Dove Il Franti svela le radici antiche del controllo digitale moderno, ovvero niente di nuovo sotto il sole, solo meccanismi di controllo che diventano sempre più invisibili, virtuali, ma anche più semplici da evitare.
Dopo alcuni minuti di silenzio e respirazione profonda, Il Franti riapre gli occhi e guarda il gruppo di autostoppisti seduti attorno al furgone hippie.
L’aria è più serena, le spalle meno tese. Gli esercizi hanno fatto il loro effetto: ora sono pronti ad affrontare il discorso più profondo.
Il Franti si siede sul paraurti del furgone, lo smartphone ancora in mano, e il tono diventa più riflessivo. Ora vi spiego perché tutto questo non è casuale, dice guardando il gruppo di autostoppisti. Quello che stiamo vivendo è il capitolo finale di una storia lunga secoli.
È una modificazione antropologica che il digitale ha reso sempre più diffusa, iniziando da chi per primo si avvicinava al mondo dei personal computer negli anni ’80 del secolo passato, ed è diventata pervasiva in tutti gli strati sociali. Quindi non solo i tecnici, ma tutti noi, chiunque è oramai immerso in questa modificazione.
Fa una pausa, guardando il dispositivo
Io ho in mano uno smartphone, ma in realtà è un computer specializzato, invisibile e nascosto, che noi programmiamo con input semplici, toccando icone, tasti, scrivendo su tastiera virtuale, e otteniamo degli output. Pensateci.
Il gruppo osserva attentamente mentre il Franti continua: Quindi il cambiamento antropologico è in atto da decenni. Oggi, con le tecnologie di intelligenza artificiale, assistiamo a un’ulteriore stratificazione e consolidamento di questo cambiamento.
Già parlare di “nativi digitali” è significativo, come se parlassimo di un’evoluzione antropologica delle generazioni, e gli altri sono nativi de che?
Si interrompe un momento: spiego velocemente cosa si intende per “antropologico“: significa semplicemente “relativo allo studio dell’uomo“. Come sappiamo il linguaggio è una grande discriminante, meglio spiegare i termini, olà ragazzi, chiedete se avete dei dubbi su un termine.
Quindi quando parlo di cambiamento antropologico, intendo trasformazioni che riguardano l’essere umano nei suoi aspetti fisici, sociali e culturali.
Non stiamo cambiando biologicamente, ma stiamo modificando i nostri comportamenti, le nostre relazioni sociali e i nostri modelli culturali in risposta a tecnologie che peraltro sono introdotte, come abbiamo visto in precedenza, da aziende con interessi e scopi specifici.
Lo sguardo del Franti si fa più intenso: potremmo dire un cambiamento antropologico orientato da gruppi di interesse. E oggi ciò è sempre più evidente.
Il Franti si ferma un momento, poi sorride: “Sul tema trattato leggevo un interessante articolo su un magazine che… si chiama come me! Chiederò i diritti…” dice con un sorriso ironico.
Ecco ciò che ha scritto un loro prolifico autore, Ennio Martignago:
“APRI GLI OCCHI E GUARDA FUORI DALLA FINESTRA: LA NORMALITÀ DI CHI INCONTRI PER STRADA È GIÀ UNA FINZIONE. PUOI SEMPRE SCAPPARE VERSO UNA DIVERSA E DIFFICILE SOLITUDINE O PUOI USARE LA TUA CONOSCENZA, L’INTELLIGENZA EMOTIVA E LA CREATIVITÀ PER LA TUA BATTAGLIA PERSONALE CONTROCORRENTE.TROVERAI PER STRADA ALLEATI E FINTI AMICI, MA L’UOMO HA SEMPRE COMBATTUTO TANTI TIPI DI GUERRE E IL DESTINO DEGLI UOMINI PASSA FORZATAMENTE DI LÌ: COMBATTERE O ANNULLARSI.”
Fa una pausa significativa: “Conoscenza”, già quello che stiamo cercando di scambiare tra noi, ma procediamo. A dimenticavo, se volete leggere l’articolo completo ‘L’Intelligenza Artificiale che ci riflette’ lo trovate sul magazine Il Franti.
Ma come si manifestano concretamente queste strategie nella nostra vita quotidiana?
Come diventiamo, senza accorgercene, ingranaggi di un sistema che ci sfrutta mentre ci illude di servirci?
Quanto di ciò che facciamo online è davvero frutto di una scelta consapevole?
In realtà, continua Il Franti, stiamo assistendo al compimento di un lungo processo di industrializzazione che, dai mulini ad acqua ai telai meccanici fino alle fabbriche moderne, ha progressivamente trasformato il lavoro umano.
Questa trasformazione ha seguito una traiettoria precisa: prima la meccanizzazione delle attività fisiche, poi la loro proceduralizzazione attraverso protocolli e burocrazia.
Se fate un giro in biblioteca troverete un testo di Giedion, Sigfried che è molto interessante, si intitola “L’era Della Meccanizzazione, Milano 1967 ( Mechanization Takes Command)” e avrete da divertirvi con le scoperte che farete.
Attività che svuotate di creatività e ottimizzate per profitto ed efficienza, sono oggi terreno fertile per l’intelligenza artificiale, l’ultimo miglio di un processo che sostituisce con algoritmi ciò che dell’umano era già stato standardizzato.
Il fenomeno non risparmia neppure ambiti tradizionalmente considerati “umani” come la salute, la ricerca, la formazione e l’agricoltura. Persino gli spazi di relazione vengono meccanizzati, automatizzati e resi disponibili tramite dispositivi che ci sono concessi con un inconsapevole “comodato d’uso” da noi sottoscritto.
Di fronte a questa trasformazione epocale, è necessario superare sia gli entusiasmi acritici che i rifiuti pregiudiziali, per comprendere davvero la portata dei cambiamenti in atto.
A differenza delle rivoluzioni precedenti, questa non colonizza solo il nostro tempo di lavoro, ma ogni aspetto della nostra esistenza. Mentre le fabbriche del passato sfruttavano il corpo, le piattaforme digitali di oggi estraggono valore dalle nostre menti, dai nostri comportamenti e dalle nostre relazioni.
L'”intelligenza artificiale”, lungi dall’essere una tecnologia neutrale, rappresenta l’apice di questo processo d’interruzione. Chi controlla questi sistemi non mira a liberare gli esseri umani dalla fatica, ma ad estrarre sempre più valore dalla società, concentrando ricchezza e potere in mani sempre più ristrette.
La subscription economy: il nuovo feudalesimo digitale
Pensiamo al paradosso della subscription economy: quando non possedere nulla, essere indipendenti dal concetto di proprietà e basarsi solo sull’uso, pagare perché usi, non perché possiedi, in realtà diventa una totale dipendenza da chi ha stipulato il contratto con noi.
È un’inversione perversa della promessa iniziale. Ci hanno venduto la leggerezza del non-possesso come liberazione: niente più scaffali pieni di CD, niente libri, niente software obsoleti, niente auto da mantenere. Solo accesso puro, fluido, on-demand. Ma questa apparente libertà nasconde catene invisibili più strette di quelle che pretende di spezzare.
Un paradosso che farebbe sorridere amaramente: qualcuno potrebbe dire che abbiamo realizzato una forma estrema di “comunismo”, dove la proprietà privata è stata abolita. Ma è un comunismo alla rovescia, dove non è lo Stato o la collettività a possedere tutto, bensì un pugno di corporation. Non possediamo più nulla, ma consumiamo e “possediamo” sinché sottoscriviamo un abbonamento.
È la realizzazione distopica di quella massima comunista “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” solo che ora le capacità sono misurate in capacità di pagamento mensile, e i bisogni sono definiti algoritmicamente da chi controlla le piattaforme, e da noi con l’illusione della libertà di scelta.
Il rentier capitalism digitale
Questo modello rappresenta il rentier capitalism nella sua forma più pura e perfezionata. Non si tratta più di vendere prodotti, ma di affittare l’accesso a tutto. I “rentier” digitali hanno compreso una verità fondamentale: è infinitamente più profittevole mantenere gli utenti in uno stato di dipendenza perpetua piuttosto che vendere loro qualcosa una volta sola. O pagate, o perdete l’accesso ai vostri stessi file.
Non è solo una questione economica. È un cambiamento antropologico: stiamo creando generazioni che non concepiscono nemmeno l’idea di possedere davvero qualcosa. Per loro, l’accesso condizionato è la normalità. La precarietà digitale diventa la condizione esistenziale di default.
I rentier digitali hanno perfezionato l’arte dell’estrazione di valore. Non devono più innovare radicalmente o migliorare costantemente il prodotto, devono solo mantenere il servizio abbastanza funzionante da non farti cercare alternative, e abbastanza indispensabile da non farti cancellare l’abbonamento.
È un equilibrio calcolato al millimetro: quanta pubblicità posso inserire prima che l’utente si stufi? Quante funzionalità posso spostare nel tier premium? Quanto posso aumentare il prezzo prima di superare la soglia del dolore?
La decima mensile al signore digitale
Stiamo costruendo un nuovo feudalesimo dove paghiamo decime mensili ai signori delle piattaforme per il privilegio di esistere nella modernità. Come i contadini medievali che non possedevano la terra che lavoravano, noi non possediamo i mezzi digitali della nostra esistenza quotidiana.
La subscription economy ha realizzato il sogno ultimo del capitalismo: trasformare ogni aspetto della vita in un flusso di cassa ricorrente e prevedibile. Non vendiamo più il nostro tempo una volta (nel lavoro), ma lo monetizziamo in perpetuo attraverso micro-pagamenti per esistere.
E il bello è che ce lo vendono come “libertà” e “flessibilità”.
Il genio malefico di questo sistema sta nella sua capacità di creare dipendenza spacciandola per indipendenza. Ogni subscription promette di liberarti da qualcosa, dal peso della proprietà, dalla manutenzione, dall’obsolescenza, mentre in realtà ti incatena a un pagamento eterno.
È una trappola perfetta: più ti “liberi” dalla proprietà, più diventi dipendente.
Più servizi sottoscrivi per semplificarti la vita, più la tua vita diventa complessa da gestire e impossibile da de-sottoscrivere. Provate a immaginare di cancellare tutti i vostri abbonamenti domani: scoprireste di non poter più lavorare, comunicare, intrattenervi, spostarvi.
Abbiamo barattato l’autonomia per la comodità, e ora scopriamo che la comodità ha un prezzo mensile che non finiremo mai di pagare. E il bello è che ce l’hanno venduta come “sharing economy” e “accesso democratico”. Ma quale democrazia c’è quando poche piattaforme controllano l’accesso a musica, software, mobilità, persino alla capacità di lavorare?
La pausa del tè e delle riflessioni
Il Franti si accorge che l’atmosfera si è fatta pesante. Gli autostoppisti attorno al furgone sembrano un po’ scoraggiati da tutto quello che hanno sentito.
Allora si alza dal paraurti, si stiracchia e sorride.
Ragazzi, sento che il gelo si è creato dopo tutto questo discorso. Che ne dite se ci prendiamo una pausa?
Ho qui del tè verde Oolong di quelli buoni, lo mettiamo sul fornelletto, decantiamo un po’ tutto quello che abbiamo detto e poi riprendiamo. Che dite?”
Tutti sorridendo annuiscono subito: Sì, per favore. La testa ci sta scoppiando, scoppiando tutti in una clamorosa risata.
Perfetto, dice Il Franti mentre tira fuori un bollitore, una teiera e delle tazze dal furgone.
Facciamo una pausa, perché dopo arriva la parte più importante: come uscirne.
Ma prima rilassiamoci e degustiamo con calma il nostro tè, e ascoltiamo il nostro respiro, perché per ridare senso al presente la svolta siamo noi, ma ne parleremo dopo il tè… coraggio, servitevi.
(Fine terza parte)
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