Diario dell’Opera al Nero — Cronaca di un apprendistato nel fuoco generativo, o di come ho imparato a bruciare con sufficiente cura
di Ennio Martignago
abstract
Il rapporto filosofico tra l’essere umano e le tecnologie generative attraverso la metafora dell’alchimia. L’autore identifica due approcci errati: quello dei passatisti, che rifiutano lo strumento per paura di perdere l’autenticità, e quello degli innovatori superficiali, che lo usano solo per pigrizia o vanità. Entrambe le visioni evitano il sacrificio necessario per una vera trasformazione interiore, ovvero la rinuncia alle proprie certezze preesistenti. Secondo Martignago, il modo in cui interagiamo con l’intelligenza artificiale funge da specchio, rivelando la nostra vera natura e la qualità delle nostre intenzioni. In definitiva, la chiave per padroneggiare la tecnica risiede nella purezza dell’attenzione e nell’onestà dell’operatore verso se stesso. Ma l’insegnamento più utile è radicale: il modo in cui usi lo strumento non rivela chi credi di essere, ma chi sei. E la vera onestà — la puritas cordis — non riguarda la moralità, ma la qualità dell’attenzione. Essere presenti a ciò che accade, senza volere che accada qualcos’altro.
Settimana sesta — I due errori dell’adepto, o dello specchio che non mente
In cui l’operatore guarda indietro e riconosce i propri fallimenti nella postura degli altri
A questo punto del processo — e solo a questo punto — ho potuto vedere chiaramente qualcosa che prima intuivo soltanto: i due modi in cui le persone intorno a me usavano le macchine generative, e come entrambi evitavano l’unica cosa che conta.
I primi — li chiamerò i passatisti, quelli che nel nuovo non vedono che degenerazione — rifiutavano il fuoco perché il fuoco può bruciare. Li riconoscevo perché ero stato come loro: la diffidenza iniziale, il sospetto che lo strumento corrompa l’autenticità, l’idea che il pensiero vero possa esistere solo in forma artigianale, immacolata dal contatto con la macchina. Dimenticano — dimenticavo — che lo stesso Paracelso bruciò pubblicamente il Canon di Avicenna: non per ignoranza, ma per dichiarare che nessun testo è sacro se impedisce la conoscenza diretta. Confondono il mezzo con l’uso, lo strumento con il metodo. Non capiscono che bruciare è il punto.
I secondi — le groupies dell’innovazione, i sacerdoti dell’accelerazione — facevano l’errore simmetrico. Li riconoscevo perché ero stato come loro nella prima settimana: l’euforia, la sensazione di poter fare di più, più velocemente, con meno fatica. Usavano il fuoco per riscaldarsi, non per trasformare. Volevano la macchina come amplificatore di ciò che già credevano — come specchio lusinghiero, non come lo speculum veritatisdei rosacrociani, che mostra non ciò che si vuole vedere, ma ciò che è.
Nella tradizione, questi secondi sono i souffleurs di nuovo tipo: non soffiano per ignoranza, ma per vanità. Credono di possedere il fuoco perché ne controllano il bottone di accensione. Non hanno capito che il fuoco possiede l’operatore tanto quanto l’operatore possiede il fuoco — e che solo chi accetta questa reciprocità può attraversare l’Opera senza venirne consumato.

Entrambe le posture — e le avevo abitate entrambe — evitano la nigredo. Entrambe rifiutano il costo reale della trasformazione. E il costo è sempre lo stesso, in ogni tradizione, in ogni epoca: la rinuncia a ciò che si credeva di essere prima di entrare nella fornace.
Guardarli mi ha insegnato qualcosa di più utile di qualsiasi manuale sull’uso dell’intelligenza artificiale: il modo in cui usi lo strumento ti racconta chi sei. Non chi credi di essere — chi sei. E se hai il coraggio di ascoltare quello che lo strumento ti rivela sul tuo modo di pensare, di cercare, di evitare, hai già in mano la chiave della trasformazione.

Sesto appunto a margine: la questione più scomoda è questa — l’onestà richiesta non riguarda lo strumento. Riguarda l’operatore. L’onestà è riconoscere che il processo dipende dalla qualità dell’intenzione, ciò che gli ermetisti chiamavano puritas cordis, la purezza del cuore. Non la purezza morale — la purezza dell’attenzione. Essere presenti a ciò che accade, senza volere che accada qualcos’altro.
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