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Cover Stories - Temi di riflessione

Episodio III — Congo, la pace con lo scontrino

Dal 2023 il Sudan è una delle tre guerre più letali al mondo, ma non ha un cattivo utile a nessuno. Sponsor, armi, oro e mediatori che sono anche parte in causa.

Se il Sudan è la guerra senza sceneggiatura, l’est della Repubblica Democratica del Congo è quella con il copione già scritto da trent’anni, che nessuno ha più voglia di recitare. Le province del Nord e del Sud Kivu ospitano decine di gruppi armati, dagli eredi dei genocidari ruandesi alle milizie di autodifesa Mai-Mai fino alle Forze Democratiche Alleate affiliate allo Stato islamico. Ma il protagonista degli ultimi anni è l’M23, un movimento ribelle dichiarato sconfitto nel 2013 e risorto alla fine del 2021 con una vitalità che le sole forze locali non bastano a spiegare. Fra gennaio e febbraio 2025 ha preso Goma e Bukavu, i due capoluoghi provinciali, e oggi amministra un territorio con dogane, tasse e miniere.

Secondo i gruppi di esperti delle Nazioni Unite il Ruanda esercita sui ribelli un vero e proprio comando e controllo, con truppe, artiglieria, sistemi antiaerei e disturbatori GPS; Kigali ha negato per anni, poi ha cominciato a chiamare le cose con eufemismi sempre più elastici. La posta in gioco sta sotto i piedi. Dalla sola miniera di Rubaya, uno dei più grandi giacimenti di coltan del mondo, l’M23 ricaverebbe circa ottocentomila dollari al mese di imposte, mentre l’oro contrabbandato oltre confine ha contribuito a spingere le esportazioni ruandesi a un record di due miliardi di dollari nel 2025. Il Ruanda ha reso il proprio regime fiscale sull’oro così leggero da trasformare Kigali in una calamita per il metallo di provenienza incerta, che prosegue poi verso Dubai, dove viene fuso, ricertificato e reimmesso sul mercato come merce pulita. All’inizio del 2026 un crollo nei pozzi artigianali di Rubaya ha ucciso più di duecento persone, bambini compresi.

Il 4 dicembre 2025 i presidenti dei due paesi hanno firmato alla Casa Bianca gli Accordi di Washington per la pace e la prosperità. Accanto al ritiro delle truppe, l’intesa prevedeva un quadro di integrazione economica regionale e un partenariato strategico fra Stati Uniti e Kinshasa per l’accesso di lungo periodo a cobalto, rame, litio e affini, nella speranza dichiarata di ridurre la dipendenza dalle filiere cinesi. Pochi giorni dopo la firma l’M23 ha conquistato Uvira, sul confine con il Burundi.

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Il 2 marzo 2026 il Tesoro americano ha sanzionato le Forze di Difesa ruandesi in quanto istituzione, insieme a quattro alti ufficiali, per aver addestrato i ribelli e combattuto al loro fianco; Kigali ha definito le sanzioni ingiuste e unilaterali. A giugno è toccato a una raffineria d’oro di Kigali, accusata di aver ricevuto decine di chili di metallo saccheggiato nel Sud Kivu e scortato oltre il confine da soldati ruandesi.

Il racconto, a questo punto, si sdoppia secondo le tifoserie. Chi lo presenta come trionfo diplomatico omette che i combattimenti sono ripresi quasi subito e che, senza processi per i crimini commessi, le probabilità di una pace vera restano scarse. Chi lo denuncia come rapina neocoloniale omette a sua volta che, prima dell’accordo, la stessa rapina la facevano altri, nel silenzio generale, e che le sanzioni contro un alleato storico di Washington non sono esattamente il gesto di un predone soddisfatto. Ciascuna versione contiene un pezzo di vero; nessuna delle due spiega perché il tantalio continui a passare da Kigali.

C’è poi un dettaglio europeo che i nostri notiziari raramente collegano al resto. Mentre Washington sanzionava l’esercito ruandese, l’Unione Europea continuava a contribuire, attraverso lo Strumento europeo per la pace, al finanziamento della missione delle stesse forze ruandesi in Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado, dove un’insurrezione jihadista minaccia l’area dei grandi progetti del gas del bacino del Rovuma, nel quale opera anche l’Eni. Lo stesso esercito, dunque, è un problema da sanzionare sul Kivu e un partner da pagare sull’Oceano Indiano. Non è ipocrisia nel senso morale del termine: è la normale contabilità a partita doppia della politica estera, che diventa scandalo soltanto quando qualcuno mette le due colonne sulla stessa pagina.

Anche il conto dei morti del Congo merita il dubbio metodico. Per anni ha circolato la cifra di cinque milioni e quattrocentomila vittime delle guerre congolesi, prodotta da un’organizzazione umanitaria sulla base di stime di mortalità in eccesso; nel 2010 un gruppo di ricercatori canadesi la contestò come gonfiata da una linea di base troppo ottimistica. Le stime oggi oscillano fra tre e sei milioni, un intervallo che è già di per sé una dichiarazione d’impotenza. Quello che nessuno contesta è che si tratta della più lunga e meno raccontata catastrofe umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il tantalio, per inciso, sta nei condensatori di quasi ogni smartphone, compreso con ogni probabilità quello da cui state leggendo o ascoltando queste righe.


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