Mille paure di morire – EPISODIO 1. Anatomia di un’epoca che ha timore di troppe minacce
Dossier in quattro episodi — Il Franti
abstract
Un’istituzione che può solo promuovere le sostanze verso la colpevolezza, mai assolverle. Una classificazione che mette sullo stesso piano il plutonio e il salame. E un sistema mediatico incapace di gestire la differenza tra «questa cosa può fare il cancro in linea teorica» e «questa cosa ti farà venire il cancro se ne mangi ogni giorno». Il primo episodio del dossier «Mille modi di morire».
Come il cancro è diventato uno spauracchio culturale prima che clinico
Ancor prima di essere una malattia terribile e fortunatamente meno fatale di un tempo che il più delle volte può comportare terapie che non di rado sono vissute in modo più pesante della patologia stessa, nell’immaginario delle persone la parola cancro è un “meme”, un virus del pensiero sociale che ha una sua consistenza, una presenza quasi quotidiana fissa nella nostra vita. Chi di noi al primo sintomo un po’ insistente o fuori dal comune non si è domandato con una certa inquietudine: “Non avrò mica un cancro?”
C’è una statistica che merita di aprire questo dossier, non perché sia la più importante ma perché è la più rivelatrice. Dal 1971 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro — IARC, braccio dell’OMS con sede a Lione — ha valutato oltre millequaranta sostanze, agenti, professioni e circostanze di vita per stabilire se possano causare il cancro. In più di cinquant’anni di lavoro sistematico, con centinaia di esperti, migliaia di studi analizzati e una metodologia costruita con ogni cura epistemologica possibile, questa istituzione ha assolto con formula piena esattamente una sostanza: il caprolattame, precursore del Nylon 6. E poi l’ha reclassificata. Il Gruppo 4 — quello per le sostanze «probabilmente non cancerogene» — è stato abolito nel 2019, perché è epistemologicamente impossibile dimostrare un negativo universale. La IARC, in altri termini, è un sistema che può solo promuovere le sostanze verso gradi crescenti di colpevolezza. Non può assolvere nessuno, in linea di principio. Questo è tecnicamente onesto. Ed è comunicativamente catastrofico.

Il risultato pratico è una mappa del terrore in cui convivono, nella stessa classe di certezza (Gruppo 1, cancerogeni certi per l’uomo), il plutonio e le bevande alcoliche, l’amianto e il mestiere di pittore, le radiazioni ionizzanti da bombe nucleari e il pesce salato alla maniera cinese. Centotrenta sostanze, più o meno — il numero oscilla a seconda dell’edizione dei monografi che si consulta — tutte ugualmente «certe» nella loro capacità di produrre cancro. Non ugualmente pericolose, si badi bene. Ugualmente certe. La distinzione tra «pericolo» (hazard) e «rischio» (risk) è il peccato originale della comunicazione sanitaria moderna, e chiunque abbia provato a spiegarla a un parente durante un pranzo di famiglia sa con quanta velocità si trasformi in un dibattito sulla disonestà dei media o sulla corruzione dell’OMS.
La differenza è semplice nella teoria. Il «pericolo» misura la solidità dell’evidenza scientifica che una sostanza sia capace, in linea di principio, di danneggiare il DNA e favorire la comparsa di tumori. Il «rischio» misura la probabilità concreta che questo avvenga data una certa esposizione, per una certa durata, attraverso una certa via di contatto. In Gruppo 1 finiscono sia il tabacco sia la carne lavorata. Ma il fumo aumenta il rischio di tumore polmonare di quindici-trenta volte rispetto a un non fumatore. Cinquanta grammi al giorno di salame aumentano il rischio di tumore del colon-retto del diciotto per cento relativo, il che si traduce in un incremento assoluto di probabilità dalla soglia del cinque al sei per cento nell’arco di una vita. Stessa etichetta, magnitudini incommensurabili. Eppure i titoli di giornale del 2015, quando la carne lavorata fu inserita in Gruppo 1, gridavano all’equivalenza. «Mangiare il bacon è come fumare» è un’affermazione che è tecnicamente falsa nel senso che conta, quella del danno reale, ed è tecnicamente non-contraddittoria con la classificazione IARC nel senso che non conta, quello della certezza dell’evidenza. Nessuno spiegò la differenza. Nessuno aveva interesse a farlo: né l’industria delle carni, che avrebbe preferito la smentita totale, né l’industria della paura alimentare, che preferiva l’allarme totale, né i media, che preferivano il titolo.
Il caso aspartame del luglio 2023 è ancora più istruttivo, perché mostra la stessa architettura del paradosso portata a un grado superiore di assurdità istituzionale. La IARC classifica il dolcificante nel Gruppo 2B — «possibilmente cancerogeno» — sulla base di tre studi osservazionali su bevande dietetiche e carcinoma epatocellulare, che gli stessi autori della classificazione definiscono evidenza «limitata». Lo stesso giorno, il Comitato congiunto FAO-OMS sugli additivi alimentari (JECFA) conferma la dose giornaliera accettabile a quaranta milligrammi per chilogrammo di peso corporeo, aggiungendo che per raggiungere quella soglia un adulto di settanta chili dovrebbe bere tra le nove e le quattordici lattine di bibita light al giorno. La FDA americana respinge la classificazione IARC. L’OMS ha quindi due voci ufficiali che dicono contemporaneamente due cose diverse, ciascuna tecnicamente corretta nel proprio dominio epistemologico, e nessun meccanismo istituzionale per tradurle in un messaggio coerente per chi sta leggendo l’etichetta di una Coca Zero al supermercato.

Bisogna qui resistere alla tentazione del complottismo, che è la risposta più pigra e politicamente più comoda. Non è che l’OMS mente, o che la IARC sia comprata dall’industria anti-zucchero, o che il JECFA protegga la Coca-Cola. La situazione è più interessante e più scomoda di così: due istituzioni rispettabili, con metodologie diverse, rispondono a domande diverse — la IARC risponde «questa sostanza è capace di causare il cancro in condizioni di esposizione sufficienti?», il JECFA risponde «questa sostanza è sicura alle dosi in cui la popolazione la consuma normalmente?» — e le risposte divergenti sono entrambe corrette. Il problema è che la comunicazione pubblica non ha gli strumenti per gestire questa complessità. E il pubblico, che parla una terza lingua, traduce entrambe come meglio può, il che nella maggioranza dei casi significa come peggio non si potrebbe.
Ulrich Beck lo aveva anticipato nel 1986 in quello che rimane uno dei libri di sociologia più visionari del Novecento: nella «società del rischio» il rischio smette di essere un evento catastrofico esterno e diventa una produzione interna della modernità stessa. Più misuriamo, più classifichiamo. Più classifichiamo, più allarmiamo. Il rischio esiste nel momento in cui viene nominato. La lista IARC, passata da zero a millequaranta sostanze in cinquant’anni, con un’accelerazione costante, è la materializzazione di questa dinamica: non descrive un mondo diventato più pericoloso, descrive una scienza diventata più capace di misurare e quindi di produrre, nel senso performativo del termine, nuove categorie di pericolo.
Fin qui tutto abbastanza chiaro. Il punto dove il discorso smette di essere lineare è quello in cui bisogna riconoscere che questa critica al sistema di classificazione IARC e alla sua comunicazione catastrofica è stata usata, sistematicamente e in malafede, da industrie che avevano interesse a ritardare la regolamentazione di sostanze genuinamente pericolose. Quando si dice che «fare confusione tra hazard e risk crea allarmismo ingiustificato», si dice una cosa vera. Ma quando questa stessa frase viene pronunciata dai consulenti dell’industria del tabacco, dell’amianto, o dei PFAS — le «forever chemicals» che 3M sapeva essere tossiche già negli anni Cinquanta e che hanno raggiunto la classificazione di Gruppo 1 solo nel 2023 — quella stessa frase vera diventa uno strumento di ritardo regolatorio che ha causato, letteralmente, decine di migliaia di morti. Entrambe le cose sono vere. Tenere entrambe in testa contemporaneamente, senza risolverle né in «la IARC ha sempre ragione» né in «la IARC è corrotta», è il minimo indispensabile per capire qualcosa di questo campo.
Il cancro, dunque, non è solo una patologia. È diventato un meme nel senso tecnico che Richard Dawkins ha dato al termine nel 1976: un’unità di informazione che si replica, muta e diffonde attraverso la cultura con una logica propria, indipendente dalla sua verità o dalla sua utilità. Come tutti i meme di successo, funziona perché si aggancia a strutture psicologiche profonde — la paura della morte lenta, la perdita di controllo del proprio corpo, l’invisibilità della causa — e perché produce comportamenti osservabili: acquisto di integratori, adozione di diete restrittive, campagne di screening, finanziamenti alla ricerca, titoli di giornale, dibattiti sui social, e una complessiva redistribuzione dell’attenzione collettiva che avvantaggia certi attori economici e ne penalizza altri. La domanda che questo dossier si propone di esplorare — non di rispondere, perché una risposta pulita non esiste — è: chi avvantaggia, e a scapito di cosa? La risposta non è semplice come vorrebbe chi ha già un colpevole in mente.
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