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Cover Stories - Temi di riflessione

Autostoppisti #17 Il paradosso dell’invisibile

Autostoppisti digitali sosta #4

Il paradosso dell’invisibilità tecnologica e la storia del telaio Jacquard per svelare la meccanizzazione dell’uomo


Nella puntata precedente: Il Franti ha ripreso i temi fondamentali: l’intelligenza artificiale non esiste, sono computer programmati da terzi. L’Anonimo fiorentino ha declamato la poesia “Macchine” conglomerati di insufficienze artificiali. Il Franti ha lasciato il gruppo con una promessa: “Ci vediamo domani che mettiamo insieme il tutto e così poi ognuno parte per le proprie direzioni, con il Manifesto firmato da tutti noi.”


È il giorno dopo. Il sole è già alto quando il gruppo si ritrova al punto di ristoro. La costellazione di Orione, che ieri sera accompagnava l’uscita del Franti, ha lasciato il posto a un cielo terso.

Il Franti è già lì, seduto a un tavolo. Ha un foglio in mano, fitto di appunti.

«Eccovi,» dice alzandosi. «Ieri sera la ragazza con la giacca verde ha detto una cosa importante: “La forchetta non pensa al posto tuo. Il ChatBot sì, se glielo lasci fare.” Oggi partiamo da lì.»

Si guarda intorno, conta i presenti:

«Prima di arrivare al Manifesto, però, devo dirvi qualcosa. Vi ho promesso alternative concrete, mappe dei sentieri di montagna. E ve le darò. Ma guardiamoci in faccia un momento.»

Indica il gruppo attorno a sé:

«Questo incontro, qui, adesso noi che ci parliamo, che ci guardiamo negli occhi è già l’alternativa più potente che esista. Sapete cosa mi viene in mente? I concerti da camera dei secoli passati. Piccoli gruppi che si ritrovavano per ascoltare musica, discutere, pensare. Niente schermi, niente algoritmi. Solo esseri umani che scelgono di stare insieme.»

«Dalle autostrade digitali agli incontri fisici: questa è la vera rivoluzione. Trasformare il digitale in un’agenzia d’incontri, ma per trovarsi fisicamente, scambiare idee e merci, creare insieme, essere artisti sulla strada.»

«Ma prima, facciamo un ripasso veloce. Perché chi è appena arrivato deve capire da dove veniamo.»

La ragazza con la giacca verde alza la mano: «Posso provare io?»

«Prego,» dice Il Franti con un cenno di assenso.

Lei si schiarisce la voce e inizia:

«Siamo partiti dalla conoscenza codificata che non basta più, l’esperienza dei veterani che vale oro, il bivio tra automazione e potenziamento, il presente-futuro che è già qui, il paradosso del prezzo dove i posti diminuiscono ma i salari restano uguali, e infine la saggezza che non si scarica.»

Il Franti annuisce soddisfatto.

«Poi abbiamo scoperto di essere diventati il carburante del camion digitale,» continua lei. «Prosumer inconsapevoli. Produttori-consumatori-imprenditori che lavorano gratis per arricchire altri. Miniere a cielo aperto, completamente incustodite.»

«E poi?» la incalza Il Franti.

«Abbiamo evidenziato i meccanismi: la subscription economy, il rentier capitalism, il lock-in in tutte le sue forme, tecnologico, sociale, economico, cognitivo, ecosistemico. Abbiamo conosciuto Ellul e il suo “sistema tecnico”. Abbiamo scoperto che paghiamo in soldi E in dati, e che stanno per cambiare le regole del gioco col GDPR.»

«Brava. E ieri abbiamo imparato la lezione della forchetta: lo strumento non è un’appendice permanente. Si usa quando serve. Si posa quando non serve. Si ha sempre un piano B.»

Guarda il gruppo con intensità:

«Ora siete pronti per le mappe. Ma prima…»

Il Franti si ferma, come colto da un pensiero improvviso. Fruga nella sua borsa e ne estrae un vecchio libro con la copertina consumata.

«Prima di darvi le mappe, devo raccontarvi una storia. Una storia che inizia oltre duecento anni fa, ma che spiega tutto quello che stiamo vivendo oggi.»


La storia del telaio Jacquard

Il Franti si siede a gambe incrociate sul divanetto abbandonato, il libro sulle ginocchia. Il gruppo si avvicina, formando un cerchio attorno a lui.

«Nel 1804,» inizia Il Franti con voce da cantastorie, «un uomo di nome Joseph Marie Jacquard brevettò un telaio che avrebbe cambiato per sempre il rapporto tra uomo e macchina.»

Apre il libro e mostra un’illustrazione antica:

«Quel dispositivo utilizzava “schede perforate” per controllare automaticamente il sollevamento dei fili di ordito. Per la prima volta nella storia, un sistema binario primitivo, la presenza o assenza di un foro – permetteva di creare tessuti con disegni complessi senza l’intervento continuo di un operatore umano.»

Fa una pausa, lasciando che il concetto si sedimenti.

«Ogni scheda era una riga di istruzioni. Ogni perforazione una decisione già presa. La macchina eseguiva, l’artigiano osservava. Vi ricorda qualcosa?»

Il ragazzo con la giacca blu interviene: «I computer?»

«Esatto!» esclama Il Franti. «Ma Jacquard non inventò dal nulla. La sua innovazione fu il culmine di settant’anni di sperimentazione. Nel 1725, Basile Bouchon a Lione aveva introdotto la prima striscia di carta perforata per controllare il telaio. Nel 1728, Jean-Baptiste Falcon sostituì il nastro continuo con cartoncini modulari separati, rendendo le istruzioni rimovibili e riordinabili. Jacques de Vaucanson, tra il 1740 e il 1745, spinse ulteriormente l’automazione.

Il Franti alza il libro:

«Jacquard assemblò e perfezionò queste soluzioni, ma la storia “ufficiale” dimenticò i predecessori. Come scrisse Sigfried Giedion, quello de “L’era della meccanizzazione” che vi avevo già citato, questo è il paradigma della modernità: processi collettivi, progressivi, anonimi diventano brevetti, nomi e proprietà privata.»

La ragazza con lo zaino arancione chiede: «Ma cosa c’entra con noi, con l’intelligenza artificiale?»

Il Franti sorride: «Tutto. La carta perforata inaugurava un nuovo tipo di potere: quello di chi controlla il codice, più che di chi possiede l’abilità. È il primo esempio di “codice senza autore”, uno schema che si ripete oggi con i Large Language Model.»


Il paradosso dell’invisibilità

Si alza, inizia a camminare avanti e indietro come fa sempre quando il discorso si fa importante:

«Oltre due secoli dopo, ci troviamo a un punto di svolta simile e insieme radicalmente diverso. Gli assistenti basati su intelligenza artificiale, Claude, ChatGPT, Gemini, Grok, DeepSeek, non si limitano più a eseguire istruzioni codificate in schede perforate o in righe di codice deterministico. Elaborano pattern, correlano dati, estrapolano tendenze attraverso reti neurali di complessità inimmaginabile per i pionieri dell’era industriale.»

«Sono diventati “i nuovi oracoli del sapere”, capaci di generare in ore ciò che richiedeva settimane di analisi.»

La donna con i capelli grigi interviene: «Ma sono tutti uguali? Tutti americani?»

Il Franti scuote la testa: «No, e qui viene il bello. Dietro questi nomi si nasconde una competizione geopolitica. Se ChatGPT è stato lo “Sputnik americano”, DeepSeek è stato “l’allunaggio cinese”. La corsa all’intelligenza artificiale è ormai un duopolio tra due sistemi politici che plasmano gli strumenti cognitivi di miliardi di persone.»

Si ferma al centro del gruppo, lo sguardo si fa più intenso:

«Ed ecco che emerge il paradosso centrale del nostro tempo: mentre la tecnologia diventa sempre più potente, rischia di diventare anche sempre più invisibile. Non nel senso fisico, ma nel senso cognitivo.»

«Il telaio Jacquard rendeva visibile il processo: le schede perforate erano tangibili, l’automazione era comprensibile, il rapporto tra input e output era trasparente. Potevi toccare le schede, contare i fori, capire cosa stava succedendo.»

Fa una pausa drammatica:

«I moderni Large Language Model, invece, operano come scatole nere. Promettono amplificazione dell’intelligenza, ma nascondono gli scopi e le priorità di chi li ha creati, i pregiudizi del loro addestramento, le visioni specifiche di “conoscenza” che incarnano.»


La meccanizzazione dell’uomo

Il Franti fa qualche passo, poi si ferma di colpo e guarda il gruppo con un’intensità nuova:

«Ma capite cosa significa tutto questo? Stiamo parlando di meccanizzazione dell’uomo attraverso strumenti costruiti da altri uomini, il cui codice rappresenta il potere di coloro che lo detengono.»

Alza il suo smartphone:

«Se ci pensate, con i nostri cellulari e computer, in realtà noi siamo degli umili operatori: non possiamo fare altro che utilizzare quanto altri ci hanno dato. Non programmiamo, eseguiamo. Non decidiamo, scegliamo tra opzioni predefinite. Non creiamo il gioco, giochiamo secondo regole scritte da altri.»

La ragazza con la giacca verde interviene pensierosa: «Come gli operai al telaio Jacquard…»

«Esatto!» esclama Il Franti. «L’intelligenza artificiale è fatta di tecniche di programmazione; dietro ci sono dei computer. Tutto ciò che vediamo intorno a noi è una meccanizzazione di processi e attività iniziata sin dai primi tempi della rivoluzione industriale.»

Si siede di nuovo, il tono diventa più riflessivo:

«Ricordate quando vi parlavo di Giedion e della sua “Era della meccanizzazione”? Di Ellul e del “sistema tecnico”? Ecco, non erano teorie astratte. Erano descrizioni precise di quello che stiamo vivendo oggi. La differenza è che ora la meccanizzazione non riguarda solo il lavoro manuale. Riguarda il pensiero stesso.»

Fa una pausa significativa:

«Ma, e questo è il punto cruciale, riconoscere di essere operatori non significa arrendersi. Significa capire la partita. E una volta che capisci la partita, puoi scegliere se giocarla secondo le regole di altri, o se cercare altri giochi con regole diverse.»

Una voce dal gruppo chiede: «Quindi non dobbiamo usarli?»

Il Franti scuote la testa con energia: «No! Ricordate la lezione della forchetta? Lo strumento si usa quando serve. Il problema non è usare l’IA, è usarla senza sapere cosa c’è dentro. È come mangiare un piatto senza sapere gli ingredienti, può andare bene, ma se sei allergico a qualcosa, rischi grosso.»

**«Ecco perché vi ho raccontato questa storia. Perché le alternative non sono solo “software diversi”, ma sono strumenti trasparenti, verificabili, controllabili.

Sono il ritorno alle schede perforate che puoi toccare e contare, in senso metaforico, ovviamente, e sopratutto pensando sempre alla propria autonomia di pensiero ed operativa. Se non ho la forchetta, ma ho il cibo, di sicuro mangio.»**

Posa il libro sul tavolo:

«Il software libero è una risposta al paradosso dell’invisibilità. Codice che puoi leggere, studiare, modificare. Comunità che discutono pubblicamente le scelte. Trasparenza invece di scatole nere.»

«Certo, non tutti siamo programmatori. Ma guidiamo automobili senza essere meccanici: non sappiamo come funziona il motore, però abbiamo garanzie verificabili, revisioni, standard di sicurezza, responsabilità del costruttore. E soprattuto scegliamo l’auto, lo strumento, secondo nostre necessità. Col software libero è lo stesso: non devi leggere il codice tu, basta sapere che qualcuno può farlo. E lo fa»**

(Continua)

Le puntate precedenti > Autostoppisti #16 Riprendersi il pensiero Autostoppisti #10 Intelligenza e le parole che ci ingannano Autostoppisti #11 Intelligenza e il marketing delle parole

Il testo di Sigfried Giedion “L’era Della Meccanizzazione” 1948, Milano 1967″

Il telaio Jacquard


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Massimo V.A. Manzari
Knowledge broker (mediatore conoscenza) e membro del team ideativo di Il Franti.
Massimo V.A. Manzari
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Massimo V.A. Manzari

Knowledge broker e membro del team ideativo di Il Franti. — <a href="https://www.massimomanzari.it">Sito personale</a>