Nel settembre 2024, al dibattito generale dell’Assemblea delle Nazioni Unite, centoquarantaquattro Stati citarono nei loro interventi la crisi in Medio Oriente e Nord Africa e centosedici la guerra in Ucraina, cinquantuno dei quali riuscirono nell’impresa acrobatica di parlarne senza nominare la Russia. La guerra civile in Sudan, che già allora era la più grave crisi di sfollamento e di fame del pianeta, venne menzionata da sessanta. Se perfino i governi, che dispongono di ambasciate, servizi d’informazione e rapporti riservati, distribuiscono l’attenzione in questo modo, pretendere che lo facciano diversamente i telegiornali sarebbe ingenuo. La domanda vera non è perché i media ignorino certe guerre, ma secondo quali regole implicite una guerra diventa notizia.
Le regole, a guardarle senza indignazione, sono abbastanza riconoscibili. Una guerra esiste mediaticamente quando coinvolge direttamente l’Europa o gli Stati Uniti, quando minaccia i prezzi dell’energia o le rotte commerciali, quando comporta il rischio di un confronto fra potenze nucleari, quando produce immagini trasmissibili, quando ci sono corrispondenti sul posto e fonti accessibili, e quando può essere raccontata come un duello fra due parti riconoscibili. Il Sudan non soddisfa quasi nessuno di questi criteri; il Myanmar nessuno; il Sahel solo quando un colpo di Stato espelle i francesi; il Congo solo quando qualcuno ricorda il cobalto delle batterie. Haiti, dove le bande riunite nella coalizione Viv Ansanm controllano gran parte della capitale e dove nel 2024 le Nazioni Unite hanno contato oltre cinquemilacinquecento uccisi, compare nei notiziari soprattutto quando c’è da discutere di chi debba pagare la missione di polizia internazionale.

C’è poi una regola che riguarda chi muore insieme alle notizie. In Sudan i giornalisti locali sono stati presi di mira sistematicamente da entrambe le fazioni, uccisi, rapiti, costretti all’esilio; le reporter subiscono in aggiunta violenze sessuali usate come strumento d’intimidazione. Un paese senza giornalisti non è un paese senza notizie: è un paese in cui le notizie esistono ma non arrivano, e dove chi commette i crimini ha tutto l’interesse a mantenere quel buco nero. Il lessico fa il resto. Formule come “instabilità”, “violenza etnica”, “crisi umanitaria” sembrano neutre, ma rimuovono gli agenti: chi vende le armi, chi finanzia le milizie, chi compra l’oro, chi blocca gli aiuti, chi protegge diplomaticamente i responsabili. “Conflitto etnico” è spesso un alibi semantico: evoca un’antica ferocia locale e lascia fuori dall’inquadratura gli interessi contemporanei e le responsabilità internazionali.
Sarebbe però troppo comodo fermarsi qui, alla denuncia dell’informazione istituzionale. La controinformazione, quella che si presenta come antidoto ai silenzi dei grandi media, pratica la propria gerarchia dell’attenzione con la stessa disinvoltura. Racconta con dovizia le guerre in cui l’Occidente compare come aggressore e tace su quelle in cui gli aggressori sono altri; celebra le giunte saheliane come baluardi anticoloniali senza chiedersi quanti civili uccidano i loro droni; ignora il Sudan perché lì il cattivo principale è un alleato del Golfo che non rientra nello schema, e il secondo cattivo ha amici a Mosca e a Teheran. Ogni tifoseria conta i propri morti e dimentica quelli dell’altra, e le guerre che non appartengono a nessuna tifoseria restano orfane due volte.
Intanto gli strumenti che dovrebbero contenere le guerre si restringono. Nel 2024 il personale impiegato nelle operazioni multilaterali di pace era sceso a circa novantaquattromila unità, quasi il quaranta per cento in meno rispetto al picco del 2015; missioni storiche come quella dell’Onu in Mali sono state chiuse su richiesta dei governi ospitanti, e l’esperienza del Darfur, dove il ritiro della missione congiunta nel 2020 precedette di poco il ritorno dei massacri, suggerisce che i vuoti di sicurezza non restano vuoti a lungo. Gli accordi di pace si fanno più rari e più fragili: secondo il database PA-X dell’università di Edimburgo, su oltre duemila intese firmate fra il 1990 e il 2024 appena il sei per cento può dirsi un accordo politico complessivo, il resto sono tregue, preaccordi e cessate il fuoco parziali. I donatori occidentali, nel frattempo, spostano i bilanci dagli aiuti alla difesa, con una coerenza che sarebbe ammirevole se non fosse lugubre.

Resta da capire se l’indifferenza sia il prodotto di questa convenienza o la sua materia prima. Settantaseimila civili uccisi in un anno non sono pochi per meritare un’apertura di telegiornale; sono forse troppi per entrare in una storia raccontabile in novanta secondi, con un buono, un cattivo e una pubblicità alla fine. O forse, più semplicemente, una guerra comincia a esistere soltanto quando qualcuno ha bisogno che esista: un governo che deve giustificare una spesa, un’opposizione che deve imbarazzare un governo, un canale che deve confermare ai propri spettatori ciò che già pensano. Le mostruosità indifferenti sono quelle per cui nessuno, per ora, ha trovato un uso. Chi le racconta lo stesso, sapendo di non poter contare su alcuna tifoseria, ha almeno il vantaggio di non dover rispondere a nessuna.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



