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La firma rovesciata

Una mostra online dal CyberTirolo dichiara di scrivere articoli con l’IA imitando lo stile di giornalisti reali. Esperimento o provocazione necessaria?

Dentro Der Kreiser, esperimento di giornalismo sintetico dal CyberTirolo

estratto

Der Kreiser è un esperimento editoriale anonimo che, fra il 2026 e il 2027, espone online articoli “in pastiche” generati da modelli linguistici a partire dallo stile di giornalisti italiani e sudtirolesi reali. Tema centrale: la “firma rovesciata” come categoria utile per pensare l’autorialità nell’era degli LLM. Niente editing successivo, prompt dichiarati, anonimato dell’autore, profili stilistici nel cassetto. Una mostra che chiede di ripensare l’autorialità, la firma e la responsabilità editoriale nell’era degli LLM — con punti forti che il Franti riconosce come propri e zone d’ombra che vale la pena nominare. Sul Franti: Der Kreiser, mostra online dal CyberTirolo, dichiara di scrivere articoli in “pastiche” di giornalisti reali con l’aiuto degli LLM. Una firma rovesciata, un dispositivo trasparente, qualche nodo da sciogliere. Ne vale la pena.

Una mostra online dichiara di scrivere articoli con l’intelligenza artificiale imitando lo stile di giornalisti reali. Il punto interessante non è che lo faccia: è che lo dichiari. E che, dichiarandolo, ci costringa a rivedere cosa intendiamo per autore, per firma, per responsabilità editoriale.

C’è un certo gusto del paradosso nel chiamare “Der Kreiser” — il giornalista, in tedesco antiquato dei territori asburgici — un progetto in cui il giornalista, in senso classico, non c’è più. O meglio: c’è, ma sta da un’altra parte. Non scrive le frasi. Scrive la procedura che produce le frasi. Apparentemente è una variazione minore. In realtà è una mossa che, a guardarla bene, mette in discussione l’intera filiera dell’autorialità giornalistica così come l’abbiamo conosciuta dal Novecento in poi.

Der Kreiser è una mostra online (derkreiser.com, aperta dal 17 aprile 2026 al 20 agosto 2027) realizzata da una sola persona, anonima, che si è ripresa il proprio soprannome scolastico per dedicare il progetto alla figlia, chiamata Ma. Il dispositivo è semplice da descrivere e complicato da abitare: a partire da articoli pubblicati da giornalisti italiani e sudtirolesi reali, l’autore costruisce schede stilistiche analitiche — tono, sintassi, figure retoriche, strategie persuasive — e poi confeziona prompt che chiedono a ChatGPT, Gemini o Claude di scrivere nuovi articoli su temi diversi, in quello stile. Il risultato viene pubblicato senza alcun editing successivo. È questo il punto che merita attenzione.

Il prompt come firma rovesciata

L’espressione, che dà il titolo al libretto della mostra, ha qualcosa di concettualmente brillante. La firma tradizionale chiude un testo: dice “questo l’ho scritto io”. La firma rovesciata invece lo apre: non sta in calce all’articolo, sta nelle istruzioni che lo hanno generato. Non corrisponde a una frase, ma a una matrice di possibilità. Se domani prendessi quello stesso prompt e lo dessi a un altro modello linguistico, il testo prodotto non sarebbe identico, ma resterebbe imparentato — come due cugini che condividono un nonno e un dialetto.

Questo sposta, ed è qui che la cosa diventa interessante, l’idea stessa di autore. Per cinque secoli ci siamo allenati a far coincidere autore e testo: chi firma è chi ha scritto, chi ha scritto è chi risponde. Der Kreiser propone una scissione: l’autore è chi ha costruito la procedura, il testo è prodotto da una macchina, la responsabilità si distribuisce in modo nuovo lungo la catena. Non scompare — anzi, l’autore dichiara tutto, profili, prompt, metodo. Si frammenta, però. E si chiede al lettore di accettare la frammentazione come parte dell’esperienza, non come un problema da risolvere.

C’è dell’onesto, in questa mossa. Mentre quasi tutto il giornalismo online flirta con l’IA generativa senza dirlo, mascherando articoli sintetici dietro firme finte o byline ambigue, Der Kreiser fa l’opposto: espone il dispositivo fino in fondo. Pubblica i prompt accanto agli articoli. Spiega come ha costruito le schede stilistiche. Documenta il workflow nel libretto. È una trasparenza radicale, quasi protestante nella sua ostinazione a mostrare ogni passaggio. E si capisce perché: il senso politico del progetto è proprio questo. Dichiararsi, in un’epoca che produce contenuti sintetici senza dichiarare nulla, è già un atto di ribellione.

Punk, anonimato, capitalismo della sorveglianza

La cornice ideologica è esplicita e, va detto, in larga parte condivisibile. Der Kreiser cita Jathan Sadowski — il suo The Mechanic and the Luddite del 2025 ha aperto un buon dibattito sul dato come capitale — e si schiera senza ambiguità contro la profilazione, la sorveglianza, l’economia dell’attenzione. Sceglie strumenti open source quasi militanti: Hugo per il sito statico, Codeberg al posto di GitHub, Njalla (il registrar privacy-first nato attorno a Peter Sunde, già di Pirate Bay), GoatCounter al posto di Google Analytics, Proton per la posta, perfino Electrum per i Bitcoin. C’è una citazione dei CCCP — Fedeli alla linea, “è una questione di qualità o una formalità, non ricordo più bene” — che colloca bene la postura: punk minimale, do-it-yourself, ribellione senza eroismo.

L’anonimato qui non è una posa né una scappatoia. È coerente con il resto: se la profilazione è il problema, ritirare l’Io è la prima mossa difensiva. Vale per chi scrive, vale per chi legge — il sito non profila i lettori, non ne vende dati. Vale anche come gesto controculturale rispetto alla compulsione esibizionistica dei social media. È difficile non riconoscere, in tutto questo, una parentela con la posizione del Franti: la diffidenza verso le piattaforme, l’attenzione alla qualità del gesto editoriale, l’idea che si possa ancora costruire qualcosa fuori dalle logiche dominanti senza per questo regredire alla nostalgia tipografica.

Dove zoppica, ed è onesto che zoppichi

Eppure — e qui il progetto stesso invita all’esercizio critico, dichiarandosi mostra e non testata definitiva — restano almeno tre punti di tensione che vale la pena nominare, perché un elogio acritico sarebbe il complimento meno frantiano che si possa fare.

Primo: l’asimmetria fra anonimato dichiarato e nominalità imposta. Der Kreiser si nasconde, e si capisce perché. Ma i giornalisti dei quali codifica lo stile sono chiamati per nome — Severgnini, Cazzullo, Feltri, Casalini, Frediani, Depentori, Ghezzi, Pianesi, e altri ancora. Il libretto chiarisce che non sono coinvolti, che non hanno responsabilità sui testi, che non rappresentano il loro pensiero. È una clausola corretta dal punto di vista legale e onesta dal punto di vista intellettuale. Resta che lo stile di una persona è anche una parte della sua identità professionale, e che essere “stilizzati” senza saperlo da un dispositivo automatico è una novità sulla quale, a un certo punto, qualcuno chiederà conto. Il pastiche letterario alla maniera di Eco o Petronio presupponeva un’autorità autoriale — una persona che decideva, frase per frase, come prendere in prestito una voce. Qui la decisione è altrove, e quello che si prende in prestito non è una voce: è uno schema generativo che produce frasi nuove in eterno. Sono cose diverse, e il libretto ne è consapevole, ma la consapevolezza non scioglie il nodo.

Secondo: la scelta dichiarata di non fare editing post-generazione. Der Kreiser spiega che la fase di “selezione e editing” del workflow non è stata implementata: i testi escono come li sputa il modello, allucinazioni comprese. La giustificazione è coerente con il progetto — è una mostra, non una testata, e l’integrità del dispositivo va preservata. Ma è anche una scelta che scarica sul lettore il lavoro di verifica, in un ecosistema informativo dove la verifica è già un mestiere malpagato e sottovalutato. Chiamare giornalismo, sintetico o no, qualcosa che rinuncia per principio al controllo dei fatti, è una provocazione interessante. Va presa come tale: una provocazione, non un modello da imitare.

Terzo: la replicabilità del prompt è un’arma a doppio taglio. Der Kreiser pubblica i suoi prompt come gesto trasparente, e li offre con licenza Creative Commons BY-SA. Significa che chiunque, domani, può prenderli e usarli senza la cornice critica del progetto — magari per produrre fake news in stile riconoscibile, magari per inondare il web di “pastiche” non dichiarati di firmi celebri. Il libretto trattiene le schede stilistiche complete proprio per limitare questo rischio. Ma il principio operativo è là, leggibile, riproducibile. È un caso in cui la trasparenza, virtù principale del progetto, è anche la sua vulnerabilità più esposta.

Il CyberTirolo come costellazione

C’è infine un dettaglio che merita di essere segnalato perché tocca corde non solo tecniche. Der Kreiser si firma “im CyberTirol”, il 17 aprile 2026. Il CyberTirolo non è un luogo: è una costellazione di memoria, lingua e ostinazione che attraversa la frontiera del Brennero senza chiederle il permesso. In un’epoca di balcanizzazione di internet — recinti nazionali, paywall geografici, frammentazione regolatoria — proporre una geografia digitale alternativa, radicata in una doppia identità linguistica (la postfazione è in italiano e in dialetto sudtirolese, indirizzata alla figlia), è un piccolo gesto di immaginazione politica. Non secessione, non folclore: un modo di restare ancorati a una cultura specifica mentre si fa qualcosa di assolutamente contemporaneo. È una postura che, mutatis mutandis, dovrebbe essere familiare a chiunque legga questo magazine.

E noi che ne facciamo

Resta la domanda che il progetto pone al lettore — anche a noi del Franti, che usiamo i modelli linguistici quotidianamente, dichiarandolo ma senza farne mostra, in un equilibrio diverso da quello di Der Kreiser. Cos’è una firma, oggi? Cosa significa scrivere quando lo stile può essere ricalcato e rimesso in circolazione, quando l’autorialità si distribuisce fra istruzione, modello, esecuzione e revisione finale? La risposta semplice — “basta dichiararlo” — è insufficiente. La risposta complicata — “non si può più scrivere” — è una resa.

Forse il punto è che la firma serviva a garantire un patto: tu lettore mi leggi, io scrivo, ed entrambi sappiamo chi risponde di cosa. Der Kreiser dimostra che quel patto si può riscrivere, senza necessariamente romperlo. Si può dichiarare il dispositivo, esibire il metodo, lasciare visibile la frattura. Si può anche, come scelta del Franti, continuare a tenere l’editing umano al centro, l’IA come strumento di sponda e mai come voce, la responsabilità di chi firma come ultima parola. Sono strade diverse, ma le accomuna una cosa: dire dove si è.

Il rumore di fondo, intanto, continua. Articoli sintetici non dichiarati popolano la rete, scritti da redazioni-fantasma e firmati da nomi credibili. La mostra di Der Kreiser, da questo punto di vista, è anche un memento: se questo è il presente, conviene almeno averne consapevolezza. E se la consapevolezza inizia da una firma rovesciata in un sito statico del CyberTirolo, ben venga la rovescia.

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Ennio Martignago