Terza tappa del viaggio

Cari compagni di viaggio digitale, ieri mi sono fermato ad una piazzola di sosta ove, nei pressi di un furgone hippie stile anni ’70, un capannello di persone discuteva animatamente. Mi sono avvicinato e in effetti c’era molta animazione, perchè gli autostoppisti che erano scesi dal pulmino stavano dibattendo con altri di come poter riprendere il controllo dell’ecosistema digitale in cui ci muoviamo.

Perché la verità è questa: mentre noi cerchiamo passaggi e opportunità nel mondo digitale, qualcun altro ha costruito le piattaforme, decide le regole del gioco, e ha trasformato ogni spazio online in un sistema progettato per estrarre valore da noi, e alcuni autostoppisti si stanno domandano come evitare ciò.

Quando l’autostoppista digitale scopre di essere diventato il carburante

Avete mai avuto la sensazione di correre sulle autostrade digitali sempre più velocemente tra notifiche, applicazioni e social network, pur rimanendo fermi? Di essere costantemente connessi, ma paradossalmente isolati, con lo smartphone in mano? Di avere a disposizione strumenti pensati per semplificare la vita, che però finiscono per complicarla, generando ansia e frustrazione?

Avete mai notato la sottile dipendenza che si è creata?

Capita a tutti, perché stiamo vivendo un momento storico unico accompagnato dall’accelerazione tecnologica più intensa che l’umanità abbia mai sperimentato. Un’accelerazione che ci ha sommersi di informazioni, notifiche, stimoli continui, creando quello che gli esperti chiamano sin dagli anni ’70 “information overload”, un sovraccarico cognitivo che ci lascia costantemente affaticati, distratti, incapaci di concentrarci davvero su qualcosa.

A questo sovraccarico si aggiungono ora i nuovi strumenti di intelligenza artificiale con le loro capacità generative e di automazione delle attività, che impongono ritmi da “fabbrica digitale” ancora più serrati.

Producono contenuti, risposte, soluzioni a velocità industriale, creando un flusso incessante di output che accelera ulteriormente i nostri ritmi di consumo informativo. Di fronte a questa valanga, sembriamo non avere possibilità di controllo, se non quella di evitare le notifiche più invasive e tentare di disciplinare quello che potremmo chiamare il nostro “abbeveraggio digitale” quotidiano.

È proprio in questo contesto che le cosiddette “intelligenze artificiali”, non entità pensanti autonome, ma strumenti creati e controllati da esseri umani, stanno cercando di ridisegnare il nostro modo di vivere, lavorare, relazionarci. Promettono di gestire quel sovraccarico informativo di cui noi siamo complici, e che noi stessi abbiamo creato, accumulando informazioni e dati su dati in infiniti spazi virtuali. Ma invece di risolvere il problema, lo stratifichiamo ulteriormente.

Ci illudiamo di essere più produttivi e indipendenti, quando in realtà ora rischiamo di dipendere sempre più da prompt e IA. Il risultato?

Relazioni umane sempre più mediate, confronti sempre più rari.

Come dice il nostro manifesto dell’autostoppista: non siamo né canarini in miniera né oggetti passivi. Ma rischiamo di diventarlo se non riconosciamo le dinamiche di controllo in atto, e di questo stavano discutendo i giovani che ho incontrato durante la sosta.

Il paradosso delle tecnologie di controllo

E qui emerge un paradosso inquietante. Gli stessi strumenti che oggi vengono presentati per realizzare un nuovo paradiso terrestre, dove grazie all’IA si promette di risolvere tutto, dalla salute al lavoro, dall’educazione alle relazioni, hanno spesso le loro radici storiche nella ricerca militare e nei sistemi di controllo: dalle origini di Internet come ARPANET ai moderni algoritmi di sorveglianza già utilizzati in conflitti odierni.

Tecnologie nate per coordinare, monitorare e gestire eserciti e popolazioni, che vengono poi adattate agli usi civili mantenendo però intatte le loro logiche di controllo e creazione di dipendenza, mentre ci vengono vendute come strumenti di liberazione e autonomia.

Ma è davvero liberazione quella che ci viene offerta, o piuttosto una gabbia dorata di efficienza e connessione permanente? Una gabbia dove istituzioni come l’UE si preparano a votare il regolamento Chat Control, che obbligherebbe le piattaforme a scansionare messaggi privati, anche quelli cifrati end-to-end, alla ricerca di contenuti illegali, aprendo così pero le porte a potenziali scenari di sorveglianza di massa e vulnerabilità delle informazioni private, con il rischio della loro monetizzazione. Con quali garanzie per i cittadini e gli autostoppisti digitali?

Siamo, quindi, autostoppisti che hanno perso la capacità di scegliere i passaggi, accettando qualsiasi mezzo ci si fermi davanti senza chiederci dove ci porta davvero.

Ora, non si tratta di rifiutare la tecnologia né di accettarla ciecamente, ma di sviluppare la capacità di scegliere consapevolmente quale ruolo vogliamo che abbia nella nostra vita. È tempo di comprendere dove stiamo andando, di essere soggetti attivi delle nostre scelte, anziché oggetti passivi di algoritmi e piattaforme manovrate ad arte.

E quindi…
(Fine prima parte)


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Massimo V.A. Manzari
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