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Cover Stories - Temi di riflessione

Episodio IV — Quando il carnefice porta la divisa giusta

Un accordo di pace firmato a Washington insieme ai contratti sui minerali, sanzioni al sostenitore dei ribelli e il tantalio che passa comunque da Kigali. Il Congo senza tifoserie.

Riassunto

Nel dicembre 2025 Congo e Ruanda hanno firmato a Washington un accordo di pace con ritiro delle truppe e intese bilaterali sui minerali strategici: pochi mesi dopo, la stessa capitale ha sanzionato l’esercito ruandese per aver continuato a sostenere l’M23. Chi lo racconta come trionfo diplomatico omette che i combattimenti sono ripresi; chi lo denuncia come rapina neocoloniale omette che, prima, la stessa rapina la facevano altri e nessuno ne parlava. Nessuna delle due versioni spiega perché il tantalio continui a passare da Kigali, né perché stia nei condensatori di quasi ogni smartphone. Tra i tre e i sei milioni di morti in una generazione: cifre che non scalfiscono l’attenzione, perché oltre un certo numero il cervello smette di vedere persone e comincia a vedere un fenomeno atmosferico.

Per trent’anni l’immaginario delle atrocità di guerra è stato popolato da irregolari: il ribelle con il kalashnikov, il bambino soldato, il signore della guerra con gli occhiali da sole. Il rapporto annuale delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti armati, pubblicato a giugno 2026, ha registrato per il 2025 una novità che smonta quell’iconografia: per la prima volta da quando esiste il monitoraggio, le forze governative risultano responsabili di più violazioni gravi dei gruppi armati non statali. Le cause indicate sono l’uso di esplosivi in zone densamente abitate, gli attacchi a scuole e ospedali, il blocco degli aiuti. La violenza, in altre parole, si è statalizzata.

Il Sahel è il laboratorio più istruttivo. Mali, Burkina Faso e Niger, governati da giunte militari, hanno lasciato la comunità economica dell’Africa occidentale, espulso francesi, americani e missioni europee, e affidato la propria sicurezza alla Russia, prima attraverso il gruppo Wagner e poi attraverso la sua versione statalizzata, l’Africa Corps. La regione è diventata l’epicentro mondiale del terrorismo jihadista, con circa la metà dei morti per terrorismo del pianeta. Ma i dati dell’ACLED, rilanciati da Human Rights Watch nell’aprile 2026, raccontano chi uccide i civili: in Burkina Faso, nel 2025, l’esercito e le milizie filogovernative ne hanno uccisi 523, i gruppi jihadisti 339; in Mali l’esercito con Wagner e Africa Corps ne ha uccisi 918, i jihadisti 232. Gli attacchi con droni e aerei contro civili da parte delle forze maliane sono passati da quattro episodi nel 2022 a sessantasei nel 2025. Il precedente più cupo resta Moura, nel marzo 2022, dove soldati maliani e uomini bianchi armati identificati dai testimoni come russi uccisero, secondo l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, almeno cinquecento persone.

Qui il dubbio metodico deve lavorare in entrambe le direzioni. Una parte della controinformazione europea ha celebrato le giunte del Sahel come eroi della sovranità africana contro il neocolonialismo francese, e i numeri sui civili uccisi dai loro eserciti tendono a sparire dai suoi racconti con la stessa disinvoltura con cui i media istituzionali facevano sparire, qualche anno prima, gli episodi imbarazzanti dell’operazione francese Barkhane, come il raid di Bounti del gennaio 2021, dove un’inchiesta delle Nazioni Unite concluse che erano stati uccisi diciannove civili riuniti per un matrimonio. Parigi negò, come oggi negano Bamako e Ouagadougou parlando di “terroristi neutralizzati”. Il vocabolario della negazione, si vede, non ha passaporto. E le stragi governative producono l’effetto che gli analisti descrivono da anni: ogni villaggio punito collettivamente diventa un centro di reclutamento per il JNIM, la sigla jihadista che si presenta come protettrice delle comunità perseguitate dallo Stato. L’Italia, per inciso, è stata fra i pochissimi paesi occidentali a mantenere una missione militare in Niger dopo il colpo di Stato del 2023, mentre gli altri facevano le valigie: una scelta di realismo che i nostri notiziari hanno raccontato con molta discrezione.

Dall’altra parte del mondo, il Myanmar mostra la stessa dinamica con l’aggiunta dell’aviazione. Dal colpo di Stato del febbraio 2021 il paese si è frammentato in una guerra civile fra la giunta militare, le forze popolari di difesa nate dalla resistenza democratica e gli eserciti etnici storici, che oggi controllano porzioni crescenti di territorio. Incapace di riconquistare il terreno con la fanteria, la giunta ha aumentato anno dopo anno i bombardamenti aerei. Il 10 dicembre 2025 un caccia ha colpito l’ospedale generale di Mrauk-U, nello Stato di Rakhine, uccidendo più di trenta persone fra pazienti e personale sanitario e distruggendo sale operatorie e reparto di degenza; il quotidiano di regime ha spiegato che i morti non erano civili ma “terroristi e loro sostenitori”. Quattro giorni prima un altro raid aveva centrato una sala da tè di un villaggio dove si guardava in televisione una partita di calcio fra Myanmar e Filippine. Tutto questo mentre la giunta preparava le elezioni del 28 dicembre, presentate al mondo come la via d’uscita dal conflitto. Nello Stato di Rakhine, intanto, migliaia di Rohingya, la minoranza musulmana a cui il regime nega da decenni la cittadinanza, sono stati arruolati a forza per combattere contro l’esercito etnico dell’Arakan, cioè per difendere lo Stato che li considera stranieri.

Il Myanmar ha un vantaggio comunicativo rispetto al Sahel: non ha una tifoseria in Europa. Nessuno lo celebra, quindi nessuno ha bisogno di nasconderne i crimini; semplicemente, nessuno se ne occupa. Le armi e il carburante per aerei che tengono in volo la sua aviazione arrivano in larga parte da fornitori russi e cinesi, ma la catena del carburante passa anche per intermediari asiatici e porti commerciali che le campagne delle ong cercano da anni di bloccare, con risultati modesti. Quando il carnefice porta una divisa regolare, un seggio all’Onu e una bandiera riconosciuta, il racconto cambia lessico: non si parla più di massacri ma di operazioni antiterrorismo, non di vittime ma di danni collaterali. È lo stesso lessico, va detto, che usano tutti gli eserciti del mondo, compresi quelli che ci stanno simpatici.


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