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estratto
Italcementi tedesca, Pirelli in mani cinesi, Parmalat francese, le valli svuotate finché un sindaco ringrazia chiunque arrivi con del denaro: chi si sente sotto assedio ha visto qualcosa di reale, e quel brivido va guadagnato prima di poterlo mettere in discussione. Ma tutto comincia con la parola che scegliamo. Conquista non regge — non entrano eserciti, entrano bonifici. La si corregge in conquista col denaro, e il denaro prende più delle armi: mezzo Madagascar affittato a Daewoo in una firma sola. Poi si scivola verso qualcosa di più intimo, contagio, colonia — l’unica parola che vale insieme per l’impero e per il batterio, e che nello stesso istante consegna la diagnosi alla siringa. Questo articolo prende sul serio quella diagnosi, la monta al massimo della sua forza, e poi la disseziona. Comprare non è conquistare — ma il diritto lo scrive chi prevale, e allora la paura non è delirio. La radice che l’italiano invoca per resistere è la stessa che la comunità chiusa invoca per chiudersi: il caso della «colonia israeliana in Salento», raccontato nella sua texture reale, smonta il racconto militante e lascia un solo principio onesto — nessuna enclave impermeabile, per nessuno. La «cura» immunologica che oggi in Italia si pronuncia in fretta è una malattia autoimmune: aggredisce le cellule più deboli mentre il solvente vero passeggia indisturbato. E il solvente non ha patria: il vero padrone del mondo produttivo è la pensione di tutti, un trono vuoto attorno al quale si litiga su quale nazione ci si sia seduta. Nessuna soluzione in fondo. Solo la domanda che tiene in piedi il pensiero invece di arruolarlo: non chi ci sta colonizzando, ma a chi conviene che lo crediamo.
La parola che vale per i batteri e per gli imperi — e la diagnosi italiana che sceglie la siringa
C’è un modo onesto di cominciare, ed è dando ragione a chi si sente sotto assedio. Italcementi è tedesca dal 2016, finita dentro Heidelberg. Il controllo di Pirelli è passato per anni in mani cinesi. Parmalat è francese, dei Lactalis; Bulgari, Loro Piana, Fendi respirano dentro LVMH; Gucci vive in Kering; Candy è della cinese Haier, la rete di Telecom è stata ceduta a un fondo. Sali su una qualsiasi valle alpina in via di spopolamento e troverai un sindaco che ringrazia chiunque arrivi con del denaro, perché l’alternativa era il paese morto. La legge, intanto, sembra pesare in un solo verso: cade dura sul rider che pedala sotto la pioggia e si fa arrendevole, quasi cortese, davanti al capitale che si sposta. Chi guarda tutto questo e prova un brivido di espropriazione non è un allucinato. Ha visto qualcosa di reale, e va guadagnato quel brivido prima di poterlo mettere in discussione.
Il problema comincia con la parola che scegliamo per nominarlo. La prima è conquista, ma non regge: non entrano eserciti, entrano bonifici. Allora si corregge — conquista col denaro anziché con le armi — e la correzione è migliore, perché è vera che il denaro prende più delle armi. Nel 2008 la sudcoreana Daewoo negoziò l’affitto di 1,3 milioni di ettari in Madagascar, metà della terra arabile dell’isola, senza pagare nulla se non infrastrutture: nessuna battaglia della storia ha mai spostato tanto suolo in una volta sola. Ma anche “conquista col denaro” a un certo punto sembra debole, e si scivola verso qualcosa di più organico, di più intimo: contagio, colonia. Ed è qui che la lingua fa il suo scherzo più profondo, perché “colonia” è l’unica parola che vale insieme per l’impero e per il batterio. Un insediamento che cresce dentro un ospite: la coltura sul vetrino e l’avamposto oltremare portano lo stesso nome. La diagnosi trova finalmente il suo vocabolo perfetto — e nello stesso istante si consegna alla siringa, perché a una colonia batterica non si concedono ragioni, si concede solo la quarantena.
Prima di seguire quella parola dove vuole andare, conviene fermarla con un rovescio. Comprare non è conquistare. Chi acquista la valle diventa padrone del suolo, non del monopolio della forza che su quel suolo insiste: quello resta allo Stato, che lo tiene in serbo e lo riesuma quando gli conviene. Ma qui il rovescio si rovescia a sua volta, ed è la cosa più scomoda da ammettere: il diritto lo scrive chi prevale. L’inglese in India non conquistò soltanto, legiferò; il colono riscrive il codice fondiario, inventa la categoria di “terra demaniale” e quella di “assente” per far passare l’esproprio come acquisto — è accaduto, con quei nomi esatti, altrove e non troppo tempo fa. Se il compratore di oggi diventa il legislatore di domani, la paura non è delirio: è la previsione lucida di chi sa che la proprietà è la testa di ponte e la sovranità la seconda ondata. La cornice non è né paranoica né innocente. Bisogna restare dentro questa tensione, non uscirne dalla parte comoda.
Ed è restandoci che si incontra lo specchio più sgradevole. La radice che l’italiano invoca per resistere — questa terra è la mia, l’hanno fondata generazioni che hanno rinunciato a tutto perché io fossi qui — è esattamente la radice che la comunità che si chiude invoca per chiudersi. Nel Salento, nel 2025, una società immobiliare guidata da un’imprenditrice israeliana ha messo sul proprio sito un progetto chiamato senza pudore “Colonia israeliana in Salento”: una comunità agricola autosufficiente, con scuole e sanità proprie, per famiglie israeliane. Il caso è vero e merita attenzione. Ma la sua texture reale smonta il racconto che gli è cresciuto intorno: era, in gran parte, la vetrina di una singola operatrice, iter mai attivati, pagine cancellate al primo sguardo, il progetto naufragato in poche settimane; e la cornice più incendiaria — colonizzazione razziale, sostituzione, economia del genocidio — è arrivata quasi tutta dalle stesse fonti militanti che un metodo serio tiene fuori dalla porta. Resta però il nodo, e non si scioglie con una razza: se l’attaccamento ereditato del salentino merita rispetto, su quale principio non lo merita quello della famiglia che arriva — se non “io sono a casa e tu no”? L’unica linea che regge il peso non è fuori gli stranieri, è nessuna enclave impermeabile, per nessuno: la stessa regola che protegge il nativo dalla chiusura altrui gli vieta la propria. Il salentino che si oppone a una comunità deliberatamente separata sul suo uscio non è un bigotto; lo diventa nell’istante in cui l’oggetto dell’obiezione smette di essere la separatezza e diventa l’ebreo. La differenza è sottile come quella tra investimento e insediamento. Non è invisibile.

A questo punto il corpo che si sente infettato cerca la cura, e la chiama con un nome che oggi in Italia si pronuncia in fretta. Non l’antibiotico che uccide l’invasore, si dice — il ricostituente che rafforza le difese. Suona umano. Ma la metafora tradisce anche la sua versione buona, perché ciò che ha davvero indebolito le difese del corpo italiano — la sua coesione, la sua regola condivisa — non sono stati i nuovi arrivati: è stato lo svuotamento che abbiamo appena elencato, l’industria ceduta, la legge piegata, le valli prosciugate. Il ricostituente che a quel corpo servirebbe punta verso il capitale. La cura che invece si vende prescrive l’opposto: addestra il sistema immunitario ad aggredire le cellule più deboli — il migrante, l’omosessuale, il bambino disabile da mettere in classe separata — mentre il solvente vero passeggia indisturbato. È una malattia autoimmune travestita da terapia. E c’è un dettaglio che la smaschera meglio di ogni argomento: l’uomo che promette di ricompattare il corpo comune contro la dissoluzione struttura il proprio partito come una monarchia assoluta, dove chi entra deve aderire totalmente a ciò che il capo è, “altrimenti si implode”. La cura per un corpo che perde la propria regola comune è, nelle sue stesse mani, l’abolizione di ogni regola tranne la sua volontà. Non il ripristino della norma per tutti: la sua liquidazione. Va detto anche il rovescio, perché il metodo non conosce eccezioni di comodo: il riflesso che liquida ogni durezza identitaria come ritorno del fascismo è l’alibi speculare, quello che permette a chi il paese l’ha svenduto di sentirsi virtuoso indicando il barbaro, senza mai toccare la dissoluzione reale di cui il barbaro si nutre. Nessuna delle due parti ha le mani pulite. Una sfrutta la malattia, l’altra la nega.
E allora chi è, davvero, che dissolve il corpo? Qui la diagnosi della colonizzazione da dentro si capovolge nel fatto più inquietante che contenga. Perché se davvero c’è un padrone del mondo produttivo, non ha la faccia dello straniero. Tre gestori di fondi indicizzati — nomi che quasi nessuno pronuncia — amministrano insieme qualcosa come undicimila miliardi di dollari e risultano il maggiore azionista in circa l’88 per cento delle grandi società quotate americane, votando un quarto delle loro assemblee. È la concentrazione di proprietà più vasta della storia del capitalismo. Ma quelle azioni, in gran parte, non appartengono ai gestori: appartengono ai risparmiatori, alle pensioni, ai fondi previdenziali di milioni di persone comuni. Il conquistatore, se conquistatore è, non ha patria e non ha volto: è la pensione dell’operaio americano che possiede la fabbrica italiana, è il capitale contro il lavoro ovunque, compresi i cittadini dei paesi presunti vincitori, posseduti quanto gli altri. Non c’è una cricca forestiera sul trono. C’è un trono vuoto, e tutti che continuano a litigare su quale nazione ci si sia seduta. La parola “conquista” è una consolazione, perché promette un conquistatore che in linea di principio potresti rovesciare. Il sospetto vero è peggiore: che non ci sia nessuno da rovesciare, solo un meccanismo a cui sono soggetti perfino i suoi beneficiari.
Non c’è, per questo pezzo, una soluzione da consegnare in fondo come una ricetta. Il ricostituente autentico si intravede — uno Stato che osi pronunciare qui vale una regola sola, per tutti, capitale incluso, e nessuna enclave impermeabile per nessuno — ma non riempie una piazza, non vince un comizio, e minaccia chi vende tanto quanto vieta chi si chiude. Per questo non lo propone quasi nessuno. Lo strongman ne vende il falso, la propria volontà al posto della regola; l’establishment ne vende la negazione, non c’è nessuna malattia. Il rimedio vero resta in mano a pochissimi, perché è l’unico che costa qualcosa a chi lo dovrebbe firmare.

Resta l’immagine da cui siamo partiti, capovolta. Un paese che si sente colonia batterica e corre a prendere il veleno — contro la malattia sbagliata. La domanda giusta, quella che tiene in piedi un pensiero invece di arruolarlo, non è chi ci sta colonizzando dall’interno. È: a chi conviene che lo crediamo. E la risposta, guarda caso, non è straniera. È scomodamente in casa.
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