Riassunto
Nel 2020 un ateneo telematico italiano ha laureato quasi due studenti al giorno per ogni docente di ruolo. Oggi le università online contano 307.861 iscritti, il 15,3% del totale nazionale, un miliardo di ricavi e margini del 23%. Tra chi grida al diplomificio e chi vende il futuro dell’istruzione, i numeri del Rapporto ANVUR 2026 raccontano qualcosa di più scomodo per entrambi: un mercato che lo Stato ha lasciato scoperto per vent’anni, un regolatore che mette in dubbio i dati che gli vengono forniti e una domanda che riguarderà presto anche gli atenei in presenza.
Trecentomila studenti, undici atenei privati, un miliardo di ricavi: come la formazione a distanza è diventata il secondo sistema universitario italiano, e perché nessuna delle due storie che se ne raccontano regge alla prova dei numeri
Nel 2020 l’Università Telematica Pegaso ha portato alla laurea 14.615 persone. Nello stesso anno i docenti di ruolo dell’ateneo erano trenta. Il conto lo ha fatto l’ANVUR, l’agenzia pubblica che valuta le università italiane e che non è esattamente un covo di sovversivi: 487,2 laureati per docente strutturato, cioè — considerando duecentocinquanta giorni lavorativi l’anno — poco meno di due tesi al giorno per professore, sabati e domeniche esclusi. Nel suo Rapporto 2026 l’agenzia liquida la faccenda con l’understatement del funzionario che ha imparato a non alzare la voce: “un carico di lavoro pressoché impossibile per assicurare lo svolgimento di un’attività adeguata agli standard minimi richiesti”. Da allora Pegaso ha assunto molto, e il rapporto è sceso a 121,8. Resta il più alto del sistema. Negli atenei in presenza lo stesso indicatore oscilla fra cinque e dieci.
Attorno a questo numero si sono già formate due narrazioni pronte all’uso, entrambe parzialmente vere e per questo entrambe inservibili. La prima è quella del professore di ruolo di un ateneo statale che ha visto le proprie matricole calare per la prima volta dal Covid e che ha trovato il colpevole: i diplomifici digitali, le lauree comprate, la fine della civiltà. La seconda è quella dei comunicati del settore, secondo cui la formazione online è semplicemente il futuro, democratica e inclusiva, e chi la critica difende una rendita di posizione. Il fastidio, per chi cerca di capirci qualcosa, è che le due tesi hanno in comune un difetto molto specifico: sono entrambe sostenute da chi ha un interesse diretto nel risultato. E i numeri, quando li si guarda per intero, non fanno vincere nessuno dei due.
Trecentomila persone che nessuno ha mai visto in aula

I dati dell’Anagrafe nazionale degli studenti dicono che nell’anno accademico 2024/25 le undici università telematiche riconosciute dal ministero contavano 307.861 iscritti, il 15,3 per cento di tutta la popolazione universitaria italiana. Sei anni prima erano 119.046, poco più del sei per cento. Pegaso da sola ne ha 111.885, seconda soltanto alla Sapienza di Roma; Mercatorum, che nel 2018/19 ne aveva 2.910, oggi ne ha 63.044, più della Statale di Milano, con una crescita del 2.067 per cento che l’ANVUR stessa fatica a commentare senza cambiare registro. Tre atenei — Pegaso, Mercatorum ed e-Campus — raccolgono il 72 per cento degli iscritti, e l’agenzia usa una parola che di solito si riserva alle telecomunicazioni: oligopolio.
Il ritratto di chi si iscrive smentisce però il luogo comune del laureando di mezza età del profondo Sud che compra un titolo per il concorso. L’età media degli iscritti è scesa da 33,1 a 31,5 anni e quella dei nuovi immatricolati è di 28,2; gli under 25 sono ormai quasi quattro su dieci. Il Mezzogiorno resta il primo bacino in valore assoluto, ma cresce meno di tutti: il Piemonte ha quasi quadruplicato i propri iscritti alle telematiche, da 4.808 a 18.745, la Lombardia è a 37.414, l’Emilia-Romagna segue lo stesso ritmo. La telematica non è più un fenomeno meridionale che sale, è un fenomeno nazionale che si è spostato al Nord senza che quasi nessuno se ne accorgesse. E un immatricolato su quattro arriva da un ateneo statale: non è uno che non ha mai provato l’università, è uno che l’ha provata e se n’è andato.
Quanto costa, e a chi

Sul prezzo la leggenda è doppia e si smonta in fretta. I bilanci depositati dicono che nel 2024 il provento medio per iscritto ai corsi di laurea era di 2.327 euro, praticamente fermo in termini reali rispetto al 2019: si va dai 3.456 di e-Campus ai 727 di Uninettuno. Il che significa due cose insieme. La prima è che una retta telematica, quasi sempre uguale per tutti, costa a uno studente con ISEE basso più di quanto gli costerebbe un’università statale, dove sotto una soglia che le norme degli ultimi anni hanno collocato attorno ai ventidue-ventiquattromila euro non si paga nulla. La seconda è che per chi dovrebbe trasferirsi in un’altra città quella retta è un dettaglio contabile rispetto all’affitto, e per chi lavora è il prezzo dell’unica cosa che non si compra, cioè l’orario. Le telematiche non competono sulle tasse universitarie: competono sui contratti di locazione e sui turni di lavoro. È un mercato che il sistema pubblico ha lasciato scoperto, e che ha smesso di essere piccolo mentre si discuteva d’altro.
L’espansione, del resto, è stata di volumi e non di listino: i proventi complessivi del comparto sono passati da 524 milioni nel 2020 a 1.022 milioni nel 2024, il risultato d’esercizio da 132 a 240 milioni, con un margine medio del 23 per cento. L’utile medio di un ateneo telematico nel 2024 è stato di 21,8 milioni, il doppio di quello di un’università statale. Il meccanismo che genera quel margine è scritto in una riga sola: il costo del personale di ruolo pesa per il 12,4 per cento dei proventi didattici dell’intero comparto, contro un valore che negli atenei statali e non statali in presenza sta fra il quaranta e l’ottanta per cento. Pegaso è al 6,5, e-Campus al 5,4. Non è un’accusa, è un modello industriale: si replicano i contenuti, che costano poco a ogni copia aggiuntiva, e si comprime tutto ciò che richiede tempo di una persona, che invece non si replica affatto.

Che questo sia un business, peraltro, non lo nasconde nessuno. Multiversity — la holding di Pegaso, Mercatorum e San Raffaele Roma — è passata in due tempi, fra il 2019 e il 2021, dal fondatore Danilo Iervolino al fondo di private equity CVC, che la controlla oggi attraverso il veicolo lussemburghese Pachelbel Investments e nel novembre 2025 ha deliberato un aumento di capitale da 240 milioni. Nel frattempo Mercatorum, nata come prima partnership pubblico-privata nel governo di un ateneo grazie a un accordo con Unioncamere, è finita dentro quel perimetro: l’ateneo del sistema camerale italiano che passa a un fondo con sede in Lussemburgo è uno di quei cortocircuiti che in un romanzo sembrerebbero una forzatura. Il quarto ateneo per anzianità di polemica, Unicusano, ha invece il proprio fondatore Stefano Bandecchi — sindaco di Terni, già patron della Ternana — rinviato a giudizio a Roma nel febbraio 2026 per una presunta evasione da venti milioni di IRES fra il 2018 e il 2022 in qualità di amministratore di fatto, con la procura che considera l’ateneo una holding commerciale; prima udienza fissata a giugno, imputati anche l’ex rettore e due ex dirigenti, e vale, come per chiunque, la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva. Nello stesso periodo Unicusano è l’unico grande ateneo telematico ad avere perso studenti: meno 36 per cento in sei anni.
Chi controlla, e chi racconta

Qui arriva la parte che dovrebbe interessare chi diffida per mestiere, perché riguarda la qualità dell’informazione disponibile, non la moralità di qualcuno. Il documento più citato dai giornali per raccontare il boom — l’Osservatorio Nazionale sulle Università Telematiche, quello dei titoli sul “record di iscritti e occupati” — è realizzato da un portale che vive procurando immatricolazioni agli atenei di cui misura il successo. I dati grezzi che usa sono pubblici e ministeriali, la selezione e il titolo no. Chi cerca “migliori università telematiche” trova, nell’ordine, altre sette piattaforme dello stesso tipo. Sul versante opposto, chi denuncia il declino della qualità lavora quasi sempre in atenei che stanno perdendo iscritti a favore di quelli che critica. Nessuna delle due posizioni è per questo falsa: semplicemente, nessuna delle due va creduta sulla parola.
Resta l’arbitro pubblico, e l’arbitro pubblico ha fatto una cosa insolita: si è messo in dubbio da solo. Nel Rapporto 2026 l’ANVUR scrive che alcune variazioni dei dati conferiti dagli atenei — crescite superiori al mille per cento, cali improvvisi del venti-trentacinque per cento in un anno solo — presentano “ordini di grandezza che, pur non essendo impossibili, meritano una lettura prudente”, che non si può escludere derivino “da una diversa accuratezza o tempestività nel conferimento dei dati”, e che sarà utile attivare verifiche puntuali anche sui dati passati di alcuni atenei telematici. Tradotto: il regolatore avvisa che le cifre su cui tutti stiamo ragionando, comprese quelle di questo articolo, gliele forniscono i valutati.
Sulla docenza la verifica l’ha fatta, ed è il dato più imbarazzante del comparto: per l’anno accademico 2025/26 solo il 64 per cento dei corsi telematici risulta in regola con i requisiti minimi di docenti di ruolo. Pegaso, prima per iscritti, aveva un corso su quattordici in regola, il sette per cento, con un fabbisogno stimato di 470 docenti a fronte di 287; e-Campus cinque su ventisei. All’altro capo, San Raffaele, Uninettuno e Unitelma sono al cento per cento. Il comparto non è un blocco: è un oligopolio con attorno una periferia che rispetta le regole e in qualche caso non trova studenti.
E la stretta normativa? La vicenda merita di essere raccontata per intero, perché è istruttiva su come funzionano da noi le riforme. Nel 2021 il ministero Messa introdusse requisiti più severi; gli atenei telematici si opposero, anche in tribunale; nel dicembre 2024 il decreto Bernini ha riscritto la materia imponendo esami in presenza, almeno il venti per cento di lezioni sincrone non registrate e nuovi rapporti numerici, e la stampa l’ha titolata come un giro di vite. L’ANVUR, misurando gli effetti, annota che quella riforma “ha ulteriormente alleggerito i requisiti per i corsi a distanza” rispetto alla norma del 2021. Le due cose sono entrambe vere, e insieme raccontano il rovescio abituale: la regola più visibile — lo studente che torna fisicamente in un’aula d’esame — è arrivata insieme alla regola meno visibile, quella che riguarda quanti professori servano per tenerlo in piedi.
Il resto d’Europa, e il precedente che nessuno cita

La cosa più anomala del caso italiano non è la crescita: è la proprietà. Tutte e undici le telematiche italiane sono private. In Europa la formazione a distanza di massa è nata pubblica e tale è rimasta: la Open University britannica, fondata nel 1969 dal governo Wilson, è tuttora la più grande istituzione accademica del Regno Unito con circa duecentomila iscritti; la FernUniversität di Hagen, creata nel 1974 dal Land della Renania Settentrionale-Vestfalia sul modello inglese, ha settantamila studenti, l’ottanta per cento dei quali lavora, e un corso di laurea completo costa fra i duemila e i duemilasettecento euro in totale, non all’anno; la spagnola UNED e la catalana UOC occupano lo stesso spazio con lo stesso statuto. In Italia lo Stato quello spazio non l’ha mai occupato, e quando la domanda è arrivata l’ha trovato occupato da altri. Non è un complotto: è una scelta di bilancio ripetuta per vent’anni. Nel 2024 l’Italia destinava all’istruzione terziaria lo 0,4 per cento del PIL contro lo 0,8 della media europea, e il finanziamento ordinario reale per studente è oggi del tre per cento più alto che nel 2012 — un dodicennio di sostanziale immobilità.
Il precedente da tenere d’occhio, semmai, è americano. Negli anni Dieci la University of Phoenix aveva quasi mezzo milione di studenti; oggi ne ha meno di centomila. Corinthian Colleges è fallita nel 2015, ITT Tech ha chiuso più di cento sedi nel 2016, e l’innesco fu una regola noiosissima chiamata gainful employment, che condizionava l’accesso ai prestiti federali ai redditi effettivi dei diplomati. Qui sta la differenza strutturale da cui converrà ripartire nel prossimo episodio: là il carburante erano i soldi pubblici prestati agli studenti, e per spegnere l’incendio bastò chiudere quel rubinetto. In Italia il carburante è il valore legale del titolo e il punteggio che dà — i master per le graduatorie scolastiche, i percorsi abilitanti, i crediti che pesano in un concorso pubblico. Non a caso il 31 per cento dei ricavi didattici del comparto arriva da corsi che non sono lauree, e per Pegaso la quota sale al quaranta; non a caso i laureati telematici dell’area dell’educazione sono cresciuti del 661 per cento in sei anni. È lo Stato a fissare il prezzo di quei punti, e finché lo fisserà così, il rubinetto resterà aperto qualunque cosa scriva l’ANVUR.

Poi c’è la parte scomoda per chi vorrebbe chiudere la questione con una battuta sulle lauree facili. Uno studio della Banca d’Italia che incrocia i dati amministrativi con i risultati INVALSI precedenti all’iscrizione trova che le telematiche attraggono studenti più adulti e in partenza meno preparati, e che questi, a parità di caratteristiche osservabili, abbandonano meno e si laureano più spesso in corso — salvo poi rendere meno dei colleghi quando proseguono in una magistrale tradizionale. Intanto, dentro il comparto, e-Campus registra un abbandono fra primo e secondo anno del 47,3 per cento e Unitelma del 60,8, mentre Pegaso sta stabilmente sotto il dieci. Chi vuole una conclusione netta dovrà cercarsela altrove: qui c’è un sistema che funziona benissimo per alcune persone in alcuni atenei e malissimo per altre negli stessi anni, e che nel frattempo ha fatto una cosa che l’università pubblica italiana non riusciva a fare da un decennio, cioè aumentare il numero di adulti che tornano a studiare.

Negli atenei in presenza, intanto, i corsi misti sono passati da 51 a 188 in sei anni e quelli prevalentemente a distanza da sette a ventisei. La domanda che resta aperta — e che vale la pena portarsi dietro, perché riguarderà presto anche chi non si sognerebbe mai di iscriversi a una telematica — non è se studiare da casa funzioni. È chi pagherà, nei prossimi dieci anni, l’unica parte del sapere che non si lascia duplicare: qualcuno dall’altra parte che abbia il tempo di accorgersi che non hai capito.
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