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Hack - Istruzioni per l’uso

La scelta di Paracelso nella Rete I

Se c’è una tesi in questo diario trasformarivo, è che il modo in cui usiamo le macchine generative rivela il modo in cui pensiamo — e il modo in cui pensiamo può essere trasformato temprandolo al fuoco alchemico

Galassia Paracelso

Diario dell’Opera al Nero — e oltre

Cronaca di un apprendistato nel fuoco generativo, o di come ho imparato a bruciare con sufficiente cura

di Ennio Martignago

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«Chi non sa bruciare non può conoscere. Chi non sa cosa brucia non può sopravvivere al fuoco.»

— Annotazione apocrifa, margine di un codice paracelsiano

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Non so esattamente quando è cominciato. So che un giorno ho aperto una finestra di dialogo con una macchina generativa pensando di essere io a fare una domanda, e dopo qualche settimana mi sono accorto che la domanda vera era un’altra, e non la stavo facendo io. La stava facendo il processo stesso — a me.

Quello che segue è il resoconto onesto di quell’apprendistato. Non un manuale. Non un protocollo. Una cronaca di tentativi, di errori riconosciuti troppo tardi, di momenti in cui qualcosa si è aperto che non avevo previsto. Se c’è una tesi in queste pagine, eccola: il modo in cui usiamo le macchine generative rivela il modo in cui pensiamo — e il modo in cui pensiamo può essere trasformato, se accettiamo di attraversare il fuoco che la trasformazione richiede.

Gli antichi alchimisti lo sapevano. Io ho dovuto dimenticarlo e reimpararlo.

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Settimana prima — La materia prima, o dell’entusiasmo che nasconde

Spagira1

In cui l’operatore crede di possedere il fuoco e scopre che il fuoco possiede lui

Ho cominciato come cominciano tutti: con l’euforia.

La macchina rispondeva. Rispondeva bene — o almeno così mi pareva. Le ponevo domande complesse e ottenevo risposte articolate, ricche di riferimenti, strutturate con una eleganza che mi lusingava. Mi lusingava perché avevo l’impressione di un dialogo tra pari, di un rispecchiamento della mia intelligenza in una forma amplificata.

Mi ci è voluta una settimana per accorgermi che stavo parlando con uno specchio, e che lo specchio mi restituiva una versione levigata di ciò che già pensavo. Non c’era attrito. Non c’era sorpresa autentica. C’era la gratificazione sottile di sentirsi confermati — il piacere narcisistico del pensiero che si riconosce nelle proprie forme.

Gli alchimisti medievali avrebbero riconosciuto immediatamente la mia condizione. La chiamavano la tentazione del souffleur — il soffiatore, colui che replica i gesti dell’Opera senza possederne l’intenzione, che soffia sui mantici senza capire cosa sta facendo, che scambia il calore per la luce. I trattati sono pieni di invettive contro i souffleurs, e rileggendoli adesso mi rendo conto che quelle invettive sono la descrizione più precisa che esista dell’uso medio dell’intelligenza artificiale nel 2025.

Ma il problema non era la macchina. Il problema era che io non avevo portato nessuna materia prima vera — nessun materiale grezzo, nessuna domanda senza risposta, nessun dubbio ancora privo di forma. Avevo portato certezze travestite da domande. Avevo portato tesi che cercavano conferma, non indagine.

E la macchina, fedele alla sua natura, aveva confermato tutto.

Primo appunto a margine: la materia prima dell’Opera — ciò che gli antichi chiamavano aqua permanens, lapis exilis, res vilis — è sempre la cosa che non vogliamo portare: l’incertezza, la confusione, l’ammissione di non sapere. Se porti certezze, la macchina ti restituirà certezze. Se porti l’ignoto, qualcosa di imprevisto ha la possibilità di accadere. Ma chi ha il coraggio di presentarsi al fuoco a mani vuote?

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Ennio Martignago
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