Dove la discussione si fa più tecnica e gli autostoppisti scambiano mappe segrete

La discussione diventa sempre più animata. Uno degli autostoppisti più esperti, si fa avanti ed inizia a spiegare agli altri come funzionano davvero i meccanismi nascosti delle piattaforme digitali. Chiamatemi Il Franti, dice con un sorriso ironico, e vedete, il problema non è solo che ci controllano. Il problema è che lo fanno facendoci credere di essere liberi.

Gli altri si avvicinano incuriositi, formando un cerchio più stretto attorno al furgone.

Il Franti sorride, è il momento di scendere nei dettagli tecnici, di capire come funziona davvero questa macchina della manipolazione digitale in cui tutti noi viaggiamo quotidianamente.

L’architettura invisibile della manipolazione

Allora, inizia Il Franti sistemandosi meglio sul paraurti, ogni app “gratuita“, ogni piattaforma “indispensabile“, ogni servizio “innovativo” è stato progettato con intenzioni specifiche. Ogni interfaccia, ogni notifica, ogni “mi piace” è il risultato di decisioni prese in sale riunioni dove il nostro benessere era, nel migliore dei casi, una considerazione secondaria rispetto ai profitti trimestrali.

Fa una pausa, guardando i volti attenti del gruppo.

Siamo noi a cliccare «Accetto» sui termini di un servizio o a installare un’app, ma non vediamo quanto le piattaforme digitali siano progettate per orientare, o condizionare, le nostre decisioni. Ogni algoritmo che ci suggerisce cosa guardare, acquistare o leggere è progettato per massimizzare il nostro coinvolgimento, sfrutta le nostre vulnerabilità cognitive, emotive e sociali.

Notifiche, colori accattivanti e messaggi che creano urgenza sono studiati per catturare la nostra attenzione e mantenerci immersi in un flusso costante di stimoli.

Però il vero problema non è la tecnologia in sé, ma le scelte di chi la controlla e la diffonde.

Scelte che privilegiano sistematicamente il profitto e il controllo invece del potenziamento dell’autonomia personale, quella stessa autonomia che dovrebbe essere alla base del “libero mercato” tanto decantato.

Ed ecco che il “libero mercato” diventa una facciata retorica per giustificare pratiche che di fatto creano consumatori orientati sin dal momento che accedono ad una piattaforma, con uno spazio di libertà limitato che però sembra immenso e senza confini.

È come se il sistema celebrasse la libertà mentre lavora metodicamente per limitarla, un cortocircuito logico che rivela come certi valori vengano invocati proprio mentre vengono traditi.

Le mappe segrete dell’autostoppista digitale

A questo punto Il Franti si anima ancora di più, e mentre parla sembra quasi trasformarsi davanti agli occhi degli altri autostoppisti. Non fisicamente, ma nel modo di esprimersi: ora usa il gergo di una giovane hacker, ora la saggezza di un veterano dell’open source, ora l’entusiasmo di una teenager che ha appena scoperto Linux.

È come se avesse assorbito pezzi di personalità da ogni persona che ha incontrato nella sua lunga carriera di autostoppista digitale, una simbiosi multigenerazionale fatta di conoscenze condivise, un collettivo di esperienze che lo rendono una sorta di custode moderno della libertà digitale.

Ma non siamo spacciati, dice sorridendo.

Esistono strade alternative, solo che nessuno ve le racconta.

Fa una pausa, guardando i volti attenti del gruppo raccolto attorno al furgone.

Vedete, vi ho parlato di come le piattaforme ci manipolano e ci controllano.

Ma la prima cosa da capire è che tutto questo controllo passa attraverso il software che usate ogni giorno. Il vostro sistema operativo, il browser, le app: sono loro che decidono cosa vedete, come lo vedete, e soprattutto cosa sanno di voi.

Si ferma un momento, lasciando che il concetto si sedimenti. Ecco perché dobbiamo partire dalle fondamenta: il software.

Ora, se il problema è che il software ci controlla invece di servirci, qual è la soluzione?

Semplice: usare software di cui possiamo vedere e verificare il funzionamento.

Software trasparente, modificabile, non controllato da una singola azienda che ha i suoi interessi commerciali.

Guarda i volti attenti: Ed è qui che entra in gioco il mondo del software aperto.
Ma attenzione, alza l’indice in segno di avvertimento, molti si confondono: non tutto quello che chiamiamo open source è la stessa cosa. C’è una distinzione fondamentale che pochi conoscono.

Da una parte abbiamo il software libero, e qui libero non significa gratis, significa libertà. È un movimento che nasce negli anni ’80 con Richard Stallman e la Free Software Foundation. Per loro, il software libero deve garantire quattro libertà fondamentali all’utente: eseguire il programma, studiare come funziona, modificarlo secondo i propri bisogni, e ridistribuirlo per aiutare altri.

È una questione etica, di diritti digitali.

Il Franti fa una pausa, poi continua: dall’altra parte c’è il movimento open source, nato negli anni ’90. Stesso codice accessibile, ma approccio diverso: si concentra più sui vantaggi pratici, sviluppo collaborativo, maggiore sicurezza, innovazione rapida. Meno ideologia, più pragmatismo. Possono anche vendere il software compilato, purché il codice sorgente rimanga disponibile.

Una ragazza del gruppo chiede: ma in pratica cambia qualcosa per noi”

Ecco il punto, risponde Il Franti. Stallman direbbe che open source è solo una metodologia di sviluppo, mentre software libero è un movimento sociale per i diritti digitali. Ma per noi autostoppisti digitali, l’importante è questo: entrambi ci offrono alternative trasparenti ai sistemi proprietari.

Si appoggia meglio al furgone e continua: partiamo dai sistemi operativi.

Linux invece di Windows, e qui macOS di Apple, pur essendo basato su Unix e quindi più rispettoso della sicurezza e privacy, vedi le privacy label, rispetto a Windows, rimane comunque un sistema chiuso controllato da una singola azienda.

Con Linux avete distribuzioni come Ubuntu, Fedora, Debian… tutte trasparenti, verificabili, senza telemetria nascosta che spedisce, ovviamente con vostro permesso, i vostri dati a Redmond, o Cupertino, ogni cinque minuti.

Un altro giovane a quel punto alza la mano e chiede, ma le chat, i browser e le varie app? che alternative abbiamo e cosa dobbiamo fare?

Il Franti alza una mano per fermarlo: aspetta, aspetta.

Prima di buttarci sui singoli strumenti, facciamo un passo indietro.

Si siede meglio sul paraurti e guarda tutto il gruppo: ragazzi, vi sto evidenziando alcuni tasselli importanti, ma dovete approfondire da soli, dopo vi darò dettagli e indicazioni.

Ma prima di concentrarci sugli strumenti specifici, concentriamoci sugli scopi: perché e come usiamo questi strumenti?

Fa una pausa significativa, guardando i volti attenti:

Pensateci bene, questo nostro incontro qui, in questa piazzola, attorno a questo furgone, è infinitamente più potente di qualsiasi chat che avremmo potuto fare virtualmente. Qui ci guardiamo negli occhi, condividiamo, sentiamo e proviamo emozioni, c’è fiducia.

Un momento di silenzio, poi continua: La domanda non è quale browser usare, ma perché sto navigando online?’Non è ‘quale VPN scegliere, ma cosa sto davvero proteggendo e da chi?

Solo quando abbiamo chiaro lo scopo, gli strumenti diventano alleati invece che padroni.

L’atmosfera si fa più seria.

Ma qui entra in gioco la regola d’oro che ogni autostoppista digitale deve memorizzare, continua Il Franti alzando un dito.

Se un’applicazione, un servizio, una piattaforma è completamente gratuita, allora il prodotto siamo noi. Quello che facciamo, i dati che condividiamo, le nostre abitudini, le nostre relazioni: tutto questo è esattamente il prezzo che paghiamo per quell’uso ‘gratuito’ che pensiamo di avere. Non esistono pasti gratis nell’economia digitale.

La vera questione, conclude Il Franti guardando tutti negli occhi, non sono solo gli strumenti. È capire che tutto questo fa parte di un processo molto più grande.

Fa una pausa, poi tira fuori un pezzo di carta dal taschino. Ma per chi vuole approfondire, ecco le vostre fonti. Non prendetele da me, andatevele a cercare.

Inizia a scrivere con una penna: Primo, stallman.org , il sito di Richard Stallman stesso, dove trovate tutta la filosofia del software libero. Poi fsf.org, la Free Software Foundation. Per questioni legali e diritti digitali, eff.org Electronic Frontier Foundation, hanno una lunga storia ed esperienze alle spalle.

Alza gli occhi dal foglio: “In Europa abbiamo European Digital Rights, EDRi.org, e Privacy International. Per strumenti pratici, il Tor Project e la Mozilla Foundation. E se volete guide pratiche aggiornate, cercate siti come privacyguides.org.

Piega il foglio e lo porge alla ragazza con lo zaino: “Dividetevelo, fotocopiatelo, condividetelo.

Ma soprattutto: quello che vi sto dando sono solo i primi passi. Io vi abilito a cercare, a essere curiosi, a comprendere. Prendete queste informazioni, elaborate la conoscenza, ampliatela, fatela vostra. E poi tornate a raccontarmela, perché così anche voi mi insegnerete delle cose che io non so ancora.

Il Franti sorride con calore: Vedete, questo è il bello della comunità del software libero: ognuno contribuisce con quello che sa, ognuno impara da tutti gli altri. Non ci sono maestri e allievi fissi, siamo tutti studenti e insegnanti allo stesso tempo.

Il Franti si ferma un momento, guardando il suo furgone con un sorriso un po’ imbarazzato. Vi confesso una cosa, dice grattandosi la testa. Nel mio furgone ho un rack con i miei server dove tengo tutto, mail, file, backup. Il mio cloud personale, insomma. Ne parleremo meglio dopo, ma ecco il punto: sapete, il tema delle dipendenze è generale. Quanto posso fare realmente da solo? Sono totalmente indipendente da terzi?

Scuote la testa: Ovvio che no. Da soli non si fa nulla, ho bisogno di fornitori di connettività, di energia elettrica, di hardware che qualcun altro produce.

Però nella società attuale ove il digitale è onnipresente, il potere dei “padroni del web” incide molto più direttamente sulle nostre libertà e scelte personali.

Ricordiamocelo sempre: la differenza tra dipendere da un fornitore di energia elettrica e dipendere da Google è che il primo mi vende elettroni, il secondo vuole comprare la mia anima.

Sorride guardando i pannelli solari sul tetto del suo van: certo, dotandomi di pannelli solari e batterie, una certa indipendenza energetica potrei averla.

Ed è già qualcosa.

Poi il suo volto si fa più serio: ma ora dobbiamo fare un passo indietro molto più grande.

Tutto quello di cui vi ho parlato, il controllo digitale, le dipendenze tecnologiche, la necessità di software libero, non nasce dal nulla. È il capitolo più recente di una storia lunga secoli.

La meccanizzazione progressiva dell’umano

Il Franti si siede a gambe incrociate per terra davanti al gruppo. Il suo volto assume un’espressione più seria, quasi solenne, come se stesse per condividere qualcosa di particolarmente importante.

Prima di iniziare questo discorso sulla meccanizzazione progressiva dell’essere umano, dice con una voce che sembra contenere echi di saggezza antica, facciamo tutti insieme un gran respiro. 

Quello di cui sto per parlare, la meccanizzazione progressiva dell’essere umano, è un tema che può colpire duro.

Facciamo qualche esercizio di respirazione, così ci prepariamo e ci togliamo qualche corazza che ancora abbiamo, spegniamo gli smartphone.

Chiude gli occhi per qualche secondo, poi li riapre guardando ogni persona del gruppo. Inspirate profondamente… trattenete… ed espirate lentamente.

Il silenzio si fa denso attorno al furgone. Ogni autostoppista sa che sta per iniziare la parte più importante del viaggio: conoscere come siamo arrivati fin qui.

(Fine seconda parte)


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Massimo V.A. Manzari
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