Dove Il Franti svela il segreto del presente: distinguere la vita dagli strumenti

Puntate precedenti
Tattiche audaci di viaggio per nativi digitali (e non solo).La terza via degli autostoppisti digitaliIl Coraggio dell’Autostoppista Digitale #1Il Coraggio dell’Autostoppista Digitale #2
Il Coraggio dell’Autostoppista Digitale #3

Il vapore del tè Oolong si disperde nell’aria fresca della sera. Gli autostoppisti del primo incontro sono ancora tutti lì. Il Franti posa la tazza.

“Prima di riprendere il nostro viaggio,” dice Il Franti, “vi voglio accennare a qualcosa che ho letto sul magazine che porta il mio stesso nome1. Curioso, no? Parla di Pavel Durov e della sua battaglia per la libertà digitale. L’articolo racconta come sia stato arrestato in Francia con accuse pretestuose, quasi una vendetta per non aver piegato Telegram al controllo governativo. Moderazione insufficiente, dicono. Tradotto: non ci date le chiavi di casa. C’è anche un’intervista lunghissima dove dice cose che sembrano uscite dai nostri incontri.”

Una voce si alza dal gruppo: “Durov? Il fondatore di Telegram?”

“Proprio lui,” annuisce Il Franti. “Ma ne parliamo dopo, perché dopo tutto quello che vi ho raccontato, il controllo digitale, la subscription economy, il nuovo feudalesimo, potreste pensare che siamo spacciati.

Ma ora viene la parte più importante: perchè la svolta siamo noi.”

Quando Il Franti svela il segreto del presente

E risedendosi sul divanetto che qualcuno aveva abbandonato nella piazzola di sosta, annuncia: Ora vi svelo un segreto del presente.

Lavoro, relazioni, intrattenimento: sempre più spesso queste attività avvengono attraverso schermi e piattaforme digitali.

Fa una pausa, guardando ogni volto.

Ma sono attività che irrompono nella nostra vita, non un’altra vita “digitale”. Non possiamo confondere questi strumenti con l’esistenza stessa. Ridurre l’esperienza umana alla sola dimensione virtuale significa rinunciare a ciò che ci rende umani: la profondità delle emozioni vissute nel corpo, il calore della voce, il ritmo del respiro, il contatto diretto con l’altro, l’imprevedibilità dei luoghi reali e la nostra spiritualità.

E in un attimo una voce squillante domanda “Ma allora dobbiamo buttare tutto? Tornare alle caverne?”

Il Franti scoppia a ridere:  “No, no! Ricordate quello che dicevamo prima sulla terza via? Non è disconnettersi dal mondo: è riconnettersi con sé stessi. È usare la tecnologia senza farsi usare, resistendo al suo richiamo come Ulisse legato all’albero della nave. Un esercizio di volontà e consapevolezza.

La lezione della forchetta

(ovvero perché ogni tecnologia è una scelta)

Il Franti tira fuori dalla tasca una forchetta di metallo, un po’ ammaccata ma pulita.

“Guardate questo,” dice alzandola, “anche la forchetta è tecnologia. Artefatto creato per risolvere un problema pratico. Nel Medioevo era vista con sospetto, persino come strumento empio!”

Una voce si alza: “Quindi anche i nostri avi erano contro la tecnologia?

“Alcune volte” risponde Il Franti. “Ma ecco il punto cruciale: se non ho una forchetta, non muoio di fame. Posso usare le mani, un pezzo di pane, dei bastoncini. Esistono sempre alternative.”

Posa la forchetta e prende il suo smartphone:  Eppure nel digitale accettiamo monopoli de facto come se fossero leggi naturali. ‘Devo usare questa app perché ce l’hanno tutti’. Ma chi ha deciso che è un bisogno? Loro, o noi?” È davvero l’unica possibilità? O siamo finiti nella trappola del lock-in tecnologico e dei classici bisogni indotti tipici della nostra società consumistica? 

Il Franti si alza e va a sedersi su una vecchia cassa di legno che usa come sgabello. 

“Sapete cos’è il lock-in tecnologico?” chiede, e senza aspettare risposta continua: “È quella condizione in cui diventiamo così dipendenti da un sistema che cambiare diventa impossibile o estremamente costoso. E non parlo solo di soldi.”

Il Lock-in: le catene invisibili che ci tengono prigionieri

Il Franti inizia a contare sulle dita:

“Il lock-in – letteralmente ‘chiusura dentro’ – è come quei parcheggi con l’ingresso libero ma l’uscita a pagamento. Entri gratis, ma poi sei intrappolato. E sì, eri stato avvisato: con un piccolo cartello che non avevi notato all’ingresso. Evidentemente fatto per non essere notato.

C’è il lock-in dei dati: i vostri file chiusi in formati che solo certi software possono leggere. Certo, esiste la portabilità dei dati – per legge! – ma quanti di voi l’hanno mai esercitata? Quanti sanno anche solo che esiste?

Il lock-in delle abitudini: anni passati a imparare un’interfaccia, un sistema operativo, una tastiera con quella precisa disposizione dei tasti. Cambiare marca di smartphone o notebook significa ricominciare da zero, disimparare gesti automatici, ritrovare comandi che avevi sotto le dita. Il costruttore lo sa, e ci gioca. Questo è il lock-in più diffuso: siamo abitualmente prigionieri delle nostre abitudini, e su questa debolezza alcuni costruiscono imperi.

Il lock-in economico: l’economia dell’abbonamento continuo, i rentier digitali di cui vi parlavo. Centinaia di euro ogni anno in abbonamenti, più software, plugin, formazione… E tempo, tanto tempo per imparare. E poi? Interrompere l’abbonamento e perdere tutto? Sì, certo, c’è la portabilità dei dati. Sulla carta.

Il lock-in sociale: tutti i vostri contatti su un social, le foto di una vita, i follower, la propria affermazione esistenziale del “io esisto ed ero al ristorante, al concerto,…” Come vi dicevo, non possiamo confondere questi strumenti con l’esistenza stessa. Eppure, provate a uscire da LinkedIn o Instagram: come vi sentite? Male, vero? Altrimenti lo avreste già fatto. Ma no, ci diciamo “è per motivi di lavoro, è utile…” Ricordate quando parlavamo dell’individualità falsa? Eccola qui, in trappola!

Il lock-in cognitivo: dopo anni di ‘pinch to zoom’, i vostri gesti sono programmati da un’azienda. Letteralmente. E non solo i gesti: non ascoltiamo più il nostro corpo perché abbiamo delegato anche questo a un’applicazione, a un sensore inserito in un gadget che ci monitora. Abbiamo esternalizzato la percezione di noi stessi.

E il lock-in ecosistemico: iPhone, iPad, Mac, Watch… oppure Windows, Android, Galaxy… ogni dispositivo funziona perfettamente solo con altri della stessa marca, dello stesso ecosistema. Certo, ci sono i regolamenti europei – il Digital Markets Act, il DMA – che cercano di aprire a un uso senza vincoli sistemici. Ma quanti di voi ne hanno approfittato? Quanti hanno davvero mischiato ecosistemi diversi? La legge c’è, i diritti esistono, ma il lock-in funziona lo stesso. Perché non è solo tecnico: è psicologico.

E infine c’è il lock-in forse peggiore di tutti, perché lo creiamo noi: il lock-in della comodità intellettuale.

Smettere di pensare perché c’è qualcosa che lo fa comodamente per noi. Accettare un suggerimento solo perché altri mille l’hanno accettato prima. Delegare scelte, percorsi, decisioni. Comodità che ci rendono schiavi.”

Un silenzio pesante cala sul gruppo. Poi una voce dal fondo: “Quindi siamo fregati?”

L’alfabetizzazione che libera

Il Franti scuote la testa con energia, quasi sorridendo: “No! Ecco il paradosso liberatorio: proprio comprendendo questi meccanismi, apriamo spazi di vera indipendenza.”

Si alza dalla cassa di legno e inizia a camminare avanti e indietro, gesticolando: “L’alfabetizzazione digitale non è imparare a usare Excel o ChatGPT. È sviluppare una comprensione critica che vi permetta di navigare consapevolmente l’ecosistema digitale. Riconoscere le trappole. Scegliere quando entrare, se entrare e quando restare fuori.”

Si ferma, la voce si fa più intensa: “Ma soprattutto, ricordare sempre quello che vi dicevo prima: queste sono attività che irrompono nella nostra vita, non un’altra vita. Non possiamo confondere gli strumenti con l’esistenza stessa. L’alfabetizzazione vera è sapere quando spegnere, quando tornare al corpo, alla voce, al respiro, ai luoghi reali. È mantenere viva la nostra dimensione umana e spirituale.”

Si ferma di nuovo, questa volta davanti al divanetto abbandonato.

“Ma per oggi basta. Serve tempo per lasciare che tutto questo sedimenti.”

Tira fuori il tablet dalla borsa.

Vi ho parlato di Pavel Durov all’inizio. Sul sito del Franti trovate un articolo1 che racconta la sua battaglia contro la censura e le pressioni che ha subito. E qui,” mostra lo schermo, “il link all’intervista completa2 che ha rilasciato proprio nei giorni in cui usciva il suo appello pubblico, quattro ore, se volete approfondire.”

L’intervista a Durov

“L’intervista è su YouTube, ma anche altrove come vedrete,” spiega Il Franti mostrando lo schermo. “È indicizzata, quindi potete andare direttamente ai momenti che vi interessano. “

Guarda il cielo che si scurisce. “È tardi. Andate dove dovete andare, sacco a pelo, camper, motel lì vicino, dormiteci su. Domani, se volete, ci ritroviamo qui e continuiamo. Oppure prendete quello che vi serve e proseguite per la vostra strada. Va bene lo stesso.”

Il gruppo si disperde lentamente nella sera che avanza. Qualcuno saluta, altri restano in silenzio. Il Franti riordina le sue cose, le tazze vuote del tè Oolong. Domani il viaggio continua. Ci sono ancora strade da percorrere, piazzole da scoprire, conversazioni da fare per gli autostoppisti digitali, e per chi, passando e vedendo un capannello di persone si ferma ad ascoltare, e magari intervenire. Buonanotte, viaggiatori. A domani, o quando sarà.

(Continua)

1 Durov contro la censura
2 Pavel Durov: Telegram, Freedom, Censorship, Money, Power & Human Nature | Lex Fridman Podcast


Scopri di più da Il Franti

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Massimo V.A. Manzari
L'URL breve di questo articolo è: https://www.ilfranti.it/8ngu
https://www.instagram.com/ilfrantimagazine/