Master di Ballantrae è una serie dedicata alle parti che nascondiamo nella nostra carne. Il doppio misterioso, il Convitato di Pietra che — prima ancora che nel Don Giovanni — è parte di te. Uno specchio rotto in minuscoli frammenti: questa serie è lo storyboard di quel puzzle.
Conosci quel tipo ne L’amico americano di Wim Wenders?
Dennis Hopper. Cappello da cowboy, aria di chi ha visto troppe cose e non ha ancora deciso se questo lo rende saggio o semplicemente stanco. Gira per Amburgo con una Polaroid in mano — quella macchina magica e un po’ ridicola che i fotografi professionisti usavano per i provini, per verificare la luce prima dello scatto serio. Lui invece la usa per sé. Scatta ovunque: nei bar, per strada, sul bordo di un tavolo da biliardo. Poi sparge le foto tutte intorno come se stesse costruendo una mappa. Non una mappa di luoghi — una mappa di istanti. Di momenti in cui era lì, presente, vivo, anche quando non sapeva bene perché o per cosa.
Non stava cercando il bello. Stava seminando prove della propria esistenza attuale.
Quelle Polaroid erano già allora, nel 1977, dei selfie. Probabilmente il selfie più onesto che la storia del cinema abbia mai mostrato — e lo era perché non aveva filtri, non aveva secondi fini, non aveva l’ansia del risultato.
Aveva solo la domanda: “Chi è me stesso in questo preciso istante?”
Non tanto “chi voglio sembrare”. Non chi ricordo di essere stato. Chi sono adesso, qui, con questa luce, con questa stanchezza, con questa espressione che non ho ancora controllato allo specchio.
Qualche anno prima che Wenders girasse quel film, Leonardo Sciascia stava raccogliendo qualcosa di simile — ma in forma di mostra. Ignoto a me stesso, 1987, Torino. Una collezione di ritratti fotografici di scrittori, artisti, intellettuali del Novecento — ma non i ritratti ufficiali, non quelli in posa da quarta di copertina. Quelli rubati, colti di traverso, scattati in momenti in cui il soggetto non stava performando sé stesso.
Quegli scatti in cui il viso dice qualcosa che l’opera non dice, o che l’opera dice solo di nascosto, tra le righe. Sciascia scelse il titolo con una precisione chirurgica: ignoto a me stesso. Non ignoto agli altri — ignoto a me. Il fotografo ha catturato qualcosa che il soggetto non sapeva di avere in faccia.
Wim Wenders lo sapeva nel 1977: il selfie onesto non cerca il bello, semina prove dell’esistenza attuale. Sciascia lo sapeva nel 1987: i ritratti più veri sono quelli rubati, quelli in cui il soggetto non si è ancora difeso. Oggi la società digitale ci vende l’opposto — un volto medio, convergente, approvato. Questo articolo apre una serie sul selfie come pratica di conoscenza: non il volto che hai deciso di avere, ma quello che hai e che non sai di avere.

L’estraneo ignorato e il Convitato di Pietra
Ecco il punto. Ecco la cosa che i selfie di oggi hanno completamente tradito.
Il ritratto — quello vero, quello che vale qualcosa — non è la conferma di come ti sei sempre visto. È lo schiaffo gentile di uno sguardo esterno che ti mostra quello che non riesci a vedere da dentro. E il selfie, paradossalmente, potrebbe fare la stessa cosa: potresti usare la fotocamera frontale per sorprenderti, per coglierti in fallo, per trovare sul tuo viso qualcosa che non avevi messo in agenda. Ma solo se smetti di controllare la scena prima che lo scatto avvenga.
Invece guarda cosa è diventato.
Apri Instagram e scorri per trenta secondi. Conti i volti. Nasi identici, labbra gonfiate secondo lo stesso schema, zigomi che sembrano usciti dallo stesso stampo — quello che la critica americana ha cominciato a chiamare Instagram Face, il volto algoritmico, la media statistica di quello che un dataset di milioni di immagini considera attraente. Non è un volto umano: è una convergenza. È quello che succede quando chiedi a una rete neurale di sintetizzare la bellezza da miliardi di esempi — ottieni la media, non l’eccezione. Ottieni esattamente il contrario di un’identità.
E poi ci sono le plastiche. Le persone che arrivano dal chirurgo con una foto filtrata sul telefono e chiedono: voglio diventare così. Voglio diventare la versione di me che l’algoritmo ha approvato. Un chirurgo plastico italiano ha scritto una cosa che vale rileggere: «La chirurgia non è una app. E il paziente non è un avatar.» Ma il confine si è già dissolto nella mente di chi entra in quell’ambulatorio. Il volto reale è diventato la brutta copia di un’immagine che non è mai esistita.
Questo non è narcisismo. Il narcisismo almeno si innamora di sé stesso — ha una sua coerenza tragica e quasi nobile. Questo è qualcosa di più squallido: è il rifiuto sistematico di sé, mascherato da cura del sé. È pornografia dell’identità — piatta, falsa, ripetitiva, senza nessuna delle tensioni che rendono una persona interessante, viva, reale. Come la pornografia, promette intimità e produce distanza.
Allora poniamoci la domanda più difficile…
È possibile uno storyboard del retro dello specchio?

Un selfie — una serie di selfie, un diario visivo fatto di istanti — che non serva a costruire un’immagine ma a smontarla. Che non converga verso uno standard ma diverga, si espanda, mostri le contraddizioni senza risolverle. Che faccia quello che faceva Hopper con la Polaroid sul tavolo da biliardo: spargere le tessere di una mappa senza pretendere di sapere dove porta.
Scatta senza aggiustare niente. Non il mento, non la luce, non l’espressione. Scatta alle sette di mattina prima dello specchio. Scatta quando sei arrabbiato. Scatta quando sei commosso e non vuoi esserlo. Scatta quando sei stanco in modo specifico — quella stanchezza che non è sonno ma è qualcosa che stai portando da troppo tempo. Scatta il viso che fai quando non sai che qualcuno ti sta guardando — anche se quel qualcuno sei tu con il timer automatico.
Poi guardali. Non per giudicarli. Per leggerli come si legge una mappa, come Sciascia leggeva quei ritratti rubati cercando in ogni piega del viso qualcosa che l’opera non diceva. Cosa c’è in quell’immagine che non sapevi di avere in faccia? Quale parte di te ha approfittato dello scatto per affacciarsi senza permesso?
Quella parte lì — quella che non hai invitato, quella che non avresti messo in copertina — quella è la parte interessante. Quella è l’ignoto a te stesso. Quella è l’ombra che Jung non chiamava brutta ma non integrata: qualcosa che esiste, che agisce, che influenza ogni tua scelta, ma che non hai ancora trovato il modo di guardare in faccia.
E l’AI?

Puoi usarla al contrario di come te la vendono. Invece di chiederle di levarti le rughe, chiedigliele di personalizzarle. Invece di uniformare la texture della pelle, chiedigli di renderla più espressiva, più densa, più presente. Invece di simmetria, mostra la dialettica con il tuo “altro” proprio nell’asimmetria. Non per compiacimento del brutto — non è questa la direzione, sarebbe solo un altro standard rovesciato. Ma per vedere cosa emerge quando togli il controllo. Cosa racconta di te un volto che non hai curato, che l’algoritmo ha fatto emergere seguendo istruzioni contrarie a quelle abituali. Cosa riconosci in quella distorsione che non riesci a riconoscere nello specchio del bagno.
La conoscenza non ha categorie estetiche. Non sa cosa sia il brutto e il bello — sa solo cosa è compreso e cosa non lo è ancora. Armonia e disarmonia non si sommano in un totale chiamato identità: si mettono in relazione, e da quella relazione nasce qualcosa che non esiste né nell’una né nell’altra separatamente.
La sezione aurea non è una misura. È un rapporto dinamico. È il nome che diamo al fatto che certe proporzioni tra parti diverse generano qualcosa che non si riesce a smettere di guardare — non perché sia perfetto, ma perché è vivo. Perché le sue tensioni non si cancellano a vicenda: si potenziano.
Uno storyboard di selfie veri potrebbe funzionare così. Non come album di copertine. Come diario di un’indagine. Come serie di prove che documentano il processo — non il risultato, non il ritratto definitivo, non la versione approvata di sé. Il processo. La narrazione aperta, asintomatica, che non converge mai del tutto perché tu non convergi mai del tutto, perché sei fatto di parti che non si accordano completamente e che è esattamente per questo che sei interessante.
Polaroid
Hopper spargeva le Polaroid sul tavolo da biliardo senza metterle in ordine. Sciascia sceglieva i ritratti rubati, quelli in cui il soggetto non si era ancora difeso.
Entrambi cercavano l’ignoto.
Scatta. Non il volto che hai deciso di avere. Quello che hai e che non sai di avere: l’ombra che proietti invisibile alle tue giustificazioni.

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