Il rapporto Cnel sulla produttività racconta un’Italia più strana di quella dei titoli: lavora più ore dei tedeschi, cresce più di Berlino e Parigi e produce ogni ora un po’ meno valore. Dove sta il trucco, e chi lo sta facendo
Il 4 novembre 2026 il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro presenta il suo secondo rapporto annuale sulla produttività, e nel giro di poche ore il Corriere della Sera ne ricava un titolo che non lascia vie di fuga: l’Italia è ultima in classifica, e così blocca la crescita del Pil e degli stipendi. Nel pezzo compare anche un’immagine destinata a circolare parecchio, quella di un Paese pieno di persone pagate per svuotare una piscina con un secchio, dove nessuno si decide a comprare l’idrovora che permetterebbe a uno solo di fare lo stesso lavoro in meno tempo. È una metafora riuscita, di quelle che restano in testa. Ha un unico difetto, che scopriremo strada facendo: presa sul serio, finisce per sostenere quasi il contrario di ciò che dovrebbe illustrare.
I numeri riportati dal quotidiano corrispondono a quelli del rapporto, e questo va detto subito, perché la tentazione di liquidare tutto come propaganda è forte quanto quella di prendere tutto per oro colato. Tra il 2019 e il 2025 il valore prodotto per ogni ora lavorata è sceso in Italia in media dello 0,3 per cento l’anno, mentre nell’insieme dell’Unione è salito dello 0,5. I guai cominciano con la classifica. Nello stesso periodo la Francia fa meno 0,2: un decimo di punto separa la maglia nera dalla penultima, e la penultima è la seconda economia dell’Unione. Quanto al Pil “bloccato”, è lo stesso presidente del Cnel, nell’editoriale con cui accompagna il rapporto sulle pagine del Sole 24 Ore, ad aprire con il dato opposto: in quei sei anni l’economia italiana è cresciuta in media dell’1 per cento l’anno, più della Germania e della Francia. Il titolo contraddice la prima riga del documento che racconta. Succede, con i titoli. Succede con una regolarità sospetta quando di mezzo c’è una classifica.
L’ente che doveva sparire

Prima di guardare che cosa viene misurato, conviene guardare chi misura. Il Cnel è l’organo che la riforma costituzionale sottoposta a referendum nel dicembre 2016 voleva abolire, e che fu salvato dalla vittoria del No più che da un’improvvisa passione popolare per i corpi intermedi. Dal 2024 ospita il Comitato nazionale per la produttività previsto da una raccomandazione europea, il che produce un capovolgimento che nessun romanziere oserebbe: l’ente che si voleva chiudere perché ritenuto improduttivo è diventato quello incaricato di misurare la produttività degli altri. Lo presiede Renato Brunetta, che da ministro della Funzione pubblica si era guadagnato la fama di cacciatore di fannulloni e che oggi firma la presentazione di un rapporto da cui risulta che gli italiani le ore di lavoro le fanno eccome. Nulla di tutto questo autorizza a pensare che i numeri siano truccati: il rapporto è costruito con l’Istat e la Banca d’Italia, e le conclusioni portano tra le altre la firma di un ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Autorizza soltanto a ricordare che anche un documento tecnico ha un editore, e che l’editore decide su quali righe accendere la luce. I giornali, poi, scelgono quali di quelle righe fotografare.
L’aritmetica della media
La produttività del lavoro di cui si parla è una frazione: sopra il valore aggiunto, sotto le ore lavorate. Se il numeratore cresce dell’1 per cento e il denominatore dell’1,3, il risultato scende, anche se nessuno ha lavorato peggio di prima. Il rapporto lo spiega come un inganno della media: se aumenta il peso di attività con poco valore per ora, e tra gli esempi citati ci sono l’accoglienza e la ristorazione, il prodotto complessivo cresce mentre la media si abbassa, come si abbassa l’altezza media di una scuola il giorno in cui arrivano i bambini di prima. Gli autori parlano di crescita estensiva, fondata più sulla quantità delle ore che sul valore di ciascuna.
Il rovescio di questa aritmetica è istruttivo. Secondo l’Istat, tra il 2009 e il 2014 la produttività italiana è salita dell’1 per cento l’anno: non per un’improvvisa ondata di efficienza, ma perché le ore lavorate sono crollate più in fretta del valore aggiunto. Gli anni migliori della produttività recente coincidono con gli anni peggiori della crisi. La Spagna, che il Corriere indica come campionessa di quel quinquennio, lo diventava mentre la disoccupazione superava un quarto della forza lavoro. Un indicatore che migliora quando si licenzia e peggiora quando si assume non è inutile, ma va maneggiato con i guanti, e non va mai usato da solo.
Anche il perimetro conta. L’Istat, che lo scorso dicembre ha registrato per il 2024 un calo dell’1,9 per cento dopo il meno 2,7 del 2023, calcola la produttività sui soli settori di mercato, che valgono circa il 71 per cento del valore aggiunto e l’83 per cento delle ore, lasciando fuori tra l’altro gli affitti immobiliari e la pubblica amministrazione, il cui prodotto si stima in larga parte attraverso ciò che costa. Le cifre riportate dal Corriere, costruite su un aggregato diverso, non coincidono con quelle dell’istituto: per il 2009-2014 il quotidiano scrive più 0,6, l’Istat più 1. Nessuno sbaglia, ma chi cita un numero senza dirne la provenienza ha già fatto una scelta. E nemmeno la statistica pubblica è immune dal piacere della cornice: quel calo dell’1,9 per cento l’Istat lo aveva presentato come un calo meno accentuato.
Il nocciolo che non si scioglie
Detto questo, l’effetto di composizione spiega il calo recente ma non trent’anni di stallo, e qui le scappatoie finiscono. Dal 1995 al 2025 la produttività italiana è cresciuta dello 0,2 per cento l’anno contro l’1,1 dell’Unione. Non è una questione di pigrizia: secondo l’Ocse, nel 2024 un lavoratore italiano ha lavorato in media 1.709 ore, un tedesco 1.331. La favola dell’italiano che lavora poco, cara a una certa pubblicistica nordica e a parecchi italiani che la ripetono con il compiacimento dell’autocritica, non regge al primo confronto. Regge invece un altro dato: nei settori di mercato, tra il 2014 e il 2025, il capitale a disposizione di ogni ora di lavoro, cioè macchine, tecnologie e beni immateriali, è diminuito in media dell’1,1 per cento l’anno, prima di risalire di un soffio nel 2025. Il Pnrr ha spinto la quota degli investimenti sul Pil dal 18 a oltre il 21 per cento, ma è un piano che per costruzione ha una data di scadenza, e quella data cade proprio in questi mesi.
C’è poi un’altra contraddizione, forse la più amara. Dal 2007 al 2025 gli occupati con un titolo superiore al diploma sono aumentati di 2,6 milioni, ma la quota di professioni qualificate si ferma intorno a un terzo, contro circa il 43 per cento di Francia e Germania. Un Paese che forma più laureati di prima e non sa dove metterli, e che poi si interroga con aria stupita sulla fuga dei cervelli. Quanto alle imprese, nel campione osservato tra il 2012 e il 2020 riesce a salire di classe dimensionale appena l’1,4 per cento delle piccole manifatturiere e lo 0,5 di quelle dei servizi: le aziende migliorano, ma restano piccole, e la media non se ne accorge. Una tesi molto citata di Bruno Pellegrino e Luigi Zingales attribuisce una parte di questo nanismo alla selezione dei dirigenti per fedeltà più che per competenza, che avrebbe impedito alle imprese italiane di cogliere la rivoluzione informatica. È un’ipotesi, non un verdetto, ma ha il merito di spostare lo sguardo dal lavoratore a chi organizza il lavoro.
Quello che il titolo non ha visto

Il racconto dell’industria in crisi rimpiazzata da servizi poco produttivi è suggestivo, ma i dati del rapporto lo complicano. Tra il 2015 e il 2023 gli addetti sono cresciuti del 16,1 per cento nei servizi, del 6,9 nella manifattura e del 25,6 nei servizi ad alta intensità di conoscenza: la fabbrica non è stata sostituita dal bar, è cresciuta più lentamente, mentre la corsa più veloce l’hanno fatta proprio i servizi qualificati. Dentro il terziario, poi, le distanze sono abissali: dal 1995 al 2025 il valore aggiunto per addetto nell’informatica e nelle comunicazioni è aumentato dell’81 per cento, mentre nell’alloggio e nella ristorazione è sceso. Parlare di servizi al singolare, a questo punto, è come parlare di animali mettendo nello stesso recinto il ghepardo e la lumaca.
Anche l’idea di servizi che non riusciamo a esportare merita un sorriso. Nella bilancia dei pagamenti, ciò che un turista straniero spende in Italia figura come esportazione di servizi: il cameriere di Rimini che serve una famiglia di Monaco di Baviera, tecnicamente, sta esportando. Il guaio non è che quei servizi non si vendano all’estero, ma che si vendano a un valore per ora modesto. Infine Industria 4.0: l’82 per cento di imprese che non hanno mai usato gli incentivi, attribuito dal quotidiano a un generico campione, riguarda nel rapporto un campione manifatturiero osservato tra il 2017 e il 2022, e lo stesso rapporto nota che le agevolazioni sono andate più spesso a imprese già propense a investire. L’incentivo all’idrovora, cioè, è arrivato in buona parte a chi l’idrovora l’avrebbe forse comprata comunque.
Il prezzo del secchio
E torniamo alla piscina. Perché nessuno compra l’idrovora? La risposta più semplice è che i secchi costano poco. Se il lavoro è a buon mercato e la domanda attesa è debole, investire in macchine e organizzazione conviene meno: è un ragionamento che in Italia ha perfino un nome, l’effetto Sylos Labini, dall’economista Paolo Sylos Labini, convinto che i salari alti spingano le imprese a innovare per risparmiare lavoro. Ebbene, lo scrive anche il rapporto nelle sue conclusioni: il nesso abituale, che va dalla produttività ai salari, può funzionare anche al contrario. E aggiunge che una crescita affidata a lungo alle esportazioni e sostenuta dal contenimento dei costi può aver contribuito a tenere bassi i salari, che a loro volta avrebbero frenato produttività e domanda interna.
Nel titolo del Corriere gli stipendi stanno alla fine della catena causale, come vittime. Nel rapporto stanno anche all’inizio, come possibili complici dell’immobilità. Non è una sfumatura da seminario, perché la direzione della freccia decide chi deve muoversi per primo. Prima la produttività, poi gli aumenti, è la linea di chi paga; prima gli aumenti, e la produttività seguirà, è la linea di chi viene pagato. Entrambe custodiscono un interesse, entrambe hanno qualche argomento. Intanto, secondo l’Ocse, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani erano ancora del 6,1 per cento sotto il livello del 2021, il divario più ampio tra le grandi economie, e per l’anno in corso se ne prevede un ulteriore calo dello 0,9. È curioso che un rapporto uscito da quella che il suo presidente chiama la “casa dei corpi intermedi” abbia messo sul tavolo entrambe le frecce, e che il racconto giornalistico ne abbia raccolta una sola.

Il termometro rotto
La terza chiave del rapporto è la più sottile, e il Corriere l’ha lasciata cadere del tutto: la misura stessa. Tra il 2000 e il 2024 il prezzo medio dei prodotti italiani venduti all’estero è aumentato del 224 per cento, contro una crescita compresa tra il 155 e il 170 per cento per Francia, Germania e Spagna. Se quei prezzi salgono perché i prodotti sono migliori, le statistiche rischiano di contare come rincaro ciò che è qualità, e la produttività reale risulterebbe più alta di quella misurata. Lo stesso vale per una consulenza ben fatta, il cui valore si vede nei conti del cliente più che nelle ore di chi la presta, e per l’intelligenza artificiale, adottata in un solo anno dal 16,4 per cento delle imprese con almeno dieci addetti, il doppio di prima, con risultati che vanno da un aumento del 5,2 per cento del valore aggiunto per addetto in un campione a nessun effetto sistematico di breve periodo in un altro. Robert Solow, nel 1987, osservava che i computer si vedevano dappertutto tranne che nelle statistiche della produttività. Quarant’anni dopo la battuta funziona ancora: basta cambiare il nome alla macchina.
L’argomento è serio. Ma il termometro rotto è anche la consolazione più antica di chi ha la febbre. Un prezzo all’export che cresce può riflettere una qualità superiore, ma anche lo spostamento verso i segmenti del lusso, la capacità di poche imprese di imporre il proprio listino, costi trasferiti sui clienti. Separare il prezzo dalla qualità è difficile, ammette il rapporto, e la difficoltà vale nei due sensi. Va riconosciuto agli autori di rifiutare apertamente la lettura fatalista che trasforma il ritardo italiano in un dato di natura; resta il rischio che altri prendano dal rapporto soltanto la pagina sul termometro, quella che consola senza costare nulla.
Diffidare in tutte le direzioni

Restano le narrazioni di comodo, che non mancano in nessuno dei due campi. Quella istituzionale, fatta di classifiche e compiti a casa, ama la parabola dell’italiano improduttivo da rieducare, e inciampa sulle ore lavorate. Quella controcorrente ha i suoi santini. C’è chi addebita tutto all’euro, dimenticando che il rallentamento comincia a metà degli anni Novanta, quando la moneta unica era ancora una sigla nei trattati: un complice plausibile, perché ha tolto la stampella della svalutazione con cui si coprivano i problemi, ma un colpevole unico difficile da sostenere. E c’è chi liquida la produttività come un’invenzione padronale per tenere bassi gli stipendi, trascurando che il valore prodotto per ora è la pentola da cui gli stipendi vengono pescati: ignorarla non la allarga di un centimetro.
La domanda che resta in fondo alla piscina
Alla fine la metafora del secchio dice più di quanto volesse. Racconta un Paese che lavora molte ore, assume, esporta a prezzi crescenti e produce per ogni ora meno di quanto potrebbe; un Paese in cui l’idrovora non si compra anche perché i secchi costano troppo poco, e in cui chi tiene il secchio guadagna, in termini reali, meno di cinque anni fa. La statistica misura quanti secchi si svuotano in un’ora. Non dice chi ha deciso che la piscina andava svuotata così, né se chi tiene il secchio guiderebbe volentieri l’idrovora in cambio di una paga diversa, né se una parte dell’acqua non stia già finendo, ben pagata, oltre confine senza che i contatori la registrino. Il rapporto del Cnel ha il merito di lasciare aperte almeno due di queste domande. I titoli, per ora, le hanno chiuse tutte. Toccherà a chi legge decidere se il problema sia comprare l’idrovora, o chiedersi prima chi ha fissato il prezzo del secchio.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



