno al 15%. Non è calata perché sono peggiorati: è calata mentre il mercato cresceva di sei volte. Hanno perso metà della casa mentre la casa diventava sei volte più grande. E sopra tutto sta una legge americana del 2018 che obbliga qualunque azienda statunitense a consegnare alle autorità del proprio Paese i dati che detiene, ovunque nel mondo si trovino: motivo per cui la domanda «dove sono i server» è quasi sempre la domanda sbagliata, e quella giusta è «di chi sono le chiavi».

Il 3 giugno 2026 la Commissione ha presentato il pacchetto sulla sovranità tecnologica, e dentro c’è una proposta di regolamento che vuole triplicare la capacità dei data center europei in cinque o sette anni e introdurre un quadro unico di valutazione della sovranità: quattro livelli, graduati, da usare negli appalti pubblici. Va riconosciuto che stavolta il muscolo è puntato dove può fare male davvero, cioè sul portafoglio della pubblica amministrazione, che è il più grande cliente del continente. Ma osservate la forma: alla certificazione fallita si risponde con una certificazione migliore. Quattro livelli di sovranità certificata. Come se la sovranità fosse una cosa che si ottiene per attestazione anziché per possesso.

Il polo, e la licenza

L’Italia in questa faccenda è stata definita, senza troppi complimenti, la più attendista dell’Unione. Ha però una sua opera, e va guardata con precisione perché è il cuore dell’episodio.

Il Polo Strategico Nazionale è una società costituita il 4 agosto 2022 e concessionaria dal 24 agosto dello stesso anno, tramite convenzione col dipartimento per la trasformazione digitale. Gli azionisti: TIM al 45%, Leonardo, CDP Equity, Sogei — controllo indirettamente pubblico, circa un miliardo del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Quattro data center: Acilia e Pomezia nel Lazio, Rozzano e Santo Stefano Ticino in Lombardia. Ci sono dentro, oggi, oltre seicento amministrazioni. Ospita i dati critici e strategici della Repubblica: le anagrafi, la sanità, i ministeri.

E gira su tecnologia di Google, Microsoft, Oracle e Amazon, presa in licenza e installata su suolo italiano.

Fermiamoci, perché la frase merita di essere letta due volte. Il Polo Strategico Nazionale, l’opera con cui l’Italia si dota della sovranità digitale, è in misura rilevante un rivenditore degli stessi tre o quattro americani, con targa italiana, contratto italiano e giurisdizione italiana attorno. Il dato è in Italia. La tecnologia è in licenza. L’interruttore è altrove.

E adesso la parte onesta, che nessun dibattito ammette mai: non esisteva l’alternativa. Costruire nel 2022 uno stack nazionale da zero non era un’opzione, era un tema da convegno; chiunque sostenga il contrario sta vendendo qualcosa. Il Polo è un miglioramento reale rispetto alla situazione precedente, che era «i dati del ministero stanno in un capannone in Irlanda e non lo sa nessuno». La bugia non è il Polo. La bugia è la parola. Chiamare sovranità una licenza è la truffa lessicale del decennio, e costa zero, ed è per questo che la usano tutti.

Il 22 marzo 2026, intanto, Poste Italiane ha lanciato un’offerta da 10,8 miliardi su TIM, con l’obiettivo di prendersi tutto e toglierla dalla Borsa. Il documento è passato in Consob in questi giorni, l’adesione si chiude a settembre. Se va in porto, la compagnia telefonica privatizzata nel 1997 torna sotto controllo pubblico attraverso l’ufficio postale, e con lei il 45% del Polo. Lo Stato italiano sta ricomprando il telefono per possedere la nuvola, e la nuvola gira su tecnologia americana in affitto. Nazionalizziamo l’involucro e paghiamo il canone sul contenuto.

Il cerchio, e il certificato

Il primo episodio di questa serie cominciava a Ivrea e ad Armonk: da una parte l’eresia del personale, dall’altra l’ortodossia del centro. Chiudiamolo lì.

Il 30 aprile 1964, davanti agli azionisti Fiat, Vittorio Valletta pronunciò la frase che ogni italiano che si occupi di queste cose conosce a memoria: sul futuro di Olivetti pendeva una minaccia, «un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico». Il gruppo di intervento — Fiat, Mediobanca, Pirelli, IMI, La Centrale — decise di cedere la Divisione Elettronica alla General Electric. Adriano era morto nel 1960, Mario Tchou nel 1961. Restò fuori solo un progetto quasi clandestino che agli americani non interessava, e da quello nacque la Programma 101.

Esiste una versione complottista di questa storia: pressioni dell’intelligence americana, IBM dietro le quinte, due morti troppo comode. È irresistibile e inverificabile, e soprattutto è consolante, perché fa dell’Italia una vittima anziché una che ha scelto. Ed esiste la versione ufficiale, cattiva gestione e crisi di liquidità, altrettanto consolante per chi decise. La verità documentata è più umiliante di entrambe: fu una frase letta ad alta voce in un’assemblea di azionisti, a verbale, applaudita. Non servì nessuna stanza buia. Servì una relazione al bilancio.

Sessantadue anni dopo, Olivetti esiste ancora. È la società del Gruppo TIM che si occupa di Internet delle cose e dati, dentro TIM Enterprise. TIM che ha il 45% del Polo Strategico Nazionale. TIM che sta per essere comprata da Poste. E a metà luglio del 2026 Olivetti ha annunciato con orgoglio di aver ottenuto la certificazione B Corp: un ente americano senza scopo di lucro ha attestato che l’azienda soddisfa gli standard internazionali in materia di impatto sociale, ambientale, trasparenza e responsabilità.

Adriano Olivetti costruì a Ivrea la biblioteca, l’asilo, la mensa, le case, i salari sopra scala e le colonie per i figli degli operai, e per farlo non ebbe bisogno di nessun attestato di una fondazione della Pennsylvania: gli bastò farlo, e l’industria italiana lo trovò talmente insopportabile da definirlo, di lì a poco, un neo. Oggi la sostanza è stata venduta da sessant’anni e il certificato è arrivato. Va detto senza cattiveria verso chi ci lavora, che fa il proprio mestiere e magari lo fa bene: ma è la definizione stessa di questa serie. Resta il nome, sulla carta intestata. Il referente se n’è andato nel 1964 e nessuno ha cambiato l’insegna, perché l’insegna costa zero e rassicura.

E allora tornate indietro di tremila battute, a Ginevra, al 13 maggio 2026, a un signore svizzero che regala la propria azienda a una fondazione perché ha capito che il pericolo non è il concorrente: è la propria morte, e sono i propri eredi, e sono gli investitori che busseranno alla loro porta il giorno del funerale. Quel signore ha costruito, per contratto e per sempre, la gabbia che a Ivrea non c’era. La lezione di Adriano Olivetti è stata studiata bene: a Ginevra. In Italia l’abbiamo commemorata. Dal 2018 Ivrea è patrimonio dell’umanità: abbiamo messo la fabbrica del futuro sotto tutela come testimonianza del passato, e ci portiamo i turisti, che fotografano le macchine con un telefono che non è loro e caricano le foto in una nuvola che non è loro, da un Paese che ha dichiarato monumento il proprio avvenire perché non era riuscito a farne un presente.

Il conto

Mettiamo in fila, un’ultima volta. Il programma era un oggetto e l’abbiamo trasformato in una condizione, e ci abbiamo guadagnato comodità vera e perso ogni potere di dire no, perché non si dice no a una condizione, si smette di respirare. Il recinto non ci ha rinchiusi: ci ha reso costosa l’uscita, il che funziona meglio e non richiede guardie. L’Europa ha capito tutto con dieci anni di anticipo e ha risposto con un vocabolario, poi con un vocabolario migliore. L’Italia ha costruito quattro capannoni onesti e ci ha messo dentro, in licenza, il software di quelli da cui voleva difendersi, e ha chiamato sovranità la fattura.

Il primo episodio raccontava la faglia: Ivrea contro Armonk, la macchina personale contro il centro di calcolo. Guardate dove siamo. Nel 1959 la macchina era una stanza e tu le mandavi una richiesta tramite un operatore. Nel 1977 la macchina era sul tuo tavolo e l’operatore eri tu. Nel 2026 la macchina è nella tua tasca, ed è potentissima, e non sa nulla: tutto quello che le chiedi lo spedisce a una stanza, e la stanza risponde, e la stanza non è tua. I modelli linguistici — quelli che scrivono, riassumono, traducono, e che stanno mangiando ciò che restava del calcolo locale — non stanno e non staranno mai nella tua tasca: stanno nel capannone, e il capannone è in affitto. Abbiamo reinventato il centro di calcolo con le buone maniere e un’interfaccia gradevole.

Watson, alla fine, aveva ragione. Non nel 1959, quando aveva torto marcio. Aveva ragione nel 2026, che è un modo di vincere che richiede soltanto pazienza.

E allora l’ultima domanda, che non chiude niente e passa all’episodio successivo, quello sulle vie di fuga. Se il computer personale è tornato ad essere un terminale, e se essere terminale è comodo, economico, funzionante e per la stragrande maggioranza delle persone perfettamente indolore — allora la metamorfosi non è ancora compiuta. Si compirà nel momento esatto in cui non resterà nessuno che ricordi di essere stato, per una ventina d’anni, il proprietario della propria macchina. Quanti anni ci restano? E soprattutto: quel ricordo lì, adesso, dov’è archiviato?



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Ennio Martignago