C’era una volta un piccolo naviglio,
che non sapeva, non sapeva navigar. E pur si mise, si mise a navigar,
ma non poté, ma non poté più navigar.E dopo una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette settimane il naviglio naufragò.
Se questa storia poi non vi dà noia, la torneremo a cominciar
Tolte le castagne dal fuoco, provata la naturale resilienza del genere umano –covid demonstravitse mi permettete ilmacheronico– non abbassata la guardia, che in campo pugilistico significa non pigliare un sacco di botte e quasi sempre sul viso, dopo che sulle gote tue ma anche mie sono scorse alcune lacrime,e le abbiamo prontamente affidate al vento,rimangono molte altre riflessioni da fare e qui e ora proveremo a farle, per non dire a proporle e magari pure ad affrontarle. Stacco
Il piccolo naviglio negli anni‘70del secolo scorso, diventa anche un romanzo. Trattasi di un’opera dell’autore pisanoAntonio Tabucchi, da cui lo stralcio dell’incipit che segue. Non vi racconterò la storia, ripubblicata poco più di dieci anni fa da prestigioso editore italico, ma ricorderovvi che esso scritto pare essere il secondo del romanziere toscano con il cuore in Portogallo, – in assoluto – almeno secondo le indicazioni di quelPereirache pare sostenesse tesi ardite, fra le altre. Giochi di parole a parte, l’origine delpiccolo navigliofilastrocchico pare affondare in un paese straniero e in un anno prossimo se non nel corso del1800.
Capitano Sestoricostruì la scena con la sua immaginazione, e rivide la magra figura di un giovanotto baffuto, scalzo e a capo scoperto, con la giubba svolazzante, che correva sull’arginello di un fiumiciattolo che a quel tempo segnava il confine fra ilGranducato di Toscanaeil Regno delle Due Sardegne.
La campagna è immobile, attanagliata dal freddo, e un livido chiaro di luna illumina il paesaggio, la figura che corre nel paesaggio e due ombre inseguitrici.
L’inseguito è appena scomparso, infilandosi fra i canneti che orlano il bordo del torrente, quando i tricorni dei gendarmi granducali prendono il suo posto controla luna

A dare vita alla canzoncina bambinesca italica pare sia stata una canzone triste dei nostri fratelli transalpini ambientata in mare. Una ballata che avrebbe ricordato al mondo, senza citarlo espressamente, un evento crudele e delittuoso avvenuto su una nave negli anni diecidell’800. Una fregata rimasta senza viveri e alla deriva in cui l’equipaggio per sopravvivere dovette ricorrere al cannibalismo. Avete presente i“sopravvissuti delle Ande”? Qualcosa di simile. La chanson si intitolaIl etait un petit navireche è proprio la traduzione letterale, pezzo pezzo, delnaviglionostrano, ma la storia è triste e sanguinolenta, sebbene si risolva in un nulla di fatto grazie ad un miracolo finale.
Il giovine mozzo, estratto a sorte, e destinato al supplizio, si salva, dopo aver chiesto aiuto al divino, e aver ottenuto uno sciame – forse uno stormo – di pesci che salta letteralmente dentro al battello e sfama la ciurma al suo posto. Il brano è un canto tradizionale della marineria francese.
Un racconto di sopravvivenza estrema, sorte crudele e intervento ultraterreno.
La canzone, già nella Francia del diciannovesimo secolo subì poi cambiamenti nel testo, per farla diventare meno cupa; e poi nel ventesimo secolo, è stata ulteriormente rimaneggiata, ancora in Francia, ad opera di alcuni musicisti e parolieri dell’epoca, che l’hanno resa più gioiosa e pronta per essere incisa e trasformata in un disco di successo. A noi, potrebbe essere arrivata come filastrocca bimbesca, attraversola tradizione orale, anche perchè la comunicazione allora non aveva molti strumenti di massa. Negli anni‘40del novecento, in piena seconda guerra mondiale, il famoso maestroD’Anzi– Giovanni D’Anzi – autore di brani famosissimi come labela madunina, per dire – scrive la musica e la fa incidere in78 giridaErnesto Boninoaccompagnato dalTrio Aurora.
Va anche detto che esistono studi scientifici documentati e argomentati in cui la filastrocca viene ascritta alle conte bambinesche tramandate di padre in figlio e di nonno a nipote seguendo la più antica delle ferrovie quella della tradizione orale. Io lo dico a te che lo riporti a lui che lo racconterà al piccolo che ci giocherà con altri piccini che ne parleranno con altri bimbetti, e alla via così. Del resto se avete nostalgia della cultura oralmente trasmessa andate a cercare video di persone che cantano, ma soprattutto improvvisano, inottava rima, e vedrete che meraviglia. Gli studiosi italici collocano il piccolo naviglio fra le filastrocche tradizionali o“idiote”– nel senso diripetitive e senza senso– trasmesse a voce. Non esisterebbe un inventore principale, la canzoncina è passata di bocca in bocca e di regione in regione, subendo anche rimaneggiamenti e adattamenti vari. La canzone popolare del1942, quella incisa su disco, avrebbe messo fine alle peregrinazioni orali del testo e l’avrebbe cristallizzato per i posteri, manco fosse un fossile catturato nell’ambra. Lo so, lo so, talvolta posso essere davvero commovente, che ci volete fa, da giovane sognavo di avere un’agenzia di pompe funebri tutta mia. A la prochaine, au revoire.
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