Chi apre un telegiornale europeo ha l’impressione che il pianeta combatta due guerre, una a est e una a sud-est del Mediterraneo, e che il resto sia meteo. Chi apre i registri di chi le guerre le conta per mestiere scopre un altro pianeta, più affollato, più simultaneo e soprattutto più comodo da ignorare. Questo dossier prova a tenere aperti entrambi i quaderni, quello dell’informazione e quello della contabilità, senza fidarsi ciecamente né dell’uno né dell’altro, e senza cedere alla tentazione opposta di chi vede dietro ogni silenzio un direttorio occulto. Il silenzio, come vedremo, quasi mai viene imposto: conviene.
Riassunto
Il modo più rapido per sentirsi informati sulle guerre del pianeta è guardare un telegiornale; il più rapido per scoprire di non esserlo è aprire i registri di chi le conta per mestiere. Nel 2025 i conflitti attivi sono stati sessantacinque, il numero più alto mai registrato, eppure sull’Ucraina i media non sbagliano nemmeno le proporzioni, e Gaza ha ricevuto più spazio dell’Ucraina in diversi campioni di testate. Il guaio è un altro: non esiste un solo contatore. Uppsala, SIPRI, ACLED e Croce Rossa danno quattro cifre diverse, senza che nessuno menta, perché ciascuno misura una cosa diversa. E tutti hanno un finanziatore e un’idea di che cosa meriti di essere contato. Un invito a leggere i numeri come un estratto conto, cercando le voci che non tornano.
Le mostruosità indifferenti
Dossier in sette episodi sulle guerre che non fanno notizia, sui numeri che nessuno legge ad alta voce e sugli indirizzi che ritornano da un fronte all’altro

L’Uppsala Conflict Data Program è un centro di ricerca dell’università svedese che dal 1946 tiene il registro dei conflitti armati con una pignoleria quasi notarile e criteri volutamente prudenti. Per entrare nel conteggio dei conflitti “statali” serve che almeno una delle parti sia un governo e che i morti in combattimento arrivino almeno a venticinque in un anno solare; sopra i mille, gli analisti smettono di usare perifrasi e parlano di guerra. Con queste regole il 2025 si è chiuso con sessantacinque conflitti attivi in trentacinque paesi, il numero più alto mai registrato, e tredici di essi hanno superato la soglia della guerra. I conflitti fra Stati, che per decenni erano rimasti una curiosità da manuale, sono raddoppiati per il secondo anno consecutivo: due nel 2023, otto nel 2025.
Il bilancio complessivo della violenza organizzata sfiora i duecentoquarantacinquemila morti, il terzo anno più sanguinoso dalla fine della Guerra fredda. E qui arriva il primo cortocircuito, quello che dovrebbe mettere in imbarazzo chi accusa i media di guardare il mondo con un occhio solo. Sulla guerra fra Russia e Ucraina, che occupa da anni le aperture dei notiziari europei, l’attenzione non è affatto sproporzionata rispetto ai caduti in battaglia: Uppsala le attribuisce almeno 94.700 morti nel 2025, circa sei su dieci di tutti i morti in combattimento del pianeta. Se le redazioni distribuissero i minuti di trasmissione in base ai soldati uccisi, il risultato sarebbe quasi equo.
Il guaio è che la guerra contemporanea uccide sempre più persone che non combattono, e quella colonna del bilancio non la legge nessuno. Gli statistici la chiamano violenza unilaterale, con un’espressione così asettica da sembrare scelta apposta per non disturbare: è il caso in cui chi ha le armi uccide chi non le ha, senza una battaglia da raccontare. Nel 2025 questa voce è passata da circa quattordicimila a circa settantaseimilacinquecento morti, più che quintuplicata, il livello più alto dal 1994, l’anno del Ruanda. Gli attori che la praticano sono saliti a cinquantacinque, record assoluto, e fra loro non ci sono soltanto milizie e bande: le uccisioni compiute direttamente da governi hanno sfiorato le seimila, con un contributo notevole della repressione seguita alle elezioni in Tanzania, paese che il pubblico italiano associa in prevalenza alle spiagge di Zanzibar.
C’è poi una terza colonna, quella delle guerre fra gruppi armati senza un governo di mezzo, che Uppsala conta a parte. Qui il dato rovescia un altro luogo comune: i morti di questi conflitti, che includono le faide dei cartelli messicani, sono scesi nel 2025 a circa quattordicimilacinquecento, il valore più basso dal 2013. Il narcotraffico che riempie le serie televisive uccide, in termini di guerra organizzata, meno di quanto suggerisca la sua fama; chi invece riempie le fosse comuni del Darfur non ha mai avuto una serie.
Sessantacinque conflitti, del resto, non sono sessantacinque paesi in guerra. Sono trentacinque paesi, e appena sedici ne ospitano uno soltanto. Il Myanmar ne somma cinque contemporaneamente, Israele due interni e tre internazionali; l’Africa colleziona trentaquattro conflitti fra gruppi non statali, quattordici dei quali nella sola Nigeria, dove pastori e agricoltori, bande e jihadisti si contendono terra e bestiame in una guerra a puntate che non ha mai avuto l’onore di un’edizione straordinaria. La mappa reale somiglia meno a un elenco di fronti e più a un tessuto di nodi sovrapposti, in cui la stessa popolazione può essere bersaglio di tre conflitti diversi nella stessa settimana.
Prima di prendere questi numeri come verità rivelata, il dubbio metodico chiede di guardare chi li produce e come. L’ACLED, un altro osservatorio internazionale, conta gli eventi violenti uno per uno senza soglie minime e arriva per il 2025 a oltre duecentoquarantamila morti; il SIPRI di Stoccolma, con criteri ancora diversi, censisce conflitti in quarantanove Stati e circa duecentotrentottomila vittime. Le cifre non coincidono, e non devono: misurano cose diverse. Nessuna di esse, poi, comprende i morti indiretti, cioè chi muore di fame, di colera, di parto senza ostetrica, di dialisi interrotta perché l’ospedale è diventato una caserma. In alcune guerre questa seconda contabilità moltiplica la prima per due, per cinque, per dieci, e proprio perché è difficile da misurare finisce per non essere misurata affatto.
La regola pratica che se ne ricava è semplice e poco popolare: chi vi presenta “il” numero di una guerra, al singolare e senza metodo dichiarato, vi sta vendendo qualcosa. Vale per il ministero che arrotonda per difetto e per il canale indipendente che arrotonda per eccesso. Ma un contatore imperfetto resta più utile di nessun contatore, e i contatori, letti insieme, dicono una cosa che i telecomandi non dicono: la guerra di cui si parla di più è anche quella in cui, in proporzione, muoiono più soldati. Quelle in cui muoiono più disarmati si trovano altrove, e per trovarle bisogna cambiare canale fino a uscire dal palinsesto.
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