Riassunto
Quando si passa dalle guerre con due fronti a quelle con cento, il quadro cambia scala. In Myanmar, oltre mille gruppi armati e un’aviazione che punisce i civili dall’alto; nel Sahel, dove in Burkina e Mali l’esercito e i contractor russi hanno ucciso più civili dei jihadisti, alimentando il reclutamento che dicono di combattere; ad Haiti, in Ecuador e in Colombia, bande e cartelli che non vogliono conquistare lo Stato ma neutralizzarlo quanto basta a fare affari, con sciami di droni presi in prestito dall’Ucraina. Una compagnia privata che combatte con equipaggiamento e ordini ministeriali somiglia più a un reparto con un buon ufficio legale. Tutti questi conflitti hanno un tratto in comune: non rientrano nella categoria in cui l’Occidente riconosce le guerre, e per un curioso effetto di vocabolario non esistono.
Il rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti armati ha certificato per il 2025 38.558 violazioni gravi ai danni di 24.174 minori, il dato più alto da quando il mandato esiste, cioè dal dicembre 1996. I bambini uccisi sono 6.266, con un aumento del trentaquattro per cento rispetto all’anno precedente; quelli mutilati 7.958. Altri 6.607 sono stati reclutati e usati da eserciti e milizie, 5.129 rapiti, spesso per farne soldati o schiave; più di ottomilatrecento gli episodi di aiuti umanitari negati, 1.667 i minori detenuti per un’appartenenza, reale o presunta, a gruppi armati. Un terzo delle vittime sono bambine, che portano quasi per intero il peso delle violenze sessuali e dei matrimoni forzati, mentre il reclutamento colpisce in schiacciante maggioranza i maschi, talvolta di undici o dodici anni, messi ai posti di blocco o mandati avanti come esploratori. La graduatoria per paese vede in testa i Territori palestinesi occupati e Israele, poi la Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria, il Myanmar e la Somalia; in Sudan le RSF sono ritenute responsabili di 740 dei 1.331 casi verificati di bambini uccisi o mutilati.
Prima di usare queste cifre come clava, conviene ricordare due cose. La prima è che si tratta di casi verificati, cioè di un pavimento e non di un soffitto: ciò che le Nazioni Unite non riescono a documentare, per mancanza di accesso o di personale, semplicemente non entra nella statistica, e le guerre più chiuse ai giornalisti sono quasi sempre anche le più chiuse ai verificatori. La seconda è che la lista nera allegata al rapporto, quella che nomina le parti responsabili, è anche un oggetto diplomatico, e come tale si negozia. Nel 2016 la coalizione a guida saudita impegnata in Yemen venne tolta dall’elenco pochi giorni dopo esservi stata inserita, e l’allora Segretario generale Ban Ki-moon ammise pubblicamente di aver ceduto a pressioni che minacciavano di prosciugare il finanziamento dei programmi umanitari. Due anni dopo, il 9 agosto 2018, un raid della stessa coalizione colpì uno scuolabus a Dahyan, nel nord dello Yemen, uccidendo una quarantina di bambini in gita scolastica; i frammenti dell’ordigno, documentati dai giornalisti americani, appartenevano a una bomba a guida laser da cinquecento libbre prodotta da Lockheed Martin. Nessun contatore ha le mani del tutto pulite, ma un contatore sporco resta più utile del silenzio.
Lo stesso vale per gli ospedali, che il diritto internazionale umanitario protegge con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni e che la pratica della guerra contemporanea tratta come un suggerimento. La Safeguarding Health in Conflict Coalition, un consorzio di organizzazioni non governative, ha documentato nel 2025 2.546 episodi di violenza o ostruzione contro la sanità in trentatré paesi, con 790 strutture danneggiate o distrutte e 455 operatori sanitari uccisi; il sessantaquattro per cento degli episodi è attribuito a Stati, e gli attacchi con droni armati sono cresciuti del quarantatré per cento in un anno. Il sistema di sorveglianza dell’Organizzazione mondiale della sanità, con criteri diversi, conta 1.348 attacchi e 1.981 morti, il doppio dell’anno precedente. Due cifre che non coincidono non dimostrano una menzogna: dimostrano che la sanità sotto attacco è un fenomeno abbastanza vasto da poter essere misurato in modi diversi senza che nessuno dei due arrivi al totale. Resta il dettaglio che nel 2016, con la risoluzione 2286, tutti i quindici membri del Consiglio di sicurezza votarono all’unanimità per la protezione delle strutture sanitarie nei conflitti; fra loro sedevano, come siedono oggi, i cinque membri permanenti, che sono anche fra i maggiori esportatori di armi del pianeta.

Le scuole seguono la stessa traiettoria con un’aggravante: non vengono soltanto colpite, vengono occupate. Il rapporto 2026 della Global Coalition to Protect Education from Attack ha censito oltre novemila attacchi contro scuole, università, studenti e insegnanti nel biennio 2024-2025, un aumento di circa la metà rispetto al periodo precedente, e più di millenovecento casi di istituti trasformati in caserme, depositi di munizioni o centri di detenzione. Una scuola usata come base militare diventa, per il diritto bellico, un obiettivo legittimo: il primo atto di occupazione prepara il secondo, il bombardamento. In Africa occidentale e centrale, già a metà 2024, le violenze dei gruppi armati e le operazioni contro di essi avevano fatto chiudere oltre quattordicimila scuole, lasciando fuori dalle aule quasi tre milioni di bambini. Sono numeri che non producono immagini, perché un’aula vuota non sanguina; producono però, con la precisione di una legge fisica, la generazione di adulti analfabeti, disoccupati e arruolabili che alimenterà le guerre del 2040.
C’è un ultimo elemento del rapporto sui minori che merita di essere letto due volte. Fra le cause dell’aumento delle vittime infantili attribuite alle forze governative, le Nazioni Unite citano non solo gli esplosivi in aree abitate ma anche il ricorso crescente a sistemi automatizzati nella selezione degli obiettivi. La guerra che si dichiara più precisa della storia è anche quella che, nei registri, uccide più bambini per mano di eserciti regolari. Forse la precisione non era il problema; forse il problema era che cosa si decideva di mirare.
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