Diario dell’Opera al Nero — e oltre
Cronaca di un apprendistato nel fuoco generativo, o di come ho imparato a bruciare con sufficiente cura
di Ennio Martignago
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Settimana quarta — La mortificatio, o del prezzo che bisogna pagare

In cui l’operatore impara a rinunciare, e scopre che la rinuncia è la forma più alta dell’investimento
Avevo materiale. Molto materiale. Troppo materiale.
Tre settimane di dissoluzione, fermentazione, espansione mi avevano lasciato con un archivio di idee, connessioni, frammenti, digressioni — una selva oscura di potenzialità non realizzate. E di fronte a quella selva, per la prima volta, ho sentito il vero costo del processo.
Bisognava tagliare. Non editare — tagliare. La differenza è la stessa che esiste tra potare una pianta e abbattere un albero: l’editing lavora sui dettagli, la sottrazione lavora sulla struttura. Bisognava decidere cosa non sarebbe esistito, e accettare che quella decisione era irreversibile.
Ogni tradizione iniziatica lo sa: non c’è ascesa senza sacrificio, non c’è purificazione senza perdita. La parola stessa — sacrificio — viene da sacrum facere, rendere sacro. E rendere sacro significa sottrarre all’uso comune, consegnare al fuoco ciò che il fuoco richiede.
Rinunciare a un frammento elaborato è più difficile di quanto sembri. Ogni pezzo porta con sé un investimento di presenza, di tempo, di attenzione. Rinunciarci sembra una svalutazione retroattiva di quell’investimento. L’ego dell’operatore — quello che i testi ermetici chiamano il Drago o il Leone Rosso non ancora domato — si ribella davanti alla fornace che gli chiede di consegnare ciò che credeva suo.
Ho tenuto tutto per quasi una settimana. Ho riordinato, riorganizzato, cercato di dare una struttura a un materiale che non ne voleva una. Ho provato a far coesistere idee che si contraddicevano. Ho tentato la sintesi prematura — il tentativo di far stare tutto in un contenitore che era troppo piccolo non perché il contenitore fosse difettoso, ma perché il materiale era troppo.

Il risultato era un testo gonfio, confuso, che cercava di dire tutto e non diceva niente. Un athanor traboccante che non poteva più riscaldare nulla perché era pieno di materiale non lavorato, di promesse non mantenute al fuoco.
Poi ho capito — non con la mente ma con una specie di stanchezza lucida — che quell’investimento aveva già dato ciò che poteva dare. I materiali tagliati non sarebbero spariti: avevano già modificato ciò che sarebbe rimasto, anche se invisibilmente. Erano lì, nell’ossatura del testo finale, come la pianta bruciata è nel sale.

Il Liber Secretorum lo dice altrimenti: «Ciò che la mano destra del filosofo getta nel fuoco, la mano sinistra lo ritrova nel sale».
Ma bisogna avere il coraggio di gettare.
Un’idea forte in mezzo a cento idee mediocri è invisibile — come una stella in pieno giorno. La stessa idea da sola, nel buio che la sottrazione ha creato, riempie lo spazio e diventa inconfondibile. L’alchimista non aggiunge luce: toglie tutto ciò che non è luce.

Quarto appunto a margine: il rischio più insidioso non è la paura di tagliare — è la scusa del “potrebbe sempre servire”. L’accumulo seriale, il potenziale non realizzato che pesa quanto il potenziale realizzato. Come chi fa un buon investimento e non riesce a vendere perché potrebbe sempre aumentare — e finisce per perdere tutto. Ho imparato a chiedere a ogni frammento: sei qui perché devi esserci, o sei qui perché non ho il coraggio di lasciarti andare?
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