Riassunto
Avvertimento in apertura, così nessuno arriva in fondo deluso: niente di quello che segue risolve il problema. Alcune cose lo riducono, una lo aggira, due sono migliori di come ce le aspettavamo e una è peggiore. Abbiamo scritto questo episodio con una regola — nessuna sigla, nessun acronimo, nessuna parola che vada cercata altrove — perché dopo aver accusato tredici guide di scrivere per vendere, il minimo è che questa sia scritta per essere usata. Il primo gesto è quello che risolve il caso da cui è partito tutto: smettere di cercare parole e cominciare a fare domande. Non «58,30» ma la frase intera, come la si direbbe a un collega. Non un riassunto, che ci dice di cosa parlava una conversazione che già conosciamo, ma un’estrazione, che ci ridà il numero. E qui il capovolgimento che vale l’episodio: la funzione inutile è gratuita e ce l’hanno tutti, quella utile sta dietro un abbonamento. Con un prezzo ulteriore che non si paga in denaro — per ritrovare una cifra dentro la nostra corrispondenza dobbiamo autorizzare qualcuno a leggerla tutta, e la domanda non è se ci fidiamo, ma se abbiamo il diritto di decidere anche per chi ci ha scritto. Seguono la lista delle iscrizioni, che funziona e ha un limite che nessuno dichiara; l’indirizzo usa e getta, che non rende affatto anonimi come dimostra un atto giudiziario depositato quest’anno; e la constatazione che l’originale delle nostre conversazioni importanti non è nella posta ma nel portale di chi ce le manda. Poi le tre delusioni, compresa quella che riguarda una nostra previsione sbagliata, e il capitolo sulla posta certificata, dove niente di tutto questo va applicato perché il valore non sta nel messaggio ma nelle ricevute. Bilancio: una settimana spesa, nessun programma cambiato, la casella non guarita e tre miglioramenti modesti. Non è la rivoluzione promessa da nessuno dei tredici vincitori del capitolo precedente.
Terzo di quattro episodi. Ho smesso di leggere classifiche e ho cominciato a provare. Cinque gesti, tre delusioni e un prezzo che non si paga in denaro.
Avvertimento in apertura, così nessuno arriva in fondo deluso: niente di quello che segue risolve il problema. Alcune cose lo riducono, una lo aggira, due sono migliori di come me le aspettavo e una è peggiore. Chi cerca il programma che gli restituisce la casella di posta del 1998 può fermarsi qui e risparmiare dieci minuti.
Ho scritto questo episodio con una regola: nessuna sigla, nessun acronimo, nessuna parola che debba essere cercata altrove per essere capita. Nell’episodio precedente ho accusato tredici guide di scrivere per vendere; il minimo è che questa sia scritta per essere usata. Quindi si parla di gesti — cosa si apre, dove si preme, cosa succede dopo — e non di tecnologia.
Uno. Smettere di cercare parole e cominciare a fare domande
Torno al mio caso: la cifra sepolta in nove fotocopie della stessa conversazione. Ho passato una settimana a cercare uno strumento che la trovasse, e alla fine l’ho trovato dove non guardavo, cioè dentro la casella che già uso.
Da quest’anno il campo di ricerca di Gmail accetta domande invece che parole. Non «58,30», non «Youcanprint importo», ma la frase intera come la si direbbe a un collega: quanto mi ha detto che costa il secondo ordine. Il sistema legge tutta la corrispondenza, estrae il dato e ve lo mette in cima ai risultati, con il collegamento alla conversazione da cui l’ha preso, così potete verificare che non se lo sia inventato.
Questa è la cosa che nell’episodio primo dicevo di volere e che non trovavo: non un riassunto, un’estrazione. La differenza è tutta lì. Un riassunto vi dice di cosa parlava la conversazione, e voi lo sapete già. Un’estrazione vi ridà il numero. Su una catena di nove messaggi tutti identici tranne l’ultimo, un lettore automatico che legge tutto e cerca il dato specifico batte qualunque interfaccia più bella, perché il problema non era mai stato l’interfaccia.
E qui arriva il capovolgimento che vale l’intero episodio, perché è l’esatto rovescio di quello che il buon senso suggerisce. La funzione inutile — il riassunto della conversazione — è gratuita e ce l’hanno tutti. La funzione utile — la domanda che estrae il dato — è riservata a chi paga un abbonamento all’assistente di Google. Non è un caso e non è cattiveria: il riassunto costa poco da produrre e fa una gran figura in pubblicità; l’estrazione richiede di leggere davvero l’intero archivio, e costa. Ma il risultato per voi è che la cosa che vi serve sta dietro il pedaggio e quella che non vi serve ve la regalano insistendo.
Due. Il prezzo vero, che non è in denaro

Prima di correre a pagare, c’è la parte che nelle recensioni non trovate quasi mai, e che è il vero costo della faccenda.
Perché quella funzione si accenda, dovete autorizzare due impostazioni chiamate «funzionalità intelligenti». Autorizzarle significa dare a Google il permesso di elaborare il contenuto della vostra corrispondenza per fornirvi quei servizi. Non è una sorpresa e non è un raggiro: è scritto, va spuntato, e se non lo spuntate la funzione resta spenta.
È però esattamente lo scambio che questo dossier sta cercando di nominare da tre episodi. Per ritrovare una cifra dentro la mia corrispondenza devo autorizzare qualcuno a leggerla tutta. E dato che quella corrispondenza contiene contratti d’autore, bozze non pubblicate, corrispondenza con collaboratori e qualche conto in sospeso, la domanda non è se mi fidi dell’azienda — è se abbia il diritto di prendere quella decisione anche per conto di chi mi ha scritto senza sapere che la sua lettera sarebbe finita in pasto a un modello.
Non ho una risposta pulita. Ho una constatazione: ho acceso l’interruttore, ho ritrovato la cifra in quattro secondi, e la sensazione non era di sollievo.
Tre. La lista delle iscrizioni, che serve meno di quanto sembri
Il secondo gesto è quello che tutti raccomandano e che effettivamente funziona, con un limite che nessuno dichiara.
Nella colonna di sinistra di Gmail, dall’estate scorsa, c’è una voce che raccoglie tutte le iscrizioni a newsletter e comunicazioni commerciali. Non serve più aprire ogni messaggio e cercare il collegamento minuscolo in fondo: c’è l’elenco, ordinato per quanti messaggi ciascun mittente vi manda ogni tre mesi, con il suo logo accanto e un pulsante per uscire. Chi manda più di venti messaggi a trimestre sta in cima. Mezz’ora di lavoro, e la lista si accorcia in modo visibile.
L’ho fatto. Mi sono disiscritto da quarantatré cose. La casella è più leggera e il gesto è consigliabile a chiunque.
Il limite l’ho trovato formulato con onestà rara su un sito di settore, ed è questo: trovare cento newsletter non impedisce alla centounesima di arrivare. Il gesto agisce sull’accumulo, non sulla sorgente. La sorgente è che ogni registrazione a qualunque servizio genera un consenso, e i consensi non si esauriscono. Fra sei mesi la lista sarà tornata come prima, e lo sappiamo entrambi.
Va aggiunta una cosa che riguarda l’onestà del mestiere. Fra le iscrizioni che potreste voler tagliare ci sono anche le newsletter dei giornali che leggete, comprese quelle che vi arrivano da questa parte. Non è mio compito dissuadervi. È mio compito dirvi che il pulsante c’è.
Quattro. L’indirizzo usa e getta, e perché non è quello che credete
Il gesto che agisce sulla sorgente esiste ed è più semplice di quanto suoni. Consiste nel non dare mai il proprio indirizzo vero.
Al momento di iscriversi a qualcosa si genera un indirizzo finto, che esiste solo per quel sito. I messaggi arrivano lo stesso nella casella di sempre, perché quell’indirizzo li inoltra. Se il sito comincia a molestarvi, o rivende l’indirizzo a terzi, o subisce un furto di dati, voi spegnete quell’indirizzo e il rubinetto si chiude — solo quello, senza toccare il resto. Chi ha un iPhone ce l’ha già dentro le impostazioni, compreso nell’abbonamento di archiviazione da un euro al mese; chi non ce l’ha può usare quello di DuckDuckGo, gratuito, senza limite di indirizzi e con la rimozione automatica dei tracciatori invisibili che le newsletter usano per sapere se avete aperto.
Detto questo, va detto anche il resto, altrimenti sto vendendo pure io.
Questi indirizzi non vi rendono anonimi, e chi li presenta così vi sta mentendo per omissione. Sono maschere di comodo, non travestimenti. Il legame fra la maschera e voi resta registrato dall’azienda che ve l’ha data, e questo non è un sospetto: un atto giudiziario depositato negli Stati Uniti quest’anno mostra che Apple ha fornito alle autorità federali l’indirizzo reale associato a uno di quegli alias, in un caso in cui l’utente ne aveva generati più di centotrenta. Nello stesso periodo, un ricercatore ha segnalato una falla che permetteva di risalire all’indirizzo vero: segnalata a giugno dell’anno scorso, dichiarata risolta a marzo, ancora presente quando è stata riverificata.
Serve dunque a quello che serve: a non farsi rivendere il recapito da un negozio online. Non a nascondersi. La differenza è enorme e viene sistematicamente confusa nelle guide, perché «protegge la tua privacy» vende meglio di «riduce la posta commerciale».
Cinque. L’originale non è nella vostra posta
L’ultimo gesto è quello che mi è costato meno e mi ha fatto guadagnare di più, e non richiede né denaro né impostazioni.
Nell’episodio primo avevo notato che in fondo ai messaggi del servizio clienti c’è una riga che invita a rispondere sopra un certo punto, e in un’altra conversazione un numero identificativo. Sono le impronte di un sistema di gestione delle richieste: dall’altra parte non c’è una persona che vi scrive, c’è un archivio che a ogni scambio rispedisce l’intero verbale.
Quel verbale, nel loro sistema, è un oggetto solo. In ordine. Senza fotocopie. Quello che arriva a voi è una copia degradata di qualcosa che altrove esiste integro, e a cui quasi sempre potete accedere entrando nell’area riservata del fornitore.
Non è una soluzione al problema generale. È la constatazione che, per quella specifica classe di conversazioni — che nella mia casella è la maggioranza di quelle importanti — la posta elettronica non è l’archivio ma solo la notifica dell’archivio. Trattarla come tale fa risparmiare tempo e rabbia.
Le tre delusioni
Ora la parte che le guide non scrivono mai, cioè cosa ho provato e scartato.
La vista a conversazione, quella che elimina le citazioni e trasforma la catena in una chat, l’avevo indicata come promettente e mi sbagliavo. Nel mio caso la cifra che cercavo stava dentro il blocco citato: un programma che pulisce le ripetizioni avrebbe cancellato l’unica riga che mi serviva. Funziona con le conversazioni fra persone. Con i servizi clienti, che sono il grosso del problema, è controproducente.
La classificazione automatica in caselle intelligenti l’ho tenuta per mesi e l’ho lasciata perdere. Il motivo non è che sbagli tanto: è che quando sbaglia non ve lo dice. Un sistema che smista bene il novantacinque per cento delle volte vi lascia cercare il cinque per cento restante senza sapere dove, e senza sapere che esiste. Non ho trovato, in nessuna delle guide lette, un solo dato indipendente su quanto sbaglino questi sistemi. Non uno. Si misura la soddisfazione degli utenti, mai il numero di messaggi importanti finiti nel silenzio.
E infine gli assistenti a venti dollari al mese, quelli che rispondono al posto vostro. Dopo l’episodio secondo la mia disponibilità a pagarli si è ridotta parecchio, e non per il prezzo: perché non ho ancora capito, dopo tredici guide e una settimana di prove, che cosa facciano di diverso da quello che la casella che già uso fa senza chiedermi di migrare. Se qualcuno ha una risposta migliore della pubblicità, la ascolto volentieri e la pubblico.
La posta certificata, dove niente di tutto questo si applica

Un capitolo a parte, perché in Italia riguarda chiunque abbia partita IVA.
Nessuno dei gesti descritti va usato sulla casella certificata, e il motivo è preciso. Il valore di quella corrispondenza non sta nel messaggio ma nelle ricevute: quelle di accettazione e di avvenuta consegna sono la prova legale, e hanno valore solo se restano dove sono, integre e reperibili. Un sistema che le classifica come rumore perché somigliano a notifiche automatiche — e somigliano a notifiche automatiche, perché lo sono — non vi sta facendo risparmiare tempo: vi sta cancellando una prova.
Lo stesso vale per l’estrazione automatica: chiedere a un modello quale delle vostre consegne certificate meriti attenzione significa delegare a un sistema statistico una valutazione che, nel momento in cui serve, dovrà reggere davanti a qualcuno che non accetta risposte approssimative.
La casella certificata va tenuta separata, letta a mano, e archiviata altrove. È scomodo, costa tempo, e non c’è niente in commercio che lo renda meno scomodo senza rendervelo pericoloso. Fra le mie fotografie di questa settimana ce n’è una che riassume la faccenda meglio di qualsiasi ragionamento: un messaggio di posta ordinaria che mi avvisa che ho dei messaggi di posta certificata non letti.
Il bilancio, in tre righe

Ho speso una settimana, non ho cambiato programma, e la mia casella non è guarita.
Ho ottenuto tre cose. Ritrovo i dati facendo domande invece che cercando parole, al prezzo di aver autorizzato qualcuno a leggermi tutto. Ricevo meno posta commerciale, temporaneamente. E ho smesso di cercare dentro la posta le conversazioni che vivono altrove.
Non è la rivoluzione promessa da nessuno dei tredici vincitori del capitolo precedente. È quello che si ottiene applicando testardaggine a un problema che non ha una soluzione commerciale. La domanda che resta aperta — e che è la vera domanda del dossier — è se esista qualcuno che stia lavorando sulle fondamenta invece che sulla facciata. Ne parliamo nell’ultimo episodio, e lì il verdetto non sarà consolante.
La serie
I — Non trovo il codice d’ordine. La citazione come colpevole, la conversazione che si spacca in due, e perché il riassunto è lo strumento sbagliato.
II — Chi scrive le classifiche. Tredici guide, tredici vincitori, e in ciascuna il vincitore è chi ha scritto la guida.
III — Cosa funziona davvero. Cinque gesti, tre delusioni, e la funzione utile che sta dietro il pedaggio mentre quella inutile ve la regalano. (questo episodio)
IV — Chi sta cambiando le fondamenta. Le poche scommesse serie sull’infrastruttura, il verdetto onesto su cosa vale i miei soldi e cosa no, e perché “mandamelo su WhatsApp” non è una scelta razionale ma una resa.
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