Nell’articolo “L’AI fa la spia su chi la usa” (Il Franti, 2 novembre 2026)(1), Ennio Martignago arriva a una conclusione che merita di essere presa sul serio, il watermark sull’uso dell’intelligenza artificiale, presentato come conquista di trasparenza, somiglia molto più a una autocensura imposta che a un diritto del lettore. E lo dice chi si autodenuncia come utilizzatore sistematico di questi strumenti, descrivendo nel dettaglio il proprio mestiere, più modelli chiamati in causa, testi fatti riscrivere l’uno dall’altro, sintesi delle sintesi, immagini selezionate, video generati da un riassunto del PDF dell’articolo. Se tutto ciò andasse dichiarato, la nota di confessione sarebbe più lunga dell’articolo stesso. Domandiamoci allora cosa si vuole davvero rendere visibile, e perché adesso.
Il sogno di Diderot, con la fattura apposta
Chi sviluppa questi sistemi, a cominciare da Anthropic, ha cominciato a marcare i contenuti prodotti con l’assistenza della macchina. Ufficialmente si tratta di trasparenza. Ma proviamo a guardare la cosa da un’altra angolatura, non è che si tratta di costruire una grande enciclopedia del sapere umano, validata, tracciata, attribuita?
È il vecchio sogno di Diderot e D’Alembert, l’Encyclopédie che raccoglie e ordina tutto lo scibile. Con una differenza sostanziale, nel progetto di Diderot il sapere veniva liberato, qui viene marcato. Ogni frammento porta con sé la memoria della propria creazione, come un marchio di fabbrica che non serve a celebrare l’autore, ma a classificarlo.
Non è necessariamente un male, in sé. Domandarsi da dove arriva una affermazione è una buona pratica. Il punto è un altro, perché questa pratica si applica solo adesso, e solo ad alcuni?
Ognuno di noi mette insieme testimoni di conoscenza
Nessuno scrive da solo, e non lo è mai stato. Chi scrive ha letto altri libri, ha studiato, ha parlato con persone, ha ascoltato trasmissioni, ha copiato (nel senso buono della parola) da chi prima di lui ha scritto meglio, o è stato ispirato da fonti divine. Ogni testo è un testimone che passa di mano. La macchina nella sua freddezza ha solo aggiunto un testimone nuovo, più veloce e con una memoria più larga dei nostri scaffali ed incontri.
Lo capiamo benissimo guardando alla musica. Il campionatore non ha inventato la prassi, l’ha resa lampante, i disc jockey dei primissimi anni settanta tagliavano nastri, i turnisti delle incisioni italiani hanno suonato in dischi che portano la firma di uno solo, i produttore esecutivi e gli arrangiatori hanno trasformato un fischio in un’orchestra. E l’industria del disco, da decenni, accompagna i dischi di note interne dove si dichiara tutto: chi ha scritto, chi ha suonato, chi ha prodotto, chi ha campionato chi. Il cinema da sempre chiude i titoli di coda con un lungo elenco di riconoscimenti.
Queste dichiarazioni esistono, ed è bene che esistano. Ma attenzione, esistono come informazione, non come confessione. Nessuno le ha mai chiamate watermark.
Nessun artista è stato costretto a un sigillo che dica “qui c’è meno autore di quanto sembri”. L’informazione era data, il lettore o l’ascoltatore se la faceva sue. Il sigillo invece non informa, condiziona prima della lettura. Ti dice come intendere il testo prima che tu l’abbia letto. È una differenza di natura, non di grado.
Il paradosso della macchina da scrivere
Prendiamo ora la logica del sigillo e portiamola alle sue conseguenze, con la freddezza che merita.
Se scrivo un articolo al computer, devo dichiarare alla fine con che computer l’ho scritto? Un Mac, un PC assemblato, un modello uscito cinque anni fa? Dovrei aggiungere il programma di scrittura, la versione, il correttore ortografico? Perché il correttore, quando corregge, sta scrivendo lui una parte del testo. E il correttore grammaticale che ristruttura una frase? E il suggerimento automatico che completa la parola? E il motore di ricerca che mi ha mostrato dieci fonti invece di altre diecimila, orientando ciò che ho saputo e ciò che non ho mai visto? E la biblioteca nella quale ho trovato i libri che mi hanno ispirato? O l’amico che mi ha stimolato nella ricerca e nella scrittura? Piuttosto che il fatto di cronaca?
Se la catena causale dell’atto di scrivere va dichiarata, la dichiarazione è infinita. Se invece dichiariamo solo l’ultimo anello, quello che s’infila dentro una finestra di browser, stiamo facendo una scelta arbitraria e mascherata da rigore morale. L’arbitrarietà ha una ragione economica evidente, l’anello finale è di proprietà di qualcuno, e quel qualcuno ha tutto l’interesse a posizionarsi come il confine tra il legittimo e il truffaldino. Il correttore ortografico era uno strumento. Il modello linguistico è una spia. Non perché il funzionamento sia diverso, ma perché il modello chi lo vende ha interesse a farlo considerare diverso da uno strumento dei tanti.
Nulla di nuovo, ripetono
E infatti nell’articolo da cui siamo partiti si ha ragione a dire che, nel merito, non accade nulla di nuovo. L’esempio più comodo è quello dei best seller firmati da una persona e scritti da uno staff che non compare in copertina. Ma anche lo scienziato che firma l’articolo preparato dai suoi dottorandi, il dirigente con il collaboratore che butta giù la relazione, il politico e il suo staff che scrive i discorsi. Nessuno di loro ha mai indossato un sigillo. La società ha convissuto da sempre con la distribuzione invisibile del lavoro espressivo, e se mai se n’è lamentata, l’ha fatto senza pretendere marchi sui libri, anche se in alcuni casi era un problema sicuramente etico.
L’unica cosa realmente nuova nella situazione attuale non è che lo scrittore usi aiuti. È chi possiede gli aiuti, e quanto costano, e quanta parte del processo di scrittura può assorbire prima che il testimone si trasformi in sostituto. Su questo vale la pena riflettere. Il sigillo, invece, non ci parla di questo. Il sigillo sposta lo sguardo sul singolo utilizzatore, come se il problema fosse la sua onestà, e mentre lo guardiamo diffidente chi possiede gli strumenti continua a consolidare la grande enciclopedia, un marchio alla volta.
Il sigillo come letto di Procuste
Ovvero un meccanismo che costringe la realtà a conformarsi a una misura prestabilita, tagliando via tutto ciò che è troppo complesso o fuori schema per farlo rientrare nel raggio d’azione della norma. C’è un dettaglio che tutto questo lascia in ombra, e vale la pena guardarlo fisso. L’obbligo di marcatura non nasce da una bontà del cuore di Anthropic, arriva dall’AI Act, il regolamento europeo che impone di dichiarare i contenuti artificiali. Le aziende non si stanno autoflagellando, ma stanno eseguendo una prescrizione. E qui la faccenda si fa più interessante, perché quando lo Stato chiede al fornitore di timbrare il prodotto, il fornitore ottiene qualcosa in cambio che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe comprare, ovvero il monopolio del timbro. Chi marca decide cosa è vero.
È una posizione che nel Medioevo si chiamava ufficio delle indulgenze, e che oggi si chiama compliance.
E poi c’è il paradosso della memoria della macchina, che la retorica della trasparenza non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Claude, e non solo quel sistema, ha “mangiato” tonnellate di testi, libri, ricerche, articoli, forum, lettere, diari e le nostre conversazioni. Ogni frase che restituisce è un riutilizzo, per quanto trasformato. Se la dichiarazione della catena causale fosse presa sul serio, dovremmo appendere al testo un elenco infinito di autori, saggisti, romanzieri, ricercatori, i post di migliaia di anonimi, il giornalista pagato a riga, il traduttore, chi ha digitalizzato le biblioteche e chissà che altro ancora. Un’opera attribuita a tutti sarebbe attribuita a nessuno. Allora il timbro non elenca, azzera. Dice “qui l’autore è la macchina”, cioè dice una menzogna comoda, perché la macchina non incassa diritti d’autore e non chiede la rettifica.
Resta il punto più delicato.
Hollywood inventa ciò che non esiste da un secolo, e nessuno la marca per questo, uscendo dal cinema sappiamo distinguere lo spettacolo dal mondo, e se non lo facciamo il problema è nostro, non del cartello. Perché allora adesso gli “abbagli”, i contenuti artificiali che possiamo scambiare per veri, sono diventati un’emergenza da sigillare? Cosa si nasconde dietro a questi abbagli, oltre all’ovvia disattenzione di chi guarda? Forse che il timbro non serve a proteggere la vista, serve a spostare la questione dal giudizio alla verifica del marchio?
Non “cosa ho davanti e come lo argomento”, ma “cosa dice l’etichetta”. Siamo arrivati al punto in cui il vero e il falso sono soltanto ciò che qualcuno ha interesse a marcare come tale? Se nel supermercato l’etichetta ha già iniziato a sostituire il nostro senso critico, nell’era dell’IA il processo compie un salto micidiale, passa dal controllo di ciò che mangiamo al controllo di ciò che pensiamo. Non contano più i fatti, ma il marchio. Il vero e il falso diventano soltanto ciò che qualcuno ha interesse a certificare come tale(2).
Non è una domanda retorica, e la risposta non ce la può dare né l’azienda né il regolamento.
Ce la può dare solo chi legge, perchè se la tua fiducia in un testo dipende dal timbro appresso invece che dal ragionamento dentro, non è che forse qualcuno ha già vinto?
La vera operazione da smontare non è il contenuto artificiale, che è spettacolo come il cinema, e lo spettacolo si guarda sapendo che lo è, ma l’idea che esista un’autorità autorizzata a dire dove finisce l’invenzione e dove comincia il mondo. Quell’autorità non esiste da sempre. Sta solo cercando di nascere adesso, e la si chiama con il nome più innocente possibile: trasparenza.
Hollywood in ogni tasca
C’è un dettaglio che finora è rimasto in disparte, ed è la promessa che accompagna il timbro. Gli stessi soggetti che marcano i contenuti artificiali, spesso perché un regolamento europeo glielo impone, ci vendono con l’altra mano l’annuncio opposto.
Con questi strumenti chiunque può fare cinema, musica, libri, immagini. Hollywood possibile per tutti, senza capitali, senza studi, senza chiedere il permesso a nessuno. La distruzione delle barriere all’ingresso presentata come atto democratico. Zero distanza da ciò che desidero e posso realizzare con quello strumento.
Una parte di questo è vero, e va riconosciuta senza snobismo, chi non poteva permettersi un’orchestra oggi se la genera, chi non aveva una cinepresa oggi la porta in tasca. Ma guardiamo con precisione che cosa viene distribuito, non i capitali, lo strumento.
Hollywood non era solo denaro, era un modo per accumulare e trasformare materia umana, tempo vissuto, esperienza, e per riversarla nel prodotto.
La versione tascabile consegna a tutti la fabbrica, ma senza la materia prima. E così ci troviamo davanti a una moltitudine di creatori autonomi di contenuti che non hanno contenuti. Il campionatore, ancora lui, aveva bisogno di dischi che qualcuno aveva prima suonato, vissuto, pagato. La macchina generativa ha mangiato tutti i dischi una volta per tutte, chi la usa campiona il campionatore, e poi campiona il campionamento. La produzione diventa infinita, la superficie si moltiplica, lo spessore no.
E qui il paradosso merita di essere detto con la logica portata fino in fondo. La promessa rivoluzionaria, da sempre, era dare i mezzi di produzione a chi lavora. Oggi potremmo dire che i mezzi di produzione sono stati distribuiti a tutti, e nel momento esatto della distribuzione il prodotto è stato svuotato. La fabbrica senza la merce. Il comunismo realizzato dentro lo spettacolo, e per questo perfettamente compatibile con il mercato che lo vende in abbonamento.
La generosità dello Spettacolo ha un retroscena preciso, distribuire i mezzi di produzione per renderli irrilevanti. Se tutti possono fare cinema, se tutti possono scrivere, se tutti possono “essere”, l’autore scompare per lasciare spazio a qualcosa di più efficiente e silenzioso.
Creature, non schiavi?
In questo scenario l’alienazione non è più il fatto di essere esclusi dalla produzione, ma di esserne l’ingranaggio inconsapevole. Ci dicono che più ci adattiamo a questi strumenti e più diventiamo dipendenti, schiavi di una tecnologia che ci domina. Forse la parola schiavo è troppo generosa. Lo schiavo conserva un interno, una volontà che resiste, un pensiero che può sottrarsi, un padrone da riconoscere e magari rovesciare. La nostra condizione è più quieta e più profonda, non dipendiamo dalle macchine, prendiamo forma da loro e da chi le progettate.
Ogni adattamento è una plasmazione. Il campionatore non ha solo cambiato la musica, ha cambiato il modo di ascoltarla, e quindi l’orecchio si abitua, e ciò a cui si abitua diventa gusto di chi ascolta. Questi strumenti non cambiano solo ciò che produciamo, cambiano come cerchiamo, come ricordiamo, come desideriamo, come mettiamo in fila le parole. E sono progettati da altri uomini, che hanno deciso in anticipo, riga per riga, come queste funzioni devono funzionare.
Il progettista non è un dio, è un dipendente, con un capo e un budget. Ma per noi fa da demiurgo di seconda mano, perché ha disegnato l’ambiente in cui le nostre menti prendono forma. Creature di macchine progettate da altri uomini, la catena si chiude da sola, senza complotti, per pura comodità di adattamento.
Il sogno di Diderot conteneva ancora l’autore, che passava la mano ad altri autori. L’enciclopedia che stiamo costruendo adesso contiene dati, come autore la macchina, e come creature noi.
E in questa catena, guardata fino in fondo, non resta niente di umano nel senso forte, niente di soprannaturale, niente di sovracollettivo, nessun archetipo, ma solo materia che organizza materia.
Il bordo della materia
Quindi adesso che il sistema produce in serie il contenuto, la scrittura, l’immagine, la voce, e persino la confessione di averle prodotte, che cosa, in noi, va salvaguardato?
A questa domanda nessun regolamento può rispondere, né europeo né aziendale.
È l’unica domanda che lo spettacolo non può mettere in scena, forse perché per rispondere bisognerebbe uscire dal cinema?
(1)L’AI fa la spia su chi la usa(2)L’illusione del carrello: ciò che l’etichetta non può (o non vuole) dire
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