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Cover Stories - Temi di riflessione

Episodio VI — La filiera: chi vende, chi tace

Armi, sponsor che ritornano da un fronte all’altro e un silenzio che nessuno impone. Il capitolo finale del dossier: leggere i numeri delle guerre come un estratto conto.

Per capire chi tiene accese tante guerre contemporaneamente non serve immaginare un direttorio occulto: basta leggere bilanci che sono pubblici. Secondo il SIPRI, la spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 circa 2.887 miliardi di dollari, in crescita per l’undicesimo anno di fila; Stati Uniti, Cina e Russia da soli ne coprono più della metà. Le cento maggiori aziende del settore hanno fatturato nel 2024 un record di 679 miliardi. Nel quinquennio 2021-2025 i trasferimenti internazionali di grandi sistemi d’arma sono cresciuti del 9,2 per cento rispetto al quinquennio precedente; gli Stati Uniti valgono da soli il quarantadue per cento delle esportazioni mondiali e hanno rifornito novantanove paesi, l’Ucraina è diventata il primo importatore del pianeta, la Germania ha superato la Cina diventando il quarto esportatore. Nessuno di questi dati dimostra che qualcuno voglia le guerre; dimostrano che esiste una filiera ben pagata alla quale le guerre non dispiacciono, e che il mercato, come ogni mercato, cerca clienti dove li trova.

Il dato più interessante, però, è quello che scende. Le importazioni ufficiali di grandi sistemi d’arma da parte dei paesi africani sono crollate nello stesso quinquennio di circa il quaranta per cento. Letto da solo, sembrerebbe un continente che si disarma. Letto accanto ai registri dei morti, significa il contrario: Sudan, Sahel e Kivu si armano fuori dal registro, con droni commerciali, artiglieria triangolata, mercenari pagati in concessioni minerarie, oro scambiato contro munizioni. Il mercato tracciabile, quello che finisce nelle tabelle di Stoccolma, è dominato da cinque esportatori: Washington, Parigi, Mosca, Berlino, Pechino. Il mercato che non finisce nei telegiornali ha una seconda cintura di intermediari, fra cui monarchie del Golfo, reti russe ribattezzate più volte, potenze regionali con ambizioni da potenza globale.

Messi in fila, i fronti rivelano un dettaglio che nessun bollettino di guerra mette in evidenza: gli indirizzi degli sponsor si ripetono. Gli Emirati compaiono in Sudan, in Libia accanto ad Haftar, in Yemen, dove forze da loro sostenute hanno strappato territorio a milizie appoggiate dai sauditi, cioè dai loro alleati ufficiali, e nei rapporti sempre più stretti con l’Etiopia; secondo immagini satellitari analizzate da ricercatori indipendenti gestiscono perfino un radar di fabbricazione israeliana nella regione somala del Puntland, lungo le rotte dei voli verso il Darfur. La Russia vende, addestra o presidia in Sudan, nel Sahel, in Libia e nella Repubblica Centrafricana. I droni turchi sono passati dall’Ucraina alla Libia all’Etiopia al Sudan; quelli iraniani dall’Ucraina, dalla parte russa, allo Yemen al Sudan. E qui si consuma uno dei rovesci più istruttivi dell’intera rassegna: in Siria Ankara e Teheran si sono combattute per procura per oltre un decennio, mentre nei cieli del Darfur i loro droni volano dalla stessa parte.

Le compagnie militari private aggiungono il velo della negazione plausibile. Il gruppo Wagner, dopo la morte di Prigozhin nel 2023, è stato assorbito dal ministero della Difesa russo e rinominato Africa Corps, con un cambio d’insegna che non ha cambiato né gli uomini né i metodi. Il diritto internazionale, a dire il vero, avrebbe già gli strumenti per strappare quel velo: gli articoli sulla responsabilità degli Stati elaborati dalla Commissione del diritto internazionale attribuiscono allo Stato le condotte di chi agisce sotto la sua direzione o il suo controllo. Il problema non è la norma, è che nessun tribunale ha la forza di applicarla a una potenza con diritto di veto, né a chi di quella potenza è cliente.

L’Italia, in questa filiera, non è uno spettatore. La legge 185 del 1990 sull’esportazione di armamenti nacque dalla mobilitazione di missionari e associazioni, con figure come don Tonino Bello, e fu all’avanguardia al punto da ispirare la Posizione comune europea e il Trattato Onu sul commercio delle armi. Il governo ha avviato nel 2023 una riforma che sposta le decisioni da un’autorità tecnica a un comitato interministeriale di natura politica e che, nel passaggio al Senato del febbraio 2024, ha abrogato l’obbligo di trasparenza sulle operazioni bancarie legate all’export militare; almeno fino alla primavera del 2026 il testo era ancora all’esame della Camera, fra le proteste delle reti pacifiste e dei movimenti cattolici e gli appelli di papa Leone XIV contro un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita. I sostenitori la presentano come un aggiornamento tecnico necessario a un’industria che lavora ormai in programmi europei; i critici come lo svuotamento di una delle poche leggi di cui l’Italia potesse andare fiera. Entrambi hanno argomenti, e proprio per questo sarebbe utile che il dibattito uscisse dalle commissioni parlamentari. Il precedente che pesa è noto: bombe della serie MK80 prodotte nello stabilimento sardo di Domusnovas sono state ritrovate in Yemen dopo raid della coalizione saudita, una vicenda che ha prodotto un’inchiesta giudiziaria a Roma conclusa con l’archiviazione, la revoca delle licenze nel 2021 e il loro progressivo ripristino negli anni successivi.

Non serve un grande vecchio per spiegare tutto questo, e chi ve lo propone semplifica tanto quanto chi riduce il mondo a un solo fronte. Quello che emerge dai dati è piuttosto una società per azioni del silenzio, senza statuto e senza assemblea, in cui ciascun socio ha buone ragioni per non attirare l’attenzione sui propri affari e nessuno ha interesse a denunciare quelli degli altri, perché alla prossima guerra i ruoli potrebbero invertirsi. Il silenzio, in questo senso, non costa nulla: basta non comprare il biglietto.


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