Dove Il Franti svela il paradosso del valore incustodito: come siamo diventati miniere a cielo aperto

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Il mattino dopo, la piazzola di sosta si risveglia lentamente. Qualcuno è rimasto a dormire nel camper parcheggiato lì vicino, altri arrivano con caffè fumanti in mano. Il Franti è già lì, seduto sul divanetto abbandonato, con il thermos del tè Oolong accanto.

“Ben tornati,” saluta alzando la tazza. “Chi ha dormito bene? Chi invece ha passato la notte a pensare al lock-in e alle catene invisibili?”

Qualche risata nervosa. Una ragazza con lo zaino arancione si fa avanti: “Io ho provato a guardare quell’intervista a Durov. Quattro ore! Ma alcune cose che dice… è come se parlasse di noi, di quello che ci racconti.”

“Esatto,” annuisce Il Franti. “Ma oggi voglio collegarmi a un tema cruciale che abbiamo solo sfiorato: come siamo diventati miniere a cielo aperto, completamente incustodite.”

La domanda che nessuno vi fa

Il Franti si alza, fa qualche passo avanti e indietro.

“Fatevi una domanda,” dice improvvisamente. “Lascereste i vostri oggetti di valore incustoditi, alla mercé di tutti, abbandonati in strada o nei luoghi più frequentati?

Silenzio. Poi una voce: “Certo che no!”

“Appunto. Però i vostri dati, le vostre informazioni, i contenuti con cui altri creano valore, quelli sì che li lasciate incustoditi e usabili da chiunque. Mentre pagate la vostra decima mensile al signore digitale, contemporaneamente regalate anche tutto il resto.”

Una pausa. Il Franti versa altro tè.

Oggi diamo in maniera inconsapevole il nostro contributo produttivo a chi ci propone servizi digitali, a chi ci vende oggetti che indosseremo, elettrodomestici e gadget che popolano le nostre case. Social e piattaforme sono miniere a cielo aperto dove noi siamo le pepite d’oro pronte per essere estratte.

Il ragazzo con la giacca blu, quello che era presente anche agli altri incontri, interviene: “È collegato ai rentier digitali, vero? Non basta che paghiamo l’abbonamento…”

“Esattamente!” esclama Il Franti. “Quotidianamente siete defraudati del valore che producete e che terzi usano per arricchirsi. E questo accade sia quando pagate, sia quando credete di non pagare.”

Dal prosumer al cliente-produttore-imprenditore inconsapevole

Una donna con i capelli grigi, arrivata da poco, chiede: “Ma noi siamo clienti, no? Compriamo, usiamo…”

Il Franti scuote la testa.

“Vi ricordate il cambiamento antropologico di cui parlammo nei nostri primi incontri al furgone? Una delle manifestazioni più evidenti è questa: nei mercati attuali ed emergenti, noi assumiamo il ruolo di clienti-produttori-imprenditori. Il prosumer del secolo scorso era solo l’embrione. Oggi è diventato la norma, ma ancora più sofisticato.”

Si siede sul divanetto.

“Non siamo solo prosumer, produttori e consumatori insieme, siamo diventati imprenditori inconsapevoli. Creiamo valore per altri, fate ricerca e sviluppo gratuita, testate prodotti, forniamo dati per migliorare algoritmi, creiamo contenuti… tutto gratuitamente, o peggio, pagando per il privilegio di farlo.”

La grande truffa del divertimento gratuito

Il Franti si alza di scatto.

“Pensateci: siamo passati dal divertimento a pagamento, dove le persone sono consapevoli di arricchire un’industria del divertimento, al divertimento gratuito che in realtà paghiamo con il nostro lavoro e la nostra partecipazione.”

La ragazza con lo zaino arancione chiede: “I social network?”

“Esattamente. Gratuitamente ci registriamo, accediamo, condividiamo dati e contenuti che rappresentano la merce di scambio. Noi diventiamo il prodotto che viene venduto.”

Fa una pausa per lasciare sedimentare il concetto.

“Nei social network siamo diventati i produttori della ricchezza altrui, oltre che consumatori di quanto prodotto da chi, come noi, alimenta la piattaforma. Un circolo vizioso dove solo uno vince e guadagna: il banco.”

Il ragazzo con la giacca blu replica: “Ma io non pago nulla per usare Instagram…”

“Davvero?” Il Franti sorride. “La capitalizzazione delle piattaforme cresce a dismisura, ma le tue tasche rimangono vuote quando esci dalla loro sala dei divertimenti. È vero che apparentemente nulla avevi e nulla hai perso, anzi, ti sei divertito, però qualcuno concretamente guadagna e il modello economico è a senso unico.”

Si ferma davanti al gruppo.

“È il lock-in della comodità intellettuale in azione. Giustifichiamo la nostra gabbia dorata perché ‘ci divertiamo’, perché ‘è gratis’, perché ‘tutti sono lì’. Ma in realtà stiamo lavorando gratis per arricchire altri.”

Il paese dei balocchi

La donna con i capelli grigi annuisce pensierosa: “È come il paese dei balocchi…”

“Bravissima!” Il Franti batte le mani.

“Moderne versioni del paese dei balocchi di Pinocchio, esattamente. E questa dilagante metamorfosi della persona come cliente, produttore e dipendente occulto delle aziende è quel fenomeno socioeconomico tipico della nostra epoca digitale.”

Tira fuori il tablet dalla borsa.

“Su questo tema esistono molti saggi, ricercatori universitari si occupano di diritti civili, gig economy, censura, propaganda, privacy, fake news. Ma noi dobbiamo iniziare a prestare attenzione a quanto disperdiamo che poi viene utilizzato.
Dobbiamo adottare quella consapevolezza concreta su ciò che accade grazie a noi quando entriamo in queste sale da divertimento.”

Un uomo con la barba grigia, appoggiato a un albero, interviene: “Sì, ce lo dicesti. La svolta siamo noi. Ma come, concretamente?

Che fare? La terza via esiste, ma non per tutto

Il Franti si alza di scatto, come se aspettasse proprio quella domanda.

“Ricordate la terza via di cui parlammo all’inizio? Usare la tecnologia senza farsi usare? Bene, funziona per molti strumenti: software, app, servizi. Ma per i social network è diverso. Per loro, la ricetta è cancellarsi e uscirne.

Mormorii nel gruppo. Qualcuno scuote la testa.

“Lo so,” continua Il Franti, “qualcuno pensa sia troppo drastico. Ma capite la differenza? Con un word processor, un browser, persino con l’IA, potete scegliere come e quando usarli. Mantenete il controllo. I social invece sono progettati specificamente per creare dipendenza, per estrarre valore da voi. Non c’è uso ‘moderato’ quando l’intero sistema è costruito per manipolarvi. Per alcuni strumenti la terza via esiste e la esploreremo. Per i social, l’unica terza via è l’uscita.

Fa qualche passo verso il gruppo.

“Il problema oggi è che lo sfruttamento delle persone è così oscuro che non appare. Il contadino medievale vedeva il signore feudale che prendeva parte del suo raccolto. L’operaio vedeva il padrone della fabbrica. Ma noi? Noi non vediamo nessuno che ci sfrutta mentre scrolliamo Instagram o paghiamo Netflix. Anzi, ci sentiamo liberi. In fondo ci stiamo rilassando, ci stiamo divertendo… Questo è il genio del sistema: rendersi invisibile.”

Alza il dito.

Capite ora? Non solo orientano i nostri comportamenti con subscription economy e lock-in, ma ci trasformano anche in lavoratori gratuiti. È un doppio sfruttamento perfetto.

Tornare umani: la vera resistenza

Il Franti respira profondamente, e lo sguardo si fa più intenso.

“Pensateci: la continua stimolazione sensoriale appanna il pensiero, ipnotizza.

Enzo Jannacci cantava ‘la televisiun la t’endormenta come un cuiun‘.

Ma almeno la televisione rimaneva lì, in una stanza!

Ora abbiamo in tasca uno strumento di stimolazione continua: notifiche, scroll infinito, video che partono da soli. Sempre con noi, sempre acceso.

Lo stress e la rabbia che questo genera alimentano gli odiatori da tastiera.

Persone che nella vita reale non alzerebbero mai la voce, dietro uno schermo diventano macchine di odio. È il sistema che li crea, perché la rabbia genera engagement, e l’engagement genera profitti.”

La donna con i capelli grigi interviene: “Ma è possibile vivere così oggi? Senza social?”

“Non solo è possibile,” risponde Il Franti, “è necessario. Dobbiamo assumere le nostre responsabilità individuali in questi giorni digitali, dove diritti, dignità, sfruttamento, doveri e privacy sono elementi liquidi e torbidi, occultati dietro consensi, abitudini, divertimento.”

Dalla consapevolezza all’azione

Riprende il suo posto sul divanetto.

“Iniziamo a valutare aziende che riconoscono il valore dei dati e del lavoro ‘occulto’ del cliente, che hanno un’etica al di là delle dichiarate responsabilità sociali.”

Alza l’indice.

“Evitiamo di lasciare scatole di biscotti aperte, parlo dei cookie digitali. Utilizziamo strumenti che ci tutelano dall’uso e dall’abuso dei nostri dati. Ricordate la forchetta di ieri? Esistono sempre alternative.”

Un ragazzo nuovo, arrivato da poco, chiede: “Quali strumenti? Quali aziende?”

“Ne parleremo nel dettaglio,” risponde Il Franti. “Ma sappiate che questi modelli etici esistono già. Pensate agli ecosistemi del commercio solidale, dell’agricoltura biologica e Biodinamica , delle cooperative sociali, lì la reciprocità è reale, il valore creato viene riconosciuto e condiviso. Dobbiamo pretendere lo stesso dall’uso di strumenti digitali. Non è utopia, è già realtà in altri settori.”

La carta fedeltà al contrario

Il ragazzo con la giacca blu chiede: “In pratico, cosa dovremmo chiedere alle aziende?”

Il Franti sorride.

“Bella domanda. Anziché avere la carta fedeltà che traccia i vostri acquisti per profilarvi, sollecitiamo le aziende a creare una carta fedeltà che premi e valorizzi quanto diamo loro gratuitamente.”

Lascia sedimentare il concetto.

“Invertire il paradigma. Non più ‘ti premio perché compri da me’, ma ‘ti premio perché con i tuoi dati, le tue idee, i tuoi contenuti, mi aiuti a migliorare il prodotto e creare valore’.”

Fa una pausa.

Ma attenzione: non sto dicendo che devono pagarvi per i dati. Quella sarebbe un’altra trappola. Parlo di riconoscimento del valore: trasparenza su come vengono usati i dati, controllo reale, possibilità di portarli via, benefici concreti. Significa fiducia reciproca dove entrambe le parti guadagnano in modo equo e visibile.

L’uomo con la barba grigia interviene: “Ma le aziende non lo faranno mai spontaneamente…”

“Infatti,” risponde Il Franti, “per questo serve che voi, come clienti consapevoli, lo pretendiate. Per i manager significa passare dal one size fits all alla capacità di differenziare, di fare vera open innovation.”

L’Open Innovation tradita

“Aspettate,” Il Franti fruga nella tasca, “mi ero appuntato un concetto…” Tira fuori un foglietto sgualcito.

“Henry Chesbrough, il teorico dell’open innovation, ha sempre messo in guardia dal confondere la collaborazione aperta con il semplice outsourcing di R&D. Eppure è proprio quello che accade.”

Ripiega il foglietto.

“Le aziende prendono le vostre idee, i dati, li elaborano e ci guadagnano. Senza riconoscervi nulla. Anzi, facendovi pure pagare l’abbonamento! È il rentier capitalism all’estremo: pagate la decima mensile E lavorate gratis.”

Fa una pausa, poi aggiunge con un mezzo sorriso: “E soprassediamo sulle startup e il loro sfruttamento come R&D a costo zero, salvo poi quando big player le acquisiscono per cifre che sembrano elevate. In realtà stanno comprando innovazione a prezzo scontato, visto quanto sarebbe costato svilupparla internamente… ma ne parleremo in un’altra piazzola.”

Il cerchio si chiude

Il Franti guarda l’ora sul suo vecchio orologio analogico.

“Vedete come tutto si tiene? Subscription economy, lock-in, cambiamento antropologico… Oggi vi ho mostrato l’ultimo tassello: non solo paghiamo per rimanere prigionieri, ma lavoriamo anche gratis per i nostri carcerieri.”

La ragazza con lo zaino arancione scuote la testa: “È deprimente…”

“No!” Il Franti quasi grida. “È liberatorio! Perché ora lo sapete. Ricordate cosa scrisse Ennio Martignago?”

Rilegge dal tablet che aveva posato:

Apri gli occhi e guarda fuori dalla finestra: la normalità di chi incontri per strada è già una finzione. Puoi usare la tua conoscenza, l’intelligenza emotiva e la creatività per la tua battaglia personale controcorrente.’Troverai per la strada alleati e finti amici”

“Ora avete la conoscenza. La scelta è nostra: integrarci, che non significa adattarci, e comprendere che, come ho già ricordato, mettere acqua limpida in una pozza torbida, tutto diventa torbido, quindi è necessario creare spazi nuovi e limpidi.”

Alternative concrete in arrivo

Il ragazzo nuovo chiede: “Ma quali sono le alternative concrete?”

Il Franti sorride misterioso.

“Le vedremo nelle prossime tappe. Software libero, piattaforme cooperative, strumenti per proteggere i dati. Ma prima serve essere consapevoli dei retroscena dello spettacolo che viviamo, conoscere i Mangiafuoco moderni per poi avventurarvi nei labirinti delle possibilità possibili.

Si alza, inizia a riordinare.

“Per oggi, fate questo esercizio. Ogni volta che usate un servizio digitale, chiedetevi:

  1. Sto pagando un abbonamento? (rentier capitalism)
  2. Sta raccogliendo i miei dati/contenuti? (lavoro gratuito)
  3. Quanto sarebbe difficile smettere? (lock-in)

Ma attenzione,” Il Franti si ferma, “non pensate ai dati come oggetti di valore che possedete. Sono rappresentazioni effimere di qualcosa che state facendo, che un sensore, un cookie o un’app intercetta e trasforma in un profilo mentre navigate, mentre vivete. Non sono vostri oggetti, sono tracce che lasciate.

Indica verso l’autogrill in fondo alla piazzola.

“Vedete lì avanti quel punto di ristoro con tutto quel via vai di gente? Ebbene, è come se anziché dall’interno capire chi entra, cosa preferisce, parlargli e conoscere i gusti per soddisfare le richieste, il gestore si concentrasse su chi passa fuori cercando di portarlo dentro, distraendosi da chi ha già fatto una scelta ed attende all’interno. Capite la differenza? Non costruisce relazioni, cattura passanti. Non conosce persone, accumula profili effimeri. Vi è chiaro il concetto?”

Qualche cenno di assenso nel gruppo.

“Ecco perché la domanda non è ‘sto lasciando i miei oggetti incustoditi?’ ma piuttosto: ‘quante tracce sto lasciando per strada mentre cammino?’ E soprattutto: ‘chi le sta raccogliendo e cosa ci sta costruendo sopra?'”

Il Franti fa una pausa, poi sorride con una punta di provocazione.

E poi francamente, ma chi se ne frega!

Se conosci i retroscena, se sei consapevole di ciò che vuoi, cerchi o ti necessita, anche se ti stimolano o cercano di indurti in scelte decise da altri, beh, eserciti il tuo pensiero e sceglierai. La consapevolezza è il vero antidoto. Non è paranoia, è libertà di scelta informata.

Guarda il gruppo con intensità.

“Vedete? Non sto dicendo di vivere nella paura o di rinchiuderci in una bolla. Sto dicendo: sappiate come funziona lo spettacolo. Poi, se volete entrare nel ristorante sapendo che vi profilano, entrate pure. Ma fatelo con cognizione di causa, non come sonnambuli digitali.”

Appuntamento alla prossima tappa

Il Franti sistema le ultime cose.

“Domani ci spostiamo, troviamo un’altra piazzola più avanti. Parleremo di alternative concrete che vi faranno dire: ‘Si può fare diversamente’. Non come individui isolati che rinunciano alla tecnologia, ma come comunità consapevoli che scelgono tecnologie con valori diversi, o meglio ancora, che usano la tecnologia solo quando necessaria e per libera scelta. Uso oppure spengo e faccio altro: parlo, incontro, leggo o altro ancora. Ma ho scelto io, capite? Non è la tecnologia che decide quando e come, sono io.

Un sorriso.

“Buona giornata, autostoppisti. E ricordate: ogni volta che cliccate ‘accetto’ senza leggere, state lasciando tracce ovunque. Tracce che qualcuno raccoglie, analizza, monetizza. Ma lasciatelo giocare… noi sappiamo cosa fare”

Il gruppo si disperde lentamente. Il Franti sistema le ultime cose nella sua borsa, poi si dirige verso il suo furgone hippie. Sale, mette in moto il vecchio motore che tossisce un po’ prima di partire. Dal finestrino abbassato si sporge e grida:

“Fate quell’esercizio che vi ho detto! È importante!”

Poi, con un sorriso e alzando la mano in segno di saluto: “Ci si vede alla prossima piazzola! Così facciamo altri incontri, altre chiacchiere, altre scoperte. Buon viaggio, autostoppisti!”

Il furgone si allontana sobbalzando sulla strada dissestata, lasciando dietro di sé una piccola nuvola di polvere e il gruppo di autostoppisti digitali, alcuni ancora fermi a riflettere, altri già in cammino verso le loro destinazioni.

(Continua)


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Massimo V.A. Manzari
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