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Lo Sviluppo degli Impersonal Computer

IBM apre la scatola, Microsoft vince una clausola: come l’apertura totale dell’hardware generò il monopolio del software. Quarto episodio della serie.

Episodio IV — L’impero del software (il beige del mondo)

Video e presentazione in RadioVideo Franti

estratto

Mentre Apple sigillava una scatola bellissima, IBM ne apriva una qualsiasi — e fu quell’apertura, non quella chiusura, a generare il più grande monopolio dell’informatica. Solo che il monopolio si formò dove nessuno guardava. Il quarto episodio della serie sull’Impersonal Computer entra nel 1981 con la solita diffidenza doppia. Smonta la favola dell’aereo di Gary Kildall (comoda perché assolve tutti) e il mito del genio-fondatore: all’origine di Microsoft non c’è un’invenzione ma un acquisto di seconda mano, un sistema operativo che si chiamava, con onestà commovente, «veloce e sporco». Ma disinnesca anche la controstoria del furto: l’atto decisivo non fu inventare né rubare del codice, fu vincere una clausola di non esclusiva. Gates non vinse una gara di programmazione; vinse un contratto che IBM firmò credendo di firmare una scartoffia. Da lì il cuore del ragionamento: l’apertura totale dell’hardware non decentralizzò il potere, lo spostò di un piano. Rese il ferro così clonabile da renderlo privo di valore, e il valore migrò al software, l’unica cosa che nessun clone poteva copiare senza permesso. Massima apertura a un livello, massimo monopolio a quello di sopra. Con la citazione intera di Stewart Brand (l’informazione vuole essere libera e costosa, sempre dimenticata a metà), il processo antitrust visto senza le due tifoserie, e una malinconia italiana: Olivetti, che faceva scatole beige eccellenti nell’impero di una lingua che non possedeva, continuando a vincere brillantemente la partita sbagliata. La domanda finale, aperta, prepara la Rete: se aprire un livello ingrassa sempre quello superiore, l’apertura è un valore o solo il modo più elegante di nascondere dove si è trasferito il potere?

Mentre a Cupertino si sigillava con cura una scatola bellissima, ad Armonk se ne apriva senza troppa cura una qualsiasi. È la simmetria da cui conviene ripartire, perché è meno ovvia di quanto sembri. Nell’episodio precedente abbiamo visto Apple chiudere il Macintosh come un tostapane, senza slot né viti accessibili, e vendercelo come atto di liberazione. Nello stesso anno, anzi qualche mese prima, IBM aveva fatto l’esatto opposto: aveva costruito un personal computer con l’architettura scoperta, i componenti comprati sul mercato, lo schema documentato per chiunque volesse leggerlo. La scatola più aperta contro la scatola più chiusa. E se la storia avesse un senso morale — non ce l’ha, ma facciamo finta — ci aspetteremmo che l’apertura avesse premiato la libertà e la chiusura la servitù. Andò, naturalmente, alla rovescia. Fu l’atto d’apertura di IBM a generare il più grande monopolio della storia dell’informatica. Solo che il monopolio non si formò dove tutti guardavano.

La fretta di un gigante

Il 12 agosto 1981 IBM presentò il suo Personal Computer, e lo fece in un modo che per l’azienda dei completi blu e delle procedure interne infinite era quasi scandaloso: in fretta, con una squadra piccola e semi-clandestina a Boca Raton, autorizzata a saltare le regole di casa pur di arrivare sul mercato prima che quel mercato lo prendessero i ragazzi dei garage. Per andare veloce, IBM fece due cose che avrebbe ripensato per il resto dei suoi giorni. Comprò il microprocessore da un fornitore esterno, Intel. E affidò il sistema operativo a una piccola software house di Seattle guidata da un ventenne di buona famiglia, Bill Gates.

Qui la leggenda si accende, ed è una delle più raccontate del settore, il che è già un buon motivo per diffidarne. La versione da bar suona così: IBM sarebbe andata prima da Gary Kildall, l’inventore di CP/M, il sistema operativo che allora dominava il piccolo mondo dei microcomputer; ma Kildall quel giorno era andato a volare col suo aereo, la moglie o l’avvocato si sarebbero rifiutati di firmare l’accordo di riservatezza, e IBM, spazientita, sarebbe tornata da Gates. Da una parte l’hippie geniale che perde l’appuntamento con la storia perché stava in cielo; dall’altra il giovane pragmatico che afferra l’occasione. È una parabola perfetta, con la sua morale sull’ozio che punisce e l’intraprendenza che premia, ed è più o meno per questo che è quasi tutta falsa, o almeno molto ritoccata. Kildall incontrò davvero IBM; il nodo non fu un volo diportistico ma questioni di prezzo, di termini contrattuali e di tempi di consegna di una versione di CP/M che ancora non era pronta per la macchina nuova. La storiella dell’aereo è comoda perché assolve tutti: dà a Gates l’aureola dello scaltro e a Kildall quella del genio incompreso, e ci risparmia la parte noiosa e vera, che è fatta di clausole. La storia dell’informatica, quando la si guarda da vicino, è quasi sempre una storia di clausole travestita da epopea.

Il codice comprato e il contratto vinto

Perché la vera anomalia non è come Gates ottenne l’incontro, ma cosa portò all’incontro. Non aveva un sistema operativo. Ne comprò uno. Lo acquistò da un’altra piccola azienda di Seattle, la Seattle Computer Products, dove un programmatore di nome Tim Paterson aveva scritto un sistema che portava, con onestà quasi commovente, il nome di QDOS: Quick and Dirty Operating System, sistema operativo veloce e sporco, costruito ispirandosi dichiaratamente proprio a quel CP/M che avrebbe soppiantato. Gates lo comprò per una cifra dell’ordine delle decine di migliaia di dollari, lo ribattezzò, lo consegnò a IBM come PC-DOS. Il mito del fondatore-creatore, del genio che dal nulla plasma l’impero, si regge dunque su un fatto prosaico: all’origine dell’azienda di software più potente del mondo non c’è un’invenzione, c’è un acquisto di seconda mano, per giunta di un prodotto che si dichiarava esso stesso derivativo.

Ma qui scatta la trappola speculare, e va disinnescata con la stessa freddezza. Perché la controstoria, quella cara a chi ama smascherare i potenti, dice che Gates «rubò» il sistema operativo, imbrogliò Paterson, costruì tutto su una truffa. Anche questo è più leggenda che cronaca. L’acquisto fu legale; Paterson stesso lavorò poi in Microsoft; la Seattle Computer Products fece causa anni dopo per i termini della licenza e la questione si chiuse con un accordo, non con la prova di un furto. Deflazionare il mito del genio non serve a montarne un altro, quello del ladro: serve a vedere dove stava davvero l’atto decisivo. E l’atto decisivo non fu né inventare né rubare del codice. Fu una riga di contratto. IBM, nella sua fretta e nella sua superba certezza che il valore stesse nel ferro che vendeva lei, concesse a Microsoft di mantenere il diritto di dare in licenza quel sistema operativo anche ad altri costruttori. Gigante distratto, firmò via il futuro credendo di firmare via una scartoffia. Gates non vinse una gara di programmazione. Vinse una clausola di non esclusiva. E su quella clausola — non su una riga di codice — costruì un impero.

Il beige del mondo

Perché quella clausola contasse così tanto, bisogna guardare cosa successe all’hardware. Nel 1982 un pugno di ingegneri della Compaq si chiuse in una stanza e, con una tecnica scrupolosa chiamata clean room, ricostruì da zero il pezzo di software interno che faceva funzionare il PC di IBM — leggendo cosa faceva senza mai guardare come IBM lo aveva scritto, per non violarne il diritto d’autore. Legalmente ineccepibile, tecnicamente elegante, e devastante nelle conseguenze: da quel momento chiunque poté costruire una macchina identica a quella di IBM senza chiedere permesso a IBM. Nel giro di pochi anni il personal computer smise di essere un prodotto e diventò una categoria. Centinaia di aziende assemblavano rettangoli beige indistinguibili, sempre più economici, sempre più simili, venduti al chilo. La macchina che nell’episodio secondo era un oggetto costruito a mano nel garage, espressione di un individuo, e nel terzo un elettrodomestico bellissimo e sigillato, diventava ora un mobile d’ufficio color sabbia sporca, presente su ogni scrivania del pianeta e su nessuna riconoscibile.

Ecco il rovescio che regge tutto l’episodio, e va detto lentamente perché è controintuitivo. L’apertura totale dell’hardware non decentralizzò il potere: lo spostò. Rese il ferro così libero, così clonabile, così a buon mercato, da renderlo privo di valore — e il valore, che non evapora mai, migrò semplicemente al piano di sopra. Al piano dove abitava l’unica cosa che nessun clone poteva copiare senza permesso: il sistema operativo. Ogni scatola beige del mondo, chiunque l’avesse costruita, aveva bisogno di quel software per accendersi e fare qualcosa. E quel software era, per contratto, di uno solo. Più liberi diventavano i costruttori di hardware, più prigionieri diventavano tutti quanti del proprietario del software. La massima apertura a un livello produsse il massimo monopolio a quello immediatamente superiore. Non è un incidente della storia: è la sua meccanica profonda, e la vedremo ripetersi, identica e travestita, in ognuno degli episodi che restano.

Ciò che vuole essere libero

C’è una frase che gira da allora, di solito citata a metà, e citarla intera aiuta a capire l’intera faccenda. Nel 1984 — sempre quell’anno — Stewart Brand, il guru della controcultura digitale, disse una cosa che di solito si ricorda così: «l’informazione vuole essere libera». Peccato che l’avesse detta in due parti, e la seconda si dimentica sempre. Da un lato, disse, l’informazione vuole essere costosa, perché è preziosissima: la giusta informazione al posto giusto ti cambia la vita. Dall’altro vuole essere libera, perché il costo di diffonderla scende in continuazione, verso lo zero. E queste due tendenze, concluse, si combattono per sempre.

Il software è esattamente il campo di questa battaglia. Un programma, una volta scritto, si copia a costo praticamente nullo: è la merce che più di ogni altra «vuole essere libera», nel senso brutale che tende a moltiplicarsi gratis. Un impero costruito su una merce simile è un impero costruito sulla sabbia — a meno che non si eriga, attorno a quella merce che vorrebbe scivolare via, un’architettura formidabile di scarsità artificiale. Ed è precisamente ciò che fu costruito: la licenza che vieta la copia, il formato di file proprietario che tiene in ostaggio i tuoi documenti, la compatibilità all’indietro che è insieme un dono sincero all’utente e un muro invalicabile per ogni concorrente. Chi voleva sfidare Windows non doveva scrivere un sistema operativo migliore: doveva convincere il mondo intero ad abbandonare, nello stesso istante, tutti i programmi, tutti i file, tutte le abitudini che a Windows erano legati. Nessuno poteva. Non perché il prodotto fosse imbattibile, ma perché la rete di dipendenze attorno ad esso lo era. Il monopolio non stava nel codice. Stava nella gravità.

Il tapis roulant

Su questa gravità crebbe la simbiosi che il decennio successivo avrebbe chiamato Wintel: Windows e Intel, il software di Microsoft e i processori di Intel, avvinti in un abbraccio che spingeva l’intero settore — e il portafoglio di chiunque possedesse un computer — dentro un ciclo perpetuo. Ogni nuova versione di Windows chiedeva chip più potenti; ogni nuovo chip più potente permetteva a Windows di gonfiarsi ancora; e il ciclo ricominciava, obbligando a ricomprare la stessa macchina più volte solo per continuare a fare le stesse cose un po’ più lentamente di prima. Anche qui, però, attenzione alla scorciatoia. La narrazione popolare dipinge Wintel come un patto scellerato, due amici che si spartiscono il mondo strizzandosi l’occhio. La realtà è meno cinematografica e più interessante: le due aziende litigarono spesso, si pestarono i piedi, ebbero interessi divergenti; la loro non fu un’alleanza firmata ma una simbiosi obbligata, come quella di due specie che finiscono per non poter più vivere l’una senza l’altra pur non essendosi mai scelte. Il che, se ci si pensa, è ancora più inquietante di un complotto: un complotto lo puoi sciogliere, una simbiosi no.

Il processo, e le due favole

Alla fine dello Stato di diritto provò a intervenire, e il modo in cui lo fece merita anch’esso doppia diffidenza. Nel 1998 il governo degli Stati Uniti trascinò Microsoft in tribunale, con l’accusa di aver usato il monopolio del sistema operativo per soffocare i concorrenti nel mercato adiacente dei programmi per navigare in rete — regalando il proprio a chiunque, per strangolare chi quel programma lo vendeva. Un giudice stabilì che Microsoft era un monopolio e ne ordinò lo smembramento; una corte d’appello annullò lo smembramento; tutto si chiuse con un accordo blando che non cambiò quasi nulla. Da qui due favole, entrambe da respingere. La prima, progressista, racconta il malvagio monopolista finalmente domato dalla giustizia: ma la giustizia, di fatto, non lo domò affatto, e le prove raccolte nel processo mostrano un abuso reale, documentato, altro che innocenza. La seconda, libertaria, racconta lo Stato ficcanaso che perseguita un’azienda colpevole solo di aver fatto prodotti migliori: ma i prodotti c’entravano poco, e l’abuso di posizione dominante fu accertato nero su bianco. La verità scomoda per entrambe le tifoserie è che Microsoft non fu disciplinata dai giudici. Fu disciplinata, qualche anno dopo, dalla propria incapacità di vedere arrivare la rete e poi il telefono — cioè dagli episodi che stiamo per raccontare. Il tribunale che conta, in queste storie, si chiama tempo, e non indossa toga.

La malinconia del ferro

Resta l’angolo dal quale, in questa serie, guardiamo sempre le cose: quello europeo, e più stretto ancora, quello italiano. In tutta la vicenda del beige che ricoprì il mondo, l’Europa non compare quasi mai come costruttrice. Compare come mercato, dove le scatole si vendevano, e infine come giudice: sarà l’Unione Europea, non l’America, a infliggere a Microsoft, anni dopo, le multe più salate per aver tenuto segreti i modi in cui i suoi programmi dialogavano tra loro. Regolatrice di un impero che non aveva costruito. È una postura che l’Europa avrebbe assunto sempre più spesso, e su cui converrà tornare: sapere fare le regole di una casa altrui è un potere reale, ma è il potere di chi arriva a cose fatte.

E c’è una nota italiana che ha il sapore preciso di questa serie. Olivetti, la nostra azienda, quella del filo rosso che tiriamo dal primo episodio, i personal computer li fece davvero, e buoni. A metà degli anni Ottanta il suo M24 era una macchina solida, compatibile con lo standard IBM, venduta con successo perfino negli Stati Uniti. Per un momento Olivetti fu tra i maggiori costruttori di personal computer d’Europa. Ma stava costruendo hardware — la merce che si stava svalutando sotto i suoi piedi — in un mondo in cui il valore era già migrato al software americano che quelle macchine erano costrette a far girare. Faceva scatole beige eccellenti nell’impero di una lingua che non possedeva. Il declino di Olivetti, raccontato di solito come una somma di errori gestionali e occasioni sprecate, è anche, e forse soprattutto, la storia di un’azienda che continuò a vincere brillantemente la partita sbagliata: quella del ferro, mentre il campionato si era spostato altrove senza dirlo a nessuno. Aveva avuto, vent’anni prima, il computer personale prima degli altri. Aveva, adesso, la macchina giusta nel mercato sbagliato. È una forma di sfortuna talmente ricorrente, per l’ingegno italiano, da somigliare a una vocazione.

Il conto, di nuovo

Mettiamo in fila anche stavolta, senza affezionarci. Aprimmo l’hardware e lo chiamammo trionfo del personal computer: la macchina divenne di tutti, economica, costruibile da chiunque. Ed era vero. Ma quella libertà al piano del ferro comprò una servitù al piano del software, e la seconda pesava molto più della prima era leggera. Rendemmo la scatola così libera da renderla priva di valore, e il valore salì di un piano, in un luogo più difficile da vedere e impossibile da clonare, dove un solo padrone poteva metterci il lucchetto. Non ci fu inganno, ancora una volta: ci fu spostamento. Il monopolio non nacque dove combattevamo il monopolio; nacque un gradino più su, mentre festeggiavamo la vittoria un gradino più giù.

Ed ecco la domanda che portiamo all’episodio prossimo, quando arriverà la Rete a promettere, per l’ennesima volta, la libertà definitiva. Se aprire un livello significa sempre e soltanto ingrassare quello superiore — se ogni apertura non abolisce il lucchetto ma lo sposta più in alto, dove si vede meno — allora l’apertura è davvero un valore, o è solo il modo più elegante per nascondere dove si è trasferito il potere? Nel beige del mondo credevamo di aver liberato la macchina. Avevamo liberato la parte che non contava più. La parte che contava se n’era andata a vivere altrove, e aveva cambiato il nome sul citofono.



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Ennio Martignago