Cosa dicono davvero i numeri sulla criminalità minorile, e perché la percezione corre più veloce dei dati
Nel dibattito italiano c’è una figura retorica ricorrente: “non è solo percezione”. Viene usata per chiudere ogni discussione sui numeri. Vale la pena, per una volta, mettere i numeri in fila e vedere che cosa dicono davvero — perché dicono qualcosa di serio, ma non quello che si ripete.
Cominciamo dalla percezione, che è un dato anch’essa. Secondo l’indagine Eurispes del Rapporto Italia, il 52,5% dei cittadini ritiene che baby gang e teppismo siano aumentati nella propria zona: una maggioranza assoluta, con la quota più bassa di indecisi tra tutti i fenomeni di degrado esaminati. Ed è interessante la distribuzione: la percezione di aumento è più alta nei comuni di medie dimensioni (54,9%) che nelle grandi città (52,5%) e nei piccoli centri (45,4%). La paura, insomma, non abita dove il fenomeno è più denso: abita dove è più nuovo.
Veniamo ai fatti. Lo studio Le gang giovanili in Italia, prodotto da Transcrime con la Direzione centrale della polizia criminale e il Dipartimento per la giustizia minorile, disegna un identikit sobrio: gruppi composti in genere da meno di dieci individui, in netta prevalenza maschi, con età prevalente tra i quindici e i diciassette anni. Le attività devianti sono per il 73% risse, percosse e lesioni; lo spaccio e i reati contro il patrimonio sono meno frequenti e appartengono ai gruppi più strutturati. Le vittime, dettaglio che i telegiornali dimenticano regolarmente, sono in maggioranza altri giovani tra i quattordici e i diciotto anni. L’attività si concentra nel pomeriggio e in serata, nei fine settimana e d’estate: cioè quando la scuola non c’è.

Sull’andamento, i dati indicano un aumento reale: le segnalazioni di minori denunciati o arrestati sono cresciute di quasi il 16% tra il 2022 e la fine del 2024. Ma la scala assoluta merita attenzione: i ragazzi presi in carico dagli uffici di servizio sociale per i minorenni per appartenenza a bande giovanili sono passati da 107 a 186 tra il 2019 e il 2021. Non centinaia di migliaia: centottantasei. Nel primo semestre 2025, tra le città metropolitane, i minorenni segnalati per i reati monitorati vedevano in testa Roma con 49, Milano con 41 e Torino con 28.

Il quadro che ne esce non è né rassicurante né apocalittico. È questo: un fenomeno reale, in crescita, di dimensioni assolute contenute, altamente concentrato in fasce d’età strettissime, con un tasso di violenza sproporzionato rispetto al movente — la magistratura minorile napoletana parlava già nel 2018 di violenza “del tutto sproporzionata rispetto al movente, futile e persino degradante a mero pretesto” — e con una capacità di amplificazione mediatica virtualmente illimitata, perché il gruppo stesso produce e distribuisce le prove delle proprie gesta.
Qui sta il nodo che riguarda tutti noi che scriviamo. Il tribalismo criminale contemporaneo è l’unico che si autodocumenta. Le baby gang pubblicano video del quartiere, esaltano il gruppo, citano film e cronaca. Producono cioè, gratuitamente e in alta definizione, il materiale con cui la nostra industria dell’informazione costruisce l’allarme sociale. È un rapporto perfettamente simbiotico: loro cercano visibilità, noi cerchiamo contenuto. Nessuna delle due parti ha interesse a ridimensionare l’altra.
C’è un ultimo dato che vale più di tutti gli altri, e non riguarda la sicurezza. Nel bilancio complessivo, la gran parte della violenza minorile italiana avviene tra minori, per motivi che agli adulti appaiono futili e che ai ragazzi appaiono, evidentemente, questioni di sopravvivenza sociale. Non è un problema di ordine pubblico che ha una coda educativa: è un problema educativo che ha una coda di ordine pubblico. La differenza tra le due frasi vale qualche miliardo di euro di politiche pubbliche, ed è per questo che nessuno la discute volentieri.
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