Dossier in sette episodi sulle guerre che non fanno notizia, sui numeri che nessuno legge ad alta voce e sugli indirizzi che ritornano da un fronte all’altro
Chi apre un telegiornale europeo ha l’impressione che il pianeta combatta due guerre, una a est e una a sud-est del Mediterraneo, e che il resto sia meteo. Chi apre i registri di chi le guerre le conta per mestiere scopre un altro pianeta, più affollato, più simultaneo e soprattutto più comodo da ignorare. Questo dossier prova a tenere aperti entrambi i quaderni, quello dell’informazione e quello della contabilità, senza fidarsi ciecamente né dell’uno né dell’altro, e senza cedere alla tentazione opposta di chi vede dietro ogni silenzio un direttorio occulto. Il silenzio, come vedremo, quasi mai viene imposto: conviene.
Il censimento va fatto sui numeri, non sulla copertura. Cerco i dati aggiornati sui conflitti armati attivi, sulle vittime e su chi arma chi.Il paradosso non è che la guerra russo-ucraina sia un’invenzione mediatica. È che concentra i morti in combattimento e, insieme a Gaza, la quasi totalità dell’attenzione, mentre il massacro unilaterale di civili si è spostato altrove e lì il silenzio funziona da copertura logistica.
Nel 2025 l’Uppsala Conflict Data Program ha contato circa 244.600 morti per violenza organizzata, il secondo anno più sanguinoso dal genocidio ruandese del 1994. I conflitti con almeno uno Stato coinvolto sono saliti a 65, massimo dal 1946; le guerre vere, quelle con almeno mille morti in battaglia in un anno, sono 13, massimo dal 1992. Gli scontri interstatali sono raddoppiati per il secondo anno di fila, fino a otto. Di tutti i morti in battaglia, circa il 62 per cento — 94.700 — cade nella guerra tra Russia e Ucraina. Su questo i telegiornali non mentono: mentono per omissione sul resto. La violenza unilaterale, quella che colpisce civili non combattenti, è esplosa a circa 76.500 morti, più del quadruplo rispetto al 2024 e il livello più alto dal 1994, trainata dal Sudan. ACLED, con un’altra metodologia, arriva a oltre 240.000 morti nello stesso anno e nota che Ucraina e Palestina da sole producono più del 40 per cento degli eventi violenti registrati, mentre per letalità la Palestina è superata solo da Ucraina e Sudan.
Il Sudan è il caso di scuola. Dal 15 aprile 2023 le Forze armate di al-Burhan e le Rapid Support Forces di Hemedti si fanno la guerra dentro le città. ACLED conta almeno 59.000 morti e avverte che è una sottostima; una lettura dei dati UCDP sui civili uccisi nel solo 2025 arriva a 65.911, un ordine di grandezza sopra Congo, Siria o Myanmar. A El Fasher, presa dalle RSF nell’ottobre 2025, la missione d’inchiesta Onu ha parlato di tratti da genocidio; alcune stime dell’eccidio arrivano a decine di migliaia, contestate ma non smentite nell’ordine di grandezza. A Kalogi, nel Kordofan meridionale, droni RSF hanno colpito in sequenza un asilo, i soccorritori e l’ospedale rurale: 114 morti, una sessantina bambini. Gli Stati Uniti hanno qualificato come genocidio la condotta delle RSF già nel gennaio 2025. Chi arma chi: la stessa missione Onu indica fondati motivi per credere a una rete che da Emirati, Ciad, Libia sud-orientale e Puntland rifornisce le RSF di artiglieria cinese NORINCO, droni, guerra elettronica e mercenari colombiani reclutati da società registrate a Abu Dhabi. Oro in cambio di armi. Abu Dhabi nega. L’esercito sudanese, dal canto suo, bombarda ospedali nelle zone RSF. Il 70 per cento delle strutture sanitarie nelle aree di conflitto non funziona più.
Il Myanmar, dal golpe del 2021, è il conflitto più frammentato del pianeta: oltre 1.200 gruppi armati, più di 90.000 morti in cinque anni, metà paese fuori dal controllo della giunta, e nel 2025 risultava la zona più estrema dopo i Territori palestinesi. Nel Congo orientale l’M23, con appoggio ruandese documentato dagli esperti Onu e negato da Kigali, tiene Goma e Bukavu, traffica coltan e oro verso il Ruanda e, secondo Amnesty e Human Rights Watch, uccide minatori e civili anche dopo gli accordi di Washington. Nel Sahel i morti legati ai gruppi jihadisti hanno sfiorato i 24.000 nel 2025, il 41 per cento nel solo triangolo Mali-Burkina-Niger; ma i dati ACLED dicono che nel 2025 esercito e milizie filogovernative in Burkina, e esercito più Wagner/Africa Corps in Mali, hanno ucciso più civili dei jihadisti. L’Africa Center for Strategic Studies nota che proprio quelle stragi alimentano il reclutamento del JNIM.
Sui bambini il rapporto del segretario generale Onu per il 2025 è il peggiore da trent’anni: 38.558 violazioni gravi verificate, 24.174 minori colpiti, 6.266 uccisi e 7.958 mutilati, 6.607 reclutati. Per la prima volta le forze governative superano i gruppi non statali. I teatri peggiori: Palestina, Congo, Nigeria, Myanmar, Somalia. In Myanmar la giunta e i suoi alleati hanno arruolato oltre 400 minori, molti in combattimento; in Rakhine si è documentato l’uso di ragazzi di tredici anni.
Il mercato ufficiale delle armi racconta un’altra geografia rispetto a quella del sangue. SIPRI: nel quinquennio 2021-25 i trasferimenti di armi maggiori sono cresciuti del 9,2 per cento, gli Stati Uniti restano al 42 per cento dell’export, l’Ucraina è diventata il primo importatore mondiale con il 9,7 per cento del totale, rifornita da almeno 36 Stati. Israele importa per il 68 per cento dagli Usa e per il 31 dalla Germania. L’Africa ufficiale, invece, ha visto calare le importazioni del 41 per cento: il che non significa disarmo, significa che Sudan, Sahel e Congo si armano fuori dal registro SIPRI, via oro, coltan, mercenari e triangolazioni che i fornitori negano e i satelliti continuano a fotografare.
La concomitanza è questa. La stessa manciata di esportatori — Washington, Parigi, Mosca, Berlino, Pechino — copre il mercato tracciabile; una seconda cintura, Emirati, Ruanda, reti russe ribrandizzate da Wagner in Africa Corps, junta e milizie locali, copre il mercato che non finisce nei telegiornali. Il silenzio non è ignoranza. È la condizione perché l’oro di Hemedti paghi i droni e il coltan di Rubaya paghi l’M23, mentre il pubblico resta inchiodato sull’unico fronte in cui l’Occidente è parte dichiarata e quindi obbligato a raccontarsi.
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