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Cover Stories - Temi di riflessione

La Degenerazione GenZ del Sessantotto

Licei francesi in fiamme. Duemila fermi, un preside e la benzina, la finanziaria e le presidenziali: cosa chiedono davvero i liceali francesi e perché è più radicale del ’68.

Riassunto

Abbiamo guardato il titolo con il bollino rosso «In aggiornamento» e ci siamo chiesti quanto sarebbe durato. Poche ore: i 1.763 fermati del pomeriggio sono diventati quasi duemila in serata, e il preside di Marsiglia «cosparso di benzina» ha cominciato a cambiare versione a seconda di chi la raccontava. Così siamo andati a vedere da dove nasce la rivolta dei licei francesi, e abbiamo trovato qualcosa di molto meno cinematografico di una rivoluzione: cattedre scoperte, classi stipate, soffitti che gocciolano, l’ansia di Parcoursup, un blocus partito da un liceo di Créteil dopo uno sciopero degli insegnanti e rimbalzato in una settimana su TikTok e Snapchat. Abbiamo trovato anche il resto, che va raccontato con la stessa onestà: un camion dei pompieri bruciato, presidi aggrediti, mortai contro la polizia, più di trecento agenti feriti in un solo giorno. E poi la seconda partita, quella degli adulti: un governo che il giorno dei duemila fermi presenta una finanziaria di risparmi, una sinistra radicale che soffia sul fuoco e lo chiama repressione, una destra che ci vede l’invasione, tutti a sette mesi dalle presidenziali. Ci siamo chiesti se sia l’inizio di un conflitto generazionale e abbiamo scoperto che il paragone giusto non è il Sessantotto ma il Novantotto, quando i liceali chiedevano le stesse identiche cose. Ci siamo chiesti se possa contagiare l’Europa, e se esista davvero una Gen Z globale o soltanto gli stessi telefoni. Non abbiamo trovato eroi né complotti, ma un rito francese scappato di mano e un bilancio che nessuno vuole aprire prima di aprile. Le soluzioni esistono, e nessuna è gloriosa.

Duemila liceali fermati in un giorno, una finanziaria di risparmi e una campagna presidenziale alle porte: anatomia di un blocus francese scappato di mano, tra soffitti che gocciolano e versioni che non coincidono

In serata il ministero dell’Interno francese contava 1.949 persone fermate nella sola giornata di giovedì 1° ottobre, quasi tutte per violenze contro pubblici ufficiali, aggressioni e assembramenti, e 305 tra poliziotti e gendarmi feriti; sommando i bilanci ufficiali dei giorni precedenti, dall’inizio del movimento si superano le duemilacinquecento persone fermate. Su circa 3.700 licei del paese, 1.027 sono stati toccati dalla protesta e 222 bloccati del tutto. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha parlato di una violenza senza freni che non avrebbe ormai più nulla dell’espressione legittima di rivendicazioni liceali, mentre il collega dell’Istruzione Édouard Geffray, già a metà settimana, contava 119 feriti tra alunni e personale scolastico e diceva di non aver mai visto niente di simile.

La Regione Provence-Alpes-Côte d’Azur ha denunciato che al liceo Victor-Hugo preside, vicepreside, segretaria generale e caposquadra sono stati aggrediti e irrorati di carburante durante un tentativo d’incendio dentro l’istituto. La procura ha confermato che il preside è stato raggiunto dalla benzina ed è rimasto ferito, senza precisare né come né quanto; alcune testate straniere, sulla base delle autorità scolastiche locali, hanno scritto che preside e vice erano stati schizzati. Tra cospargere qualcuno di benzina e bagnarlo mentre si alimenta un fuoco c’è la distanza che separa un tentato omicidio da un incendio di cassonetto finito male, e a ventiquattr’ore dai fatti nessun verbale l’ha ancora colmata. Il resto, purtroppo, non ha bisogno di sfumature: alcune centinaia di ragazzi hanno circondato un camion dei pompieri accorso davanti a un altro liceo della città, ne hanno messo in fuga l’equipaggio e l’hanno dato alle fiamme; altri due presidi sono stati aggrediti a Rouen e a Petit-Quevilly; mortai d’artificio e cassonetti in fiamme hanno disegnato una mappa che va dalla corona parigina al Mediterraneo. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha convocato una cellula di crisi interministeriale e chiesto ai ministri di annullare le trasferte dei giorni successivi.

Il tutorial del blocus

Come molte rivolte francesi, anche questa comincia con una richiesta da ufficio del personale. A Créteil, nel Val-de-Marne, dopo lo sciopero degli insegnanti di metà settembre contro la mancanza di mezzi e di organico, gli alunni del liceo Saint-Exupéry, dove alla rentrée diverse cattedre erano rimaste scoperte, decidono di bloccare il proprio istituto. Le rivendicazioni hanno una concretezza quasi commovente: più professori, più accompagnatori per gli alunni con disabilità, più sorveglianti, classi meno stipate, orari meno compressi, edifici che non perdano pezzi, e meno ansia da Parcoursup, l’algoritmo che smista i diciottenni verso l’università. Nessun manifesto, nessuna teoria dell’autorità, nessun Marcuse sotto il braccio. Il passaparola corre su TikTok, Snapchat e Instagram; tra i primi a dare voce a otto alunni del Saint-Exupéry c’è Booska-P, un media nato attorno al rap francese; e l’Union syndicale lycéenne, il principale sindacato studentesco delle superiori, offre sul proprio sito un tutorial per bloccare il liceo e un kit di mobilitazione, con la stessa disinvoltura con cui si spiega come montare una libreria. In una settimana i social hanno fatto quello che un tempo richiedeva un mese di ciclostile.

I numeri, poi, danno ragione ai ragazzi e insieme li complicano, il che è sempre un buon motivo per guardarli da vicino. Secondo l’inchiesta di rientro del Snes-FSU, primo sindacato della scuola secondaria, condotta su 1.033 istituti tra fine agosto e i primi di settembre, il 53 per cento di collège e licei pubblici mancava di almeno un professore; contando anche consiglieri educativi, psicologi, sorveglianti e accompagnatori, le équipe incomplete salivano al 69 per cento, con l’accademia di Versailles oltre la soglia del 70. Ma la stessa inchiesta, un anno fa, dava il 55 e il 73 per cento. I licei, insomma, non esplodono nell’anno peggiore, bensì in uno appena meno cattivo del precedente: la miccia non sta soltanto nel soffitto che gocciola, ma in ciò che gli si accende accanto. Aggiungiamo un capovolgimento amministrativo che a un lettore italiano suonerà familiare: gli edifici dei licei francesi appartengono alle Regioni, non allo Stato, sicché le aule che d’estate diventano serre e d’inverno raccolgono l’acqua in un secchio sono un contenzioso di bilancio tra livelli di governo, che si presenta in piazza travestito da conflitto tra generazioni.

La seconda partita

Ciò che si accende accanto ha una data precisa. Giovedì 1° ottobre, la giornata dei duemila fermi, è anche il giorno in cui il governo presenta il progetto di finanziaria 2027, una manovra di risparmi che fra le altre cose introduce iscrizioni a pagamento per gli studenti non borsisti dei BTS, i corsi tecnici superiori ospitati proprio negli edifici dei licei, e delle classi preparatorie alle grandes écoles: 178 euro l’anno per i primi, 270 per le seconde. È una copia di partenza, destinata a un Parlamento in cui il governo non ha maggioranza, ma il tempismo ha la delicatezza di un camion della nettezza urbana alle sei del mattino. E a sette mesi dalle presidenziali, ogni cassonetto in fiamme è già un volantino elettorale, che ciascuno legge come gli conviene.

Dopo la cellula di crisi, i servizi del primo ministro hanno definito il movimento una manovra organizzata dalla France insoumise e dai suoi «proxy» dell’ultrasinistra, rifacendosi a una valutazione dei servizi d’informazione che nessuno ha reso pubblica. Che diversi deputati insoumis abbiano soffiato sul fuoco con zelo è documentato: Louis Boyard ha scritto su X che il movimento liceale deve estendersi, mentre Jean-Luc Mélenchon, candidato all’Eliseo, ha accusato il governo di aver ordinato la repressione, ha definito inoffensivi i liceali in movimento e ha chiesto ai suoi di interporsi tra loro e la polizia. Che un partito sia in grado di accendere mille licei in una settimana è tutt’altra faccenda: se così fosse, la France insoumise disporrebbe della macchina organizzativa più efficiente d’Europa e, chissà perché, non la userebbe per vincere le elezioni. La beffa vera sta in un dettaglio d’archivio. Nel dicembre 2018, quando i licei bruciavano contro Parcoursup e la riforma della maturità, a guidare il sindacato liceale UNL e a denunciare le violenze della polizia c’era un ragazzo di nome Louis Boyard; nel 2023, già deputato, lanciava l’hashtag #BlocusChallenge per bloccare scuole e università contro la riforma delle pensioni. Il liceale ribelle di ieri è oggi il deputato accusato di manipolare i liceali ribelli: più che un conflitto generazionale, in Francia si direbbe una progressione di carriera.

Dall’altra parte della barricata la musica è speculare. Gabriel Attal, anche lui candidato, vede nei blocchi il vero volto della France insoumise, fatto di culto del disordine e ossessione per la violenza; Jordan Bardella esprime solidarietà al preside marsigliese e parla di estrema gravità; e in una certa stampa alternativa anglofona i liceali diventano senz’altro «giovani migranti» e la protesta un’insurrezione «islamo-marxista», senza che nessuno abbia pubblicato un solo dato su chi siano davvero i fermati. Ognuno ha il suo colpevole: per la sinistra radicale la violenza è della polizia, per la destra radicale è degli stranieri, per il governo è degli insoumis. In nessuna delle tre versioni, curiosamente, compare il supplente di matematica.

Il Sessantotto e il Novantotto

È l’inizio di un conflitto generazionale? Il paragone con il ’68 è inevitabile e va respinto con garbo. Il Maggio nacque nelle università, a Nanterre e alla Sorbona, aveva una teoria, anzi parecchie, e soprattutto trovò per qualche settimana una saldatura con milioni di operai in sciopero che fece vacillare il regime gollista. Aveva anche dalla sua la demografia: i figli del baby boom erano tanti, e il loro numero era di per sé un argomento politico. I liceali del 2026 sono quindicenni e diciottenni di un paese che invecchia, minoranza in un elettorato che si mobilita sulle pensioni assai più che sulle aule. Le fabbriche, per ora, non si vedono; c’è soltanto la coincidenza con la giornata di mobilitazione del pubblico impiego del 29 settembre, che l’USL ha trasformato in giornata di blocchi, e l’accodarsi di una trentina di campus universitari. Se un conflitto tra generazioni esiste, si combatte sui capitoli di spesa della finanziaria più che sui marciapiedi, e lo combattono i ragionieri dello Stato, non i ragazzi.

Il precedente giusto, semmai, è il 1998. Nell’ottobre di quell’anno centinaia di migliaia di liceali scesero in piazza contro la mancanza di professori, le classi sovraffollate, le ore buche e gli edifici fatiscenti; il governo Jospin esprimeva comprensione, il ministero dell’Interno contava i fermati tra i casseurs infiltrati nei cortei e raccomandava di non confonderli con i liceali veri, e alla fine arrivò un piano d’urgenza per i licei. Ventotto anni dopo le richieste sono quasi identiche, il che dice parecchio sull’efficacia di quel piano. Nel mezzo ci sono il 2005, il 2010, il 2016, il 2018, il 2023: in Francia il blocus è un rito di passaggio, come in Italia l’occupazione d’autunno, un’istituzione che si ripresenta con la puntualità della vendemmia. Con le stesse geografie, perfino: nel dicembre 2018 a Mantes-la-Jolie oltre centocinquanta ragazzi furono fatti inginocchiare con le mani sulla testa, e quel video diventò un caso nazionale; il 29 settembre scorso, davanti ai licei Jean-Rostand e Saint-Exupéry della stessa città, bruciavano di nuovo i cassonetti.

Ciò che cambia, stavolta, è la grammatica. Il vecchio blocus aveva le sue regole tacite, i bidoni davanti al cancello, lo striscione, l’assemblea, e una specie di patto di non aggressione con le forze dell’ordine. Quello del 2026 parla con il lessico delle notti di banlieue: mortai d’artificio, roghi alimentati con pallet e materassi, camion dei pompieri presi di mira, gruppi che secondo i ministri passano da un istituto all’altro come una carovana. Chi siano davvero quei gruppi, se compagni di classe esasperati, ragazzi del quartiere o professionisti del disordine, oggi nessuno lo sa con certezza, e chi giura di saperlo di solito ha scritto la conclusione prima di raccogliere i dati.

Oltre il confine

Che connessioni con il resto d’Europa? La narrazione di moda è pronta all’uso: una Gen Z globale che da Katmandu ad Antananarivo, da Casablanca a Parigi, si solleva con gli stessi telefoni e lo stesso teschio col cappello di paglia preso in prestito da un manga. Ha un fondo di verità, perché i giovani marocchini di GenZ 212, nell’autunno del 2025, chiedevano ospedali e scuole invece degli stadi per i Mondiali, con una piattaforma non lontanissima da quella dei liceali di Créteil. Ma in Nepal e in Madagascar quei movimenti hanno fatto cadere governi accusati di corruzione, mentre in Francia nessuno chiede la testa di Macron: si chiede un supplente. In Italia, l’autunno scorso, le occupazioni sono partite per Gaza e la Flotilla e sono proseguite con il No Meloni Day di novembre: piazze per la geopolitica e contro il governo, non per il secchio sotto la crepa del soffitto, che pure da noi non manca. Il denominatore comune europeo non è ideologico ma tecnico: le stesse app, la stessa grammatica del blocco, gli stessi ministeri dell’Economia alle prese con manovre di contenimento della spesa.

Il contagio, dunque, è possibile ma stretto, e passa per due porte. La prima è il 6 ottobre, quando l’USL e l’Union étudiante chiamano una grande manifestazione nazionale per un finanziamento massiccio di licei e università: se quel giorno regge, il movimento acquista un volto e un portavoce, e con essi un interlocutore. La seconda è la scelta dei sindacati degli insegnanti, che potrebbero usare i licei come leva sulla finanziaria oppure, più prudentemente, prenderne le distanze, come alcuni hanno già fatto chiedendo la fine delle violenze. Se nessuna delle due porte si apre, il movimento rischia di spegnersi tra le lezioni a distanza e le vacanze di Ognissanti, che in Francia cominciano verso metà ottobre e hanno pacificato più licei di qualunque prefetto.

Tre uscite, nessuna eroica

Le soluzioni immaginabili sono tre, più una che si finge tale. La prima è materiale e costa: sostituzioni garantite, un tetto al numero di alunni per classe, fondi alle Regioni per l’edilizia scolastica. È la più ovvia ed è la più difficile, perché richiede denaro proprio nell’anno in cui il governo ha deciso di risparmiarlo. La seconda è d’ordine: chiusure, divieti di assembramento, fermi in serie, e la didattica a distanza che Geffray ha chiesto agli istituti bloccati, resuscitando un dispositivo dell’epoca Covid. Funziona nel breve e porta con sé un effetto collaterale: la generazione che la pandemia aveva già cacciato dalle aule se le vede richiudere come sanzione, e chi già non si fidava della scuola impara che lo Stato sa presentarsi soprattutto in tenuta antisommossa. Per non parlare di una generazione di sub-professionisti fondata sull’ignoranza artificiale e sul rifiuto al lavoro decadente. La terza è politica ed è la più scomoda: una finanziaria costruita sui risparmi non può riparare i soffitti, pagare i supplenti e far pagare l’iscrizione ai BTS nello stesso momento senza che qualcuno, da qualche parte, scelga. E nessuno ha voglia di scegliere prima di aprile.

La quarta, quella che si finge soluzione, è la piattaforma di concertazione annunciata dal ministero per raccogliere inquietudini e rivendicazioni dei liceali, rettorato per rettorato: a un movimento nato su TikTok si risponde con un modulo online. Potrebbe perfino funzionare, se dall’altra parte qualcuno leggesse.

Chi racconta soltanto la benzina cancella il 53 per cento di istituti senza un professore; chi racconta soltanto i diritti dei liceali cancella il camion dei pompieri e il preside ferito. Entrambe le omissioni sono comode, ed entrambe sono già al lavoro. Il degrado è vero, e la sua messa in scena è stata requisita da tutti prima ancora che i ragazzi finissero di dipingere gli striscioni. Il Sessantotto voleva l’immaginazione al potere; i liceali del 2026 si accontenterebbero di un supplente di matematica. Che uno Stato fatichi a garantire l’una e l’altro è forse la notizia più vecchia di tutte, ed è l’unica che non ha bisogno del bollino «In aggiornamento».


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