Dove Il Franti conversa sull’autonomia del pensiero
Nella puntata precedente: Il Franti ha ripreso il tema fondamentali: l’intelligenza artificiale non esiste, sono computer programmati da terzi, la metafora della “forchetta che comanda” e la dipendenza che addormenta ci sta rendendo incapaci di pensare da soli…
“Come evitare?” La domanda posta da Il Franti risuona nella sala.
Nel frattempo, uno dei presenti si alza e ad alta voce dice: “Scusatemi…”
Tutti si girano verso di lui. In un primo momento i presenti pensano che sia Mezzosangue, perché ha un passamontagna sul viso. Tutti si ricordano di quando Il Franti parlò della musica del dissenso, e chissà perché il pensiero di averlo tra il pubblico forse aleggiava, e sembrava realizzarsi con quella apparizione.
Quel pensiero era passato anche nella mente di colui che aveva attirato l’attenzione di tutti. “Tranquilli, sono un anonimo fiorentino, da qui il passamontagna. Tutto ciò che ha detto Il Franti mi ha ispirato una poesia che vorrei leggervi…”
Subito lancia uno sguardo verso i presenti, in cerca di un assenso.
Il Franti interviene: ”Certo, leggi pure. Anzi, un intermezzo artistico è sempre ben accetto.”
L’Anonimo fiorentino si pone al centro del gruppo radunato attorno al furgone e, con voce ferma e armoniosa, annuncia: “La poesia si intitola Macchine.”
Un breve schiarimento di voce poi inizia a declamare:
Macchine di morte
Sistemi del passato.
Il nulla in divenire.
Nessun vivente
Attimi congelati
Cimiteri di dati che parlano
conglomerati di insufficienze artificiali.
Il silenzio pervade la piazzola. Poi parte un applauso generale, spontaneo, senza alcun coordinamento. L’Anonimo fiorentino ha gli occhi lucidi dietro il passamontagna. È contento.
Il Franti annuisce lentamente, poi dice: “Grazie mio caro Anonimo fiorentino. Questa emozione, questi occhi lucidi, questo applauso spontaneo, tutto questo è vita. Roba che non si scarica, non si aggiorna, non richiede abbonamento.”
L’Anonimo fiorentino torna verso il posto che occupava in precedenza, nel dirigersi verso la sua sedia raccoglie pacche sulle spalle e sorrisi, si siede e beve un sorso d’acqua, è contento.
Il Franti cammina verso di lui, si pone in fianco e tira fuori un foglio dalla tasca “Prima di leggervi quello che ho scritto, e che mi ero preparato, vi dico che la poesia ha creato una interruzione utile, pensiamoci.” Prende fiato e riparte ” siamo vivi, questo è il punto, gli oggetti digitali che abbiamo nelle tasche e sulle scrivanie sono tutto tranne che organismi viventi, sono simulacri, totem, amuleti, computer o qualsiasi altro aggettivo che ritenete utile per riconoscerli. “conglomerati di insufficienze artificiali” come li ha nominati prima il nostro amico.”
“Ora, visto che la serata volge al termine” disse Il Franti, ”prima vi condivido una sintesi. Così domani ci vediamo, mettiamo insieme il tutto e chissà, ci facciamo un Manifesto degli Autostoppisti Digitali aggiornato, che dite?”
Nella sala l’assenso è ben esplicito, è fatto di sguardi, di segni di assenso e Il Franti prende in mano il foglio di appunti e continua “ Sono ingredienti, non ricette ricordatevelo.”
Ed inizia a leggere i suoi appunti “Quando un chatbot ci dà una risposta, ci interroghiamo sulla veridicità della risposta? Verifichiamo con fonti indipendenti, libri, articoli, persone reali o fiducia incondizionata? Ricordiamoci: è un computer programmato, non un oracolo. E quando sbaglia non sono “allucinazioni”, sono errori di calcolo. “
Una breve pausa per dare il tempo di prendere nota e riparte
“Se un chatbot ci scrive un testo e lo usiamo così com’è, abbiamo fatto nostro il contenuto? Proviamo a riscriverlo completamente con parole nostre. Non editing, proprio riscrittura. È un esercizio potente per capire quanto abbiamo delegato e fatto nostro ciò che non è.”
Un’altra pausa e poi
“Facciamoci questa domanda: senza questo chatbot che sto usando, potrei creare ugualmente quanto ho fatto? Se la risposta è no, riflettiamo. Provate a rifare da zero, senza AI, l’ultimo lavoro che avete fatto con l’AI. Ci riuscite ancora? Questa è la misura della vostra autonomia residua.”
La pausa diventa più lunga, il silenzio aleggia nella sala, passano un paio di minuti e Il Franti riprende” Abbiamo notato che i chatbot tendono a darci risposte che ci soddisfino, che confermano i nostri pregiudizi e aspettative? Cerchiamo attivamente opinioni diverse. Leggiamo chi la pensa diversamente. Parliamo con chi dissente. Il pensiero critico si nutre di contraddittorio.”
Un’altra pausa e “ Prima di chiedere al chatbot, prendiamoci dieci minuti per pensare noi alla questione. Scriviamo i nostri pensieri su carta. Poi confrontiamoli con la risposta data dal chatbot. Scopriremo che il nostro pensiero è più ricco, più umano. Perché è nostro, ed è vivo”
Il viso del Il Franti di colpo si illumina con un sorriso ed esclama ” Uè raga… pensavo alla poesia di prima, ma mica ci ridurremo a fare moderne sedute spiritiche con macchine morte seduti nelle nostre stanzette? Dove anziché muoversi il bicchierino si agita un prompt..”
Una risata fragorosa , liberatoria si alza nella sala, Il Franti riprende
“So che la serata è stata pesante, Il Franti si avvia verso l’uscita del salone, poi si ferma e si volta: “Ricordate: la comodità intellettuale è il lock-in più pericoloso di tutti. Perché quando smetti di pensare, smetti di essere libero. Anche se hai tutti gli strumenti open source del mondo. Anche se la forchetta è la più etica e rispettosa del mercato, sei schiavo lo stesso.”
Mette il foglio che aveva ancora tra le mani in tasca, e lanciando lo sguardo verso i presenti ” ci vediamo domani che mettiamo insieme il tutto e così poi ognuno parte per le proprie direzioni, con il Manifesto firmato da tutti noi”
Esce dal salone e si avvia verso l’uscita del punto di ristoro. La costellazione di Orione si staglia nel cielo. Chissà, sarà un segno?
Piano piano il salone si svuota. Alcuni sono ancora seduti ai tavoli. Qualcuno ha già aperto il taccuino e sta rileggendo le tracce. Altri discutono animatamente.
Un ragazzo giovane, forse diciassettenne, dice ad alta voce: “Ma allora un ChatBot è come una forchetta?”
La ragazza con la giacca verde risponde sorridendo: “No. È peggio. La forchetta non pensa al posto tuo. Il ChatBot sì, se glielo lasci fare. E quando glielo lasci fare, il tuo braccio diventa inerme, ma anche la tua mente”
(Continua)
La puntata precedente Autostoppisti #15 La dipendenza…
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