I — Non trovo il codice d’ordine
Primo di quattro episodi. Un’inchiesta condotta sulla mia casella di posta, che è messa peggio della vostra.
Domenica 9 agosto, le tre e venticinque del pomeriggio. Ho appena aperto cinque programmi di posta uno dopo l’altro e ho fotografato ciascuno, non per scrivere una recensione ma per documentare una sconfitta. La mia.
Devo dirlo prima di qualsiasi altra cosa, perché il resto non si regge senza: non ce la faccio più a usare la posta elettronica. Non è una posa da editorialista che finge un disagio per avere l’incipit. È una condizione operativa. Ricevo di tutto, perdo quello che mi serve, e ogni volta che apro la casella per fare una cosa precisa ne esco quaranta minuti dopo senza averla fatta, con la pressione alta e la sensazione di avere subìto un torto di cui non riesco a identificare l’autore.
Questo dossier nasce da lì. Non è la recensione di un programma. È il tentativo di capire chi mi ha portato via la posta, visto che non se n’è andata da sola.

Cinquantotto euro e trenta
Comincio dal caso concreto, quello che questa settimana mi ha fatto perdere la pazienza in modo che definirei clinico.
Ho una discussione aperta con il servizio clienti del mio stampatore. Riguarda un ordine di due volumi che nel loro sistema compare su due righe, cosa che mi aveva fatto temere un doppio pagamento. La risposta esiste, è chiara, ed è una cifra: cinquantotto euro e trenta. Devo trovarla per rispondere.
Apro la catena. Nove messaggi. Scorro. Trovo il blocco con la cifra, dentro un riquadro colorato — il colore con cui il mio programma segnala il testo citato, cioè ricopiato da un messaggio precedente. Sotto, la mia firma. Sotto ancora, il pulsante “Vedi di più”, perché quello che sto guardando non è nemmeno il messaggio intero.

Torno indietro nella lista e mi accorgo della cosa peggiore. Le catene sono due. Una si chiama “INVIO FILE CORRETTI”, l’altra “INVIO FILE CORRE” — troncata, ma è un altro contenitore, con un’altra icona, un’altra data. Nove messaggi ciascuna. Diciotto messaggi che sono la stessa conversazione, spaccata in due, e io non so quale dei due tronconi contenga la versione più recente della risposta che sto cercando.
Ecco: questo è il momento in cui una persona normale smette di cercare e scrive “scusi, mi può ripetere la cifra?”. Il che genera un altro messaggio, che verrà ricopiato in tutti i successivi, e la catena diventerà di dieci.
Il colpevole ha un nome, e nessuno lo dice mai
Il motivo per cui non trovate il codice d’ordine non è la vostra disorganizzazione. È una convenzione tecnica vecchia di quarant’anni che nessuno ha mai messo in discussione: la citazione.
Quando rispondete a un messaggio, il vostro programma allega in coda una copia integrale di quello a cui state rispondendo. Il quale conteneva già una copia di quello precedente. Il quale conteneva già una copia di quello prima ancora. In una catena di nove scambi, il primo messaggio non è presente una volta: è fisicamente presente nove volte, in nove file diversi, dentro la vostra casella.
Provate a immaginare cosa succede quando cercate. Digitate la cifra e il programma vi restituisce nove risultati identici. Nessuno di essi è marcato come “quello vero”. L’unico che conta — l’ultimo, quello a cui dovete effettivamente rispondere — è indistinguibile dalle otto fotocopie che lo precedono. Il vostro archivio non è disordinato: è ridondante, e la ridondanza rende inutile lo strumento che dovrebbe salvarvi, cioè la ricerca.

I programmi moderni nascondono le citazioni dietro tre puntini, e questo dà l’impressione che il problema sia risolto. Non lo è. È solo diventato invisibile. Nei dati la duplicazione c’è tutta, e la ricerca lavora sui dati, non su quello che vi mostrano.
Qui va segnalata una beffa che mi riguarda direttamente, perché avevo cominciato questa ricerca convinto del contrario. Esistono programmi che eliminano le citazioni e trasformano la catena in una chiacchierata a fumetti, come una chat. Sembrava la soluzione. Non lo è: nel mio caso la cifra che cercavo stava proprio dentro il blocco citato. Un programma che “pulisce” avrebbe cancellato l’unica riga che mi serviva. Quando dall’altra parte c’è un servizio clienti, il valore sta quasi sempre nella parte ripetuta, non in quella nuova.
E il riassunto non vi salva
L’obiezione ovvia, oggi, è che l’intelligenza artificiale risolve tutto: chiedo un riassunto della catena e me la cavo. Da giugno questa funzione è gratuita per tutti gli account, in italiano, su qualsiasi telefono.
L’ho provata. Non serve.
Un riassunto mi dice di cosa si parla. Io non ho bisogno di sapere di cosa si parla: lo so, sono io che parlo. Ho bisogno del numero. Della data. Della domanda esatta che mi è stata rivolta e a cui devo rispondere, con le parole con cui mi è stata rivolta. Un riassunto è per definizione la rimozione del dettaglio, e il dettaglio è tutto ciò che mi manca.
Questa distinzione — riassumere non è estrarre — è la lama con cui taglieremo, nel terzo episodio, l’intero mercato dei programmi a pagamento. Quasi tutti vendono la prima cosa e la chiamano con il nome della seconda.
Dall’altra parte non c’è nessuno
C’è poi un dettaglio che ho guardato per anni senza vederlo, e che cambia la natura del problema. In fondo a ogni messaggio del servizio clienti c’è scritto, in caratteri piccoli, che la risposta va digitata sopra una certa riga.
Quella riga è un marcatore. Significa che dall’altra parte non c’è una persona che scrive: c’è un sistema di gestione delle richieste, che riceve i miei messaggi, li deposita in una scheda, e a ogni giro rispedisce l’intera scheda per posta elettronica. La catena è chilometrica non perché io e la mia interlocutrice abbiamo parlato molto, ma perché una macchina ricopia il verbale a ogni battuta.

Ho controllato le altre conversazioni importanti della settimana. Stessa cosa: in fondo a un’altra c’è un numero identificativo di conversazione, di un secondo sistema, di un’altra azienda.
Da qui discende l’unica cosa pratica che ho imparato in tutta questa faccenda, e non è un programma: quando dall’altra parte c’è un sistema di richieste, il documento intatto non è nella vostra posta. È nel loro portale. Lì la conversazione è un oggetto solo, in ordine, senza fotocopie. Quello che voi ricevete è una copia degradata di qualcosa che esiste integro altrove, e che nessuno vi ha mai detto di andare a cercare lì. Non è una soluzione — è sapere dove sta l’originale, che in un’inchiesta è già qualcosa.
Nessun essere umano in nessuna delle due schede

A questo punto ho fatto la cosa che avrei dovuto fare all’inizio: ho guardato non la singola conversazione, ma l’insieme.
Sul mio vecchio indirizzo, quello di riserva, il programma divide la posta in arrivo in due schede, “Principale” e “Altro”. Nella scheda Principale, quella importante, ci sono soltanto avvisi di sicurezza di Google: lo stesso oggetto, ripetuto sette volte, in tre settimane. Nella scheda Altro ci sono soltanto notifiche di un social network: cinque in una settimana, ciascuna che mi informa di storie che scadranno entro ventiquattr’ore.
Non c’è un essere umano. Non in una delle due schede: in nessuna delle due. Il sistema di classificazione non ha sbagliato niente. Ha diviso correttamente il nulla in due nulla di natura diversa.
Su un altro programma, quello che tiene i conteggi, i numeri sono questi: ottocentonovantanove notifiche, duemilacentosedici newsletter. Non messaggi arretrati: elementi archiviati in due categorie che il programma ha creato perché non sapeva dove altro metterli.
E qui devo fermarmi, perché arriva il pezzo che mi riguarda.
Il mittente sono anch’io

Sotto la voce “Notifiche”, con il contatore più alto di tutti, c’è scritto: Il Franti Magazine — Aggiornamento, 75.
Settantacinque. Nel mio elenco dei messaggi da leggere c’è il Franti Weekly n.028. Fra i messaggi che ho fissato in cima perché non li perdessi c’è lo Special agosto.
Sono io. Sono uno dei mittenti dell’inondazione che sto denunciando. Ogni settimana produco una newsletter, un supplemento domenicale, un indice delle nuove uscite, e li spedisco per posta elettronica a persone che con ogni probabilità li vedono comparire esattamente come io vedo comparire quelli degli altri: in una lista che scorre, sotto Klarna e sopra il rinnovo del dominio.
Se questo dossier fosse la lagna di un signore infastidito dalla pubblicità, ometterei questo dato. Ma un’inchiesta che assolve chi la scrive non è un’inchiesta, è un comunicato. E siccome qui la regola è non fidarsi né dell’establishment né di chi lo critica, applico la regola a me.
Il fatto è che ciascuno di quei settantacinque invii, presi uno per uno, ha una sua ragione. Come ce l’ha la notifica di sicurezza di Google, che tecnicamente mi sta proteggendo. Come ce l’ha l’avviso del social network, che tecnicamente mi informa. Nessuno di questi messaggi è spazzatura nel senso in cui lo era lo spam di vent’anni fa. Sono tutti legittimi, tutti richiesti, tutti in regola con il consenso. Ed è per questo che nessun filtro li fermerà mai: il problema non è che arrivi della roba illegittima, è che è arrivata troppa roba legittima. Non c’è nemico da bloccare. C’è solo una somma.

E naturalmente, la posta che avvisa della posta
L’immagine finale me l’ha regalata, senza volerlo, un fornitore italiano di posta certificata. Fra i messaggi fissati in cima alla mia casella, accanto a una PEC del 25 luglio, c’è una comunicazione il cui oggetto è: Messaggi PEC non letti.
Una posta elettronica che mi notifica di avere della posta elettronica non letta. In un’altra casella. Alla quale, per accedere, mi verrà chiesto prossimamente di dimostrare con un documento digitale di essere io.
Non aggiungo niente. Sarebbe un torto al reperto.
Non è un funerale
Arrivato a questo punto avevo pronta la conclusione facile: la posta elettronica è morta, scriviamone l’orazione funebre. È la narrazione di moda dal 2010, viene ripetuta ogni diciotto mesi, e ogni volta è falsa.
È falsa anche adesso, e le mie schermate lo dimostrano meglio di qualsiasi statistica. La posta elettronica gode di ottima salute. Funziona benissimo. Consegna in due secondi, non si perde, attraversa il pianeta gratis. Semplicemente non la usano più le persone: la usano i software per avvisarsi fra loro. Il sistema di richieste che mi ricopia il verbale, il social network che mi segnala le storie, Google che mi comunica un accesso, il gestore che mi avvisa della posta certificata. La posta è diventata il sistema nervoso di tutto il resto del software esistente, e la corrispondenza fra esseri umani sopravvive dentro quel sistema nervoso come un inquilino rimasto in una stanza dell’appartamento in cui viveva.

Non è un cadavere. È una casa occupata. E la differenza conta, perché un epitaffio consola e assolve, mentre un’occupazione implica che qualcuno ci abiti — e dunque che si possa chiedere chi, quando è entrato, e con il permesso di chi.
Nei prossimi tre episodi lo chiederemo. Con un avvertimento preventivo: non finisce con un consiglio d’acquisto.
Intanto, una misura. Per arrivare in fondo alla lista dei messaggi della settimana, sul mio telefono, servono trentasei secondi di scorrimento continuo. Nessuno di quei messaggi è spazzatura. Nessuno di essi mi serve. E la cifra che cercavo — cinquantotto euro e trenta — l’ho trovata solo perché per scrivere questo articolo ho dovuto fotografare lo schermo.
La serie
I — Non trovo il codice d’ordine. La citazione come colpevole, la conversazione che si spacca in due, e perché il riassunto è lo strumento sbagliato. (questo episodio)
II — Chi scrive le classifiche. Ho letto una dozzina di guide su quale sia il miglior programma di posta del 2026. Erano tutte scritte da un concorrente di quelli recensiti. La mappa vera dei prezzi, e come si legge una comparazione sapendo chi la firma.
III — Cosa funziona davvero. L’episodio operativo, scritto per chi non è un tecnico e non ha voglia di diventarlo: cosa si può fare stasera, cosa costa, cosa non fa quello che promette. Comprese le controindicazioni, e comprese quelle che riguardano la posta certificata.
IV — Chi sta cambiando le fondamenta. Le poche scommesse serie sull’infrastruttura, il verdetto onesto su cosa vale i miei soldi e cosa no, e perché “mandamelo su WhatsApp” non è una scelta razionale ma una resa.
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